Category

news

Fascite plantere roma nord

Cos’è la sindrome del tibiale posteriore

By | Articoli, news | No Comments

La sindrome del tibiale posteriore è essenzialmente uno stato patologico dovuto a una usura e/o lacerazione del tendine che lega il tibiale posteriore all’osso.

Ma cos’è il tibiale posteriore? È il muscolo che ha origine nella membrana interossea posizionata tra tibia e perone.

Il tendine che lega questo muscolo all’osso si chiama allo stesso modo; è situato dietro al malleolo mediale e inizia nella parte profonda del polpaccio fino ad inserirsi sulla parte interna e inferiore dell’arco del piede, in più posizioni.

Il muscolo tibiale è molto importante nella struttura del corpo umano poiché ha il compito di determinare la flessione plantare del piede e i movimenti di adduzione e torsione interna.

Esso, assieme al tendine, gioca un ruolo importante anche nell’esecuzione di un passo durante la camminata o la corsa poiché controlla il movimento di pronazione, determina la stabilità mediale del piede e mantiene la volta plantare, cioè la curvatura naturale sotto al piede che si adatta al terreno su cui si trova e che permette di scaricare al suolo varie sollecitazioni e pesi.

Come il muscolo a cui è legato, anche il tendine tibiale posteriore è uno dei fondamentali tra i tendini della gamba; senza di esso, infatti, il muscolo tibiale non riuscirebbe a svolgere tutte le funzioni suddette.

Sintomi

Quando il tendine del tibiale posteriore si infiamma o degenera, questo può lacerarsi parzialmente o rompersi del tutto.

In questa situazione la volta plantare perde il sostegno del tendine adibito a sorreggerla, pertanto si andrà incontro a un graduale o improvviso appiattimento del piede.

Un modo per diagnosticare un appiattimento della volta, è attraverso il cosiddetto “segno delle troppe dita”: in condizioni di normalità, in un paziente visto da dietro, si noteranno solamente il quinto dito e metà del quarto. Nei pazienti colpiti da cedimento della volta plantare, invece, aumentano le dita dei piedi visibili a causa della dislocazione del calcagno all’esterno della gamba.

Un sintomo di questa sindrome è riscontrabile anche nella caviglia: diminuisce, infatti, la flessibilità di quest’ultima, specie nella dorsiflessione, a causa della contrattura dei muscoli della gamba, con una conseguente perdita di forza.

Sostanzialmente, la sindrome del tibiale posteriore ha un carattere evolutivo che si sviluppa in 4 stadi, con severità crescente:

  • I: è lo stadio iniziale. È caratterizzato da dolore dietro al malleolo mediale sia con l’esercizio fisico che dopo lunghi periodi in piedi; altri sintomi sono gonfiore, il quale molto spesso è indice di lesione al tendine, e in alcuni casi tumefazione lungo il tendine. La deformità in piattismo del piede è minima;
  • II: oltre ai sintomi indicati sopra, si aggiunge quello per il quale si fatica a stare sulla punta di un piede. In questa fase il piede piatto è più pronunciato;
  • III: la fatica di sollevarsi su un piede diventa incapacità. Ora il piede piatto è molto pronunciato e non correggibile passivamente, inoltre la sotto-astragalica, ovvero l’articolazione del calcagno, diventa rigida;
  • IV: è l’ultima fase, quella più grave e si presenta come quella precedente ma in maniera più gravosa, tanto da portare anche a degenerazione dell’articolazione tibio-tarsica.

Cause

Il danneggiamento del tendine tibiale posteriore, o la sua infiammazione, può derivare da numerose cause; alcune di queste sono:

  • sovraccarico funzionale, la causa più frequente di danneggiamento al tendine;
  • una caduta;
  • un trauma distorsivo.

Anche le anormalità congenite ed acquisite come sindrome dello scafoide, artrite degenerativa, artrite reumatoide, artropatie sieronegative, lassità legamentosa generalizzata e degenerazione cartilaginea sotto-astragalica possono portare a soffrire di questa patologia.

Fattori di rischio aggiuntivi sono obesità, diabete ed ipertensione.

La sindrome del tibiale posteriore non affligge tutte le persone indistintamente, ma ci sono alcune categorie più a rischio; queste sono:

  • donne;
  • over 40enni;
  • persone con piede piatto, specie se in sovrappeso;
  • persone che praticano un’attività sportiva che comporta ripetuti traumi da impatto come il calcio, il tennis, la corsa e il basket.

Cura la sindrome del tibiale posteriore

Trattamento

Il trattamento della sindrome del tibiale posteriore non uguale per tutti; varia in base a molteplici fattori che sarà cura del medico specialista prendere in considerazione.

Alcuni elementi che influiscono sul percorso da seguire per guarire da questa patologia sono:

  • la storia medica del paziente;
  • il tempo di presenza dei sintomi;
  • l’entità del problema.

Nella maggior parte dei pazienti la sindrome del tibiale posteriore può essere trattata anche senza ricorrere alla chirurgia, sottoponendosi a fisioterapie plantari. Raramente vengono praticate le iniezioni di cortisone.

La prima cosa da fare, però, è “mettere a riposo” il tendine attraverso uno scarico funzionale utilizzando un tutore o un plantare progettato appositamente.

Una ulteriore tecnica utile per combattere questa tendinosi è l’utilizzo di terapie fisiche quali:

Altrettanto utili nel trattamento di questa sindrome sono anche:

  • massaggi e digitopressioni;
  • esercizi propriocettivi;
  • bendaggi funzionali;
  • bendaggi kinesiologici.

Inoltre, il paziente, in autonomia, può applicare del ghiaccio, fare allungamento per i muscoli posteriori della gamba o eseguire degli esercizi per favorire il ritorno venoso e drenare l’infiammazione, un esempio è l’attività che consiste di schiacciare con i piedi dei cuscini.

Il trattamento chirurgico va preso in considerazione solo nel caso in cui la terapia conservativa non ha portato i risultati desiderati, o è considerata inutile dal medico podologo; il trattamento chirurgico, perciò. ha come scopo quello di correggere la deformità e di conseguenza interrompere il dolore.

Nel caso di un intervento al tendine danneggiato, al giorno d’oggi le procedure sono nettamente meno invasive. Infatti, per riparare una lesione tendinea, l’intervento fisico sul corpo consiste in una piccola incisione; grazie alla poca invasività, anche il tempo di convalescenza si è ridotto di molto.

Nel caso invece di una problematica più importante, come artrosi o deformità rigida e strutturata, allora si va a intervenire sulla posizione dell’astragalo sul calcagno. In questo caso l’operazione è più invasiva poiché si tratta di inserire degli innesti ossei al fine di correggere l’eccessiva pronazione.

A chi rivolgersi

Nel caso di prevista sindrome del tibiale posteriore, bisogna rivolgersi subito a un medico podologo per la diagnosi.

Sarà lo specialista, per arrivare alla formulazione della diagnosi corretta, far eseguire al paziente specifici test ortopedici ed esami strumentali, come radiografie in ortostasi (RX) o risonanze magnetiche (RM).

A piena discrezione del medico sarà poi la prescrizione o meno di un’ecografia per una valutazione accurata dello stato del tendine e del muscolo.

Dove ci trovi a Roma

Se cerchi un centro specializzato nella sindrome del tibiale posteriore a Roma, affidati allo studio FisiomediCal, un centro medico riabilitativo con oltre 20 specialisti e 30 anni di esperienza alle spalle.

Ci trovi in zona Flaminio, Roma Nord, in Via Andrea Sacchi 35. Il nostro team sarà pronto ad accoglierti e accompagnarti nel percorso di guarigione.

Come prevenire il colpo di frusta

Cos’è il colpo di Frusta

By | Articoli, news | No Comments

Il colpo di frusta è un infortunio dovuto a un evento traumatico che riguarda la parte alta della colonna vertebrale, nello specifico la rachide cervicale. A causare questa patologia è un brusco movimento della testa, dovuta solitamente a incidenti automobilistici, cadute o infortuni sportivi. In questi casi il capo supera i limiti fisiologici di escursione articolare, sbilanciandosi prima all’indietro in maniera improvvisa, per poi flettersi nuovamente in avanti in modo brusco.

Di fatto è una distorsione della colonna cervicale e come ogni distorsione, presenta diversi livelli di gravità: il dolore può regredire con il tempo oppure provocare una sintomatologia dolorosa cronica e quindi permanente.

Tra le patologie che interessano la colonna, il colpo di frusta è una delle più comuni.

Vediamo nello specifico quali sono i sintomi, le cause, i trattamenti e come evitare questo infortunio.

Sintomi

I sintomi di un colpo di frusta possono variare per gravità e tempistiche. Talvolta si accusano le conseguenze immediatamente dopo l’infortunio, ma può capitare che gli effetti siano tardivi e comparire solo dopo alcune ore dal trauma.

Nella maggior parte dei casi, subito dopo l’iperestensione articolare, i primi sintomi a cui si va incontro sono:

  • Vertigini: la sensazione in cui il soggetto crede in maniera illusoria che il suo corpo e tutto ciò che lo circonda siano in costante movimento.
  • Acufeni: i tipici ronzii e sibili che il paziente avverte nelle orecchie in assenza di uno stimolo acustico.
  • Parestesie: è l’alterazione della sensibilità degli arti e altre parti del corpo.

Tac colpo di frusta

Subito dopo i primi sintomi, il colpo di frusta provoca dolore al collo e alla parte superiore della schiena, e potrebbe portare con sé anche rigidità e una forte limitazione dei movimenti. Nei peggiori dei casi, tali sintomi possono aggravarsi con lussazioni, fratture vertebrali, assenza di riflessi o debolezza.

Quando la situazione è particolarmente grave già dai primi attimi, il dolore è particolarmente intenso e non si possono eseguire movimenti: sarà allora necessario portare un collare ortopedico per almeno 15 giorni. La gravità della situazione sarà comunque da verificare con degli accertamenti, Tac e radiografie.

 

Altri sintomi tipici del colpo di frusta sono:

  • Dolore alla mano e al polso
  • Dolore associato alla masticazione
  • Mal di testa
  • Nausea
  • Segno di Lhermitte (sensazione di scarica elettrica, che si propaga lungo la colonna vertebrale dopo una flessione del capo)
  • Visione offuscata

Cause

La principale causa del colpo di frusta, come detto anche in precedenza, è l’urto che si genera durante un incidente automobilistico violento, ma può avvenire anche sotto altre circostanze. Durante un tamponamento, il passeggero o il conducente subiscono una forte accelerazione che proietta in avanti il corpo provocando un movimento inusuale. La testa tende a rimanere nella posizione iniziale mentre tutto il resto del corpo viene lanciato in avanti. Proprio come una frusta, il capo è poi proiettato in avanti ad alta velocità. La sequenza dei movimenti produce prima danno da iperestensione e poi danno da iperflessione.

Altri eventi traumatici sono, ancora una volta, legati al mondo sportivo, ma anche incidenti domestici o di altro genere potrebbero causare gli stessi sintomi e provocare questa patologia. A seconda del punto di impatto, i movimenti innaturali possono portare a conseguenze differenti, infatti nel caso di colpo di frusta obliquo, i danni vertebrali sono, la maggior parte delle volte, più consistenti.

Pugni e colpi assestati con forza sufficiente o in un momento in cui la vittima è distratta possono causare le medesime conseguenze. Particolare attenzione dovrebbero fare tutti coloro che praticano sport da contatto quali boxe, kick boxing, judo e simili.

Trattamento: consigli pratici

Quando si subisce un colpo di frusta, spetta al medico curante stabilire una terapia adeguata ad affrontare la patologia. Per questo è consigliato, quando possibile, raggiungere subito il pronto soccorso più vicino, così da determinare l’entità del danno. Generalmente, quando questo non eccessivamente esteso o grave, si ricorre a farmaci antinfiammatori, collarino ortopedico, massoterapia o fisiokinesiterapia.

I medicinali più utili per il trattamento del colpo di frusta sono gli antidolorifici e miorilassanti (FANS), accompagnati da tranquillanti e sedativi (se prescritti) per alleviare il dolore durante la notte.  L’azione combinata di farmaci e collarino ortopedico, insieme al riposo, dovrebbero portare il paziente a superare la fase acuta entro 2-3 settimane.

A questo punto il trattamento procedo con terapie fisiche e riabilitative: contrazioni isometriche volontarie ed esercizi attivi. A compiere queste sarà un esperto che grazie alla sua esperienza potrà accelerare il processo di guarigione. L’obiettivo di queste terapie è portare un maggior afflusso di sangue alla zona danneggiata per rigenerarla in tempi ridotti. Le terapie consigliate possono essere di varia natura, coinvolgendo diversi specialisti, tra cui sicuramente fisioterapisti, massofisioterapisti, kinesiologi, agopuntori e chiropratici.

Colpo di frusta e AgopunturaLa fase riabilitativa dopo questo genere di infortuni è necessaria per poter recuperare in maniera totale. Un mancato lavoro di questo tipo può portare a complicazioni e sfociare nella cronicizzazione del problema.

A chi rivolgersi

Data la natura traumatica del colpo di frusta e il suo improvviso manifestarsi (fatta eccezione per i casi di sintomatologia tardiva), la prima cosa da fare è recarsi al pronto soccorso o chiamare un’ambulanza nel caso in cui non si riescano a fare movimenti. Una volta in struttura sarà il personale a indirizzare il paziente attraverso gli step successivi.

Alla cura di un colpo di frusta parteciperanno diverse figure specializzate: il medico curante che dovrà prescrivere medicinali e tempi di recupero nella fase acuta; fisioterapisti e altri medici altamente professionalizzati per la fase riabilitativa.

Come evitarlo

Il trattamento deve però essere integrato con alcuni accorgimenti da prendere in casa, soprattutto quando il dolore è particolarmente fastidioso. Alcuni di questi consigli sono indicati anche per la prevenzione del colpo di frusta. Questi aiuteranno la guarigione e il rapido recupero, e sono:

  • Evitare di dormire in posizione prona: durante il riposo, avere la testa piegata da un lato può causare, o anche accentuare, il dolore cervicale. Esistono dei cuscini appositamente pensati per far riposare la zona cervicale.
  • Regolare lo schermo del PC: la posizione dovrebbe essere rilassata. È sconsigliato avere lo schermo del PC o anche della televisione posto in modo tale da costringere la testa a movimenti ripetuti o a sforzare la posizione tenendo lo sguardo troppo in alto o troppo in basso. Per il medesimo motivo è consigliabile limitare l’uso del cellulare.
  • Mantenere una postura corretta: sia nella posizione seduta che in piedi, è necessario mantenere conforme alla situazione, evitando posizioni dolorose o scomode. Per agevolare la colonna cervicale si può cambiare spesso posizione.
  • Non sollevare pesi: carichi eccessivi sforzano la colonna vertebrale e accentuano il dolore cervicale.
  • Precauzioni in Auto: il poggiatesta della macchina dovrebbe essere sufficientemente alto da sorreggere il capo all’altezza della nuca, così da mantenerlo nella posizione ottimale di riposo. La schiena deve essere ben aderente al sedile.
  • Praticare Sport: fare attività fisica regolarmente aiuta i muscoli del collo e della cervicale a sostenere meglio gli urti grazie alla maggior forza ed elasticità.

Prevenire un colpo di frusta nel senso di non doverne mai soffrire è impossibile, ma ginnastica mirata e buone abitudini posturali, sia durante il giorno che la notte, possono sicuramente ridurre di molto le probabilità di accusare un colpo di frusta. Seguendo i consigli sopra riportati e, ovviamente, tutte le raccomandazioni del medico, è possibile contrastare la patologia senza ulteriori complicazioni. La diagnosi precoce rimane comunque indispensabile per individuare la criticità del problema e, di conseguenza, intervenire con tempestività e precisione.

Dove trovi un centro specializzato a Roma

In caso di colpo di frusta è bene rivolgersi immediatamente al pronto soccorso, come ricordato più volte, soprattutto in seguito ad incidenti automobilistici.

Per affrontare il problema in maniera completa e professionale, puoi rivolgerti a noi dello Studio FisiomediCal: il nostro staff altamente specializzato è composto da professionisti di altissimo livello.

Ci trovi in zona Flaminio, in via Andrea Sacchi 35, e se vuoi scoprire tutti i servizi che lo studio mette al tuo servizio, puoi chiamare il 06326251337 o scriverci direttamente su Facebook.

Dove fare infiltrazioni al ginocchio a Roma

By | Articoli, news | No Comments

Un’infiltrazione è l’iniezione di un farmaco in una zona specifica del corpo, nel punto esatto dove serve. Questa capacità di centrare il bersaglio è alla base della sua efficacia.

L’infiltrazione al ginocchio, pertanto, consiste nell’inoculazione locale di preparati a scopo terapeutico volti a migliorare i processi degenerativi dell’articolazione del ginocchio.

Un’infiltrazione può essere:

  • intrarticolare: all’interno dell’articolazione malata
  • periarticolare: nello spazio adiacente all’articolazione

Questa pratica è un vero e proprio trattamento, e prende il nome di “terapia infiltrativa”; essa risulta vantaggiosa sia nei pazienti in cui i comuni farmaci antinfiammatori sono controindicati o inefficaci, sia quando i trattamenti fisioterapici non hanno raggiunto l’obiettivo sperato.

L’infiltrazione è anche una buona alternativa all’intervento chirurgico, nonché un mezzo per ritardarlo, data dall’efficacia comprovata nel raggiungimento di risultati positivi con scarso indice di rischi; inoltre la procedura è estremamente breve, tanto da non superare i dieci minuti.

Nel corso degli anni si sono sviluppate diverse tecniche infiltrative; ad oggi, grazie al supporto dell’ecografia, le infiltrazioni all’anca ed al ginocchio possono essere eseguite senza l’utilizzo di mezzi a contrasto, evitando in questo modo l’esposizione alle radiazioni.

A cosa servono le infiltrazioni

Le infiltrazioni di farmaci sono utilizzate prevalentemente nelle patologie articolari e in quelle che colpiscono le strutture periarticolari e i tessuti molli:

I tipi di infiltrazione che si possono eseguire sono molteplici e variano a seconda delle sostanze utilizzate; la scelta è condizionata dalla patologia da trattare e dall’opinione del medico.

Sostanzialmente abbiamo due tipi di infiltrazioni:

  • farmaci, quali acido ialuronico, anestetici locali, cortisone e altri
  • soluzioni biologiche, come le cellule staminali o i fattori di crescita piastrinici

Acido Ialuronico

L’acido ialuronico, o meglio il sodio ialuronato, è una componente naturale del liquido sinoviale e della cartilagine. Esso protegge quest’ultima dalla penetrazione di cellule infiammatorie ed enzimi litici che la degradano in quanto lubrifica l’articolazione e attutisce gli stress meccanici.

Questo tipo di iniezione è noto anche come viscosupplementazione, nome che deriva dalle proprietà visco-elastiche dell’acido ialuronico, appunto.

Questa sostanza viene iniettata per via intrarticolare ed è indicata nel trattamento conservativo dell’artrosi, soprattutto gonartrosi e coxoartrosi, e nelle condropatie.

Numerosi studi internazionali ed ampie casistiche hanno confermato l’efficacia di questa tecnica nel ridurre lo stato doloroso e migliorare la funzionalità articolare.

I principali benefici sono:

  • attenuazione del dolore
  • miglioramento della mobilità articolare
  • prevenzione del degrado cartilagineo
  • effetto antinfiammatorio
  • ricostruzione dello strato amorfo superficiale della cartilagine
  • aumenti della densità dei condrociti, ovvero le cellule della cartilagine

L’efficacia dell’acido ialuronico può durare per oltre 6 mesi e mezzo.

Cortisone

Le infiltrazioni di cortisonici sono utili nel contrasto di patologie articolari, periarticolari e dei tessuti molli e possono essere eseguite sia per via intrarticolare che periarticolare.

L’azione svolta da questa terapia è di tipo antinfiammatorio e antidolorifico, il quale effetto, però, ha la durata circa di un mese.

Esistono due tipi di infiltrazione di cortisonici a seconda degli effetti ricercati e del tipo di patologia di cui si soffre:

  • corticosteroidi ad azione rapida, nel caso in cui si ricerca un effetto immediato o si soffre di processi patologici acuti. L’effetto, però, è meno duraturo.
  • cortisonici ad insorgenza più lenta, per malattie di tipo cronico. In questo caso l’efficacia è maggiormente durevole nel tempo.

In entrambi i casi, oltre al cortisone, al liquido viene aggiunto un ulteriore componente, ovvero un farmaco ad azione anestetica, generalmente la lidocaina.

Antinfiammatori e analgesici

La lidocaina, anestetico locale, può essere iniettata anche singolarmente, come tutti i farmaci antinfiammatori e/o analgesici.

L’iniezione di queste sostanze è utile per:

  • eliminare o ridurre il dolore causato, ad esempio, da osteoartrosi, se iniettate nella zona intrarticolare
  • curare patologie a carico di tendini, legamenti e muscoli, se iniettate nella zona periarticolare

Fattori di crescita piastrinici

Il concentrato piastrinico ricco di fattori di crescita (o PRP, Platelet-Rich Plasma, plasma arricchito in piastrine) è una soluzione biologica che si basa sulla capacità delle piastrine di rilasciare delle sostanze che promuovono la riparazione tissutale e influenzano il comportamento di altre cellule modulando l’infiammazione.

L’efficacia del trattamento si protrae anche oltre i 7 mesi e mezzo.

Questo tipo di infiltrazione viene utilizzato prevalentemente per:

  • lesioni muscolari
  • patologie tendinee croniche come fascite plantare, epicondilite e tendinopatia ischiatica
  • patologie degenerative come gonartrosi, rizartrosi e coxartrosi.

Il PRP si ottiene tramite un comune prelievo di sangue dal quale, dopo un particolare procedimento di centrifugazione, si ricava una concentrazione di piastrine da iniettare nella zona interessata e che favorisce la crescita di sostanze riparatrici.

Nonostante molti professionisti nutrono grandi aspettative in questo tipo di infiltrazioni, non c’è ancora un adeguato numero di studi scientifici che ne dimostrano una reale efficacia.

Richiedi un check-up

 

Sono dolorose?

Una terapia infiltrativa non è particolarmente dolorosa, per questo motivo si effettua senza anestesia.

Nel momento dell’infiltrazione si potrebbe avvertire, oltre alla puntura dell’ago, il cui dolore non è peggiore di quello che si avverte facendo una normale puntura al sedere, un po’ di fastidio a seconda della sostanza che si inietta.

Ad esempio, il cortisone è del tutto indolore, al contrario dell’acido ialuronico che, essendo più denso, provoca maggiore fastidio.

È importante dire che, salvo particolari complicazioni, una volta terminata la seduta di infiltrazione al ginocchio si è in grado di tornare a casa in maniera del tutto autonoma, pertanto non c’è necessità di essere accompagnati per la terapia.

Nelle ore successive all’infiltrazione si può avvertire un lieve dolore; se questo si protrae, può essere contrastato con brevi applicazioni di ghiaccio o assumendo un antidolorifico. È opportuno inoltre evitare attività pesanti per le 24 ore successive all’infiltrazione.

Quante sedute servono

Le infiltrazioni al ginocchio sono dei trattamenti che devono essere svolti in più sedute affinché si arrivi all’obiettivo designato; spesso queste devono essere ripetute nel tempo per mantenere certi standard.

Il numero delle sedute e di cicli varia a seconda della sostanza utilizzata per l’infiltrazione.

L’attività dell’acido ialuronico endogeno diminuisce con il trascorrere del tempo. La durata media è di circa 4/6 mesi per ogni ciclo di infiltrazioni; si consigliano, quindi, due cicli all’anno da 20mg di acido ialuronico, dove un ciclo equivale e 5 sedute (una a settimana), per una durata totale di 5 settimane.

Le infiltrazioni di cortisone hanno, invece, bisogno di un occhio di riguardo maggiore.

In questo caso si consiglia o un’infiltrazione con cadenza settimanale, per un numero di settimane che va da 3 a 5, o 4 infiltrazioni massimo all’anno, a distanza le une dalle altre di almeno un mese di tempo.

Per quanto riguarda i fattori di crescita piastrinici, invece, sono sufficienti 3 infiltrazioni a ciclo.

Controindicazioni

Le infiltrazioni spesso vengono scelte per il basso indice di effetti collaterali, nonostante ciò ci sono dei casi in cui è bene evitarle.

Questi casi sono:

  • infezioni articolari o periarticolari
  • emartro, cioè presenza di versamento di sangue nell’articolazione
  • problematiche della pelle quali eritemi, pustole e psoriasi nella zona da infiltrare
  • allergie alle sostanze utilizzate

Prima di sottoporsi a questa pratica, è necessario, inoltre, informare il medico su eventuali allergie o sensibilizzazioni a farmaci e sostanze utilizzate.

Le infiltrazioni di acido ialuronico, di norma, non hanno effetti collaterali di rilievo, ma non vanno eseguite in presenza di problemi infettivi di origine batterica o virale e se si è in stato di gravidanza o allattamento.

In più, se l’iniezione non viene eseguita in modo corretto si presenta:

  • dolore
  • gonfiore
  • sensazione di calore
  • arrossamento
  • versamento di liquido sinoviale nell’articolazione

Nelle infiltrazioni di cortisone, invece, un campanello d’allarme va acceso sulla durata delle terapie; se queste si prolungano troppo nel tempo, si rischia di aggravare il problema incappando nell’indebolimento di legamenti, ossa e tendini oppure nella formazione di cristalli.

Se l’infiltrazione, invece, non viene eseguita correttamente si può registrare:

  • infiammazione locale
  • dolore
  • arrossamento
  • atrofia cutanea
  • depigmentazione della zona trattata

Gli effetti suddetti si risolvono senza un trattamento adeguati e tendono a scomparire nel giro di 24-48 ore. Non necessariamente si ripetono durante la successiva infiltrazione.

Le infiltrazioni di cortisone, inoltre, sono controindicate a diabetici, ipertesi, immunodepressi, soggetti affetti da grave osteoporosi e soggetti sottoposti a terapie antitrombotiche.

Nel caso di infiltrazioni con fattori di crescita piastrinici, non ci sono effetti collaterali o controindicazioni, ma la scelta di ricorrere o meno a queste sostanze è di stretta competenza medica.

Perché rivolgersi a studio FisiomediCal

Il trattamento infiltrativo può avvenire in un ambulatorio ortopedico, fisiatrico o radiologico, e la procedura viene eseguita da un medico specialista, il quale conosce i punti precisi dell’articolazione in cui fare l’infiltrazione. Nel ginocchio, ad esempio, ci sono ben tre zone possibili.

Se stai cercando un centro specializzato nelle infiltrazioni al ginocchio a Roma Nord, lo studio FisiomediCal è quello che fa per te.

Un team di specialisti ti seguirà per tutto il percorso, consigliando il tipo di infiltrazione più adatto a te e rispondendo a tutte le tue domande.

Lo studio FisiomediCal si trova in zona Flaminio, in Via Andrea Sacchi 35.

Protesi di spalla: cos’è

By | Articoli, news | No Comments

L’articolazione della spalla, anche detta articolazione scapolo-omerale è costituita dalla testa dell’omero simile a una porzione di sfera, e dalla cavità glenoidea, o glena, della scapola, di forma vagamente ovale e poco profonda. Affinché la spalla funzioni bene, intervengono una serie di muscoli e tendini che mantengono la testa omerale accostata e centrata sulla glena.

La protesi di spalla, o artoprotesi, rappresenta il progresso più significativo della chirurgia della spalla negli ultimi 50 anni; è un dispositivo artificiale che va a sostituire le componenti del complesso della spalla, appunto, che sono danneggiate o lesionate.

A cosa Serve 

L’obiettivo principale che si vuole raggiungere attraverso l’implementazione di questo dispositivo è l’eliminazione del dolore e il ripristino dell’ampiezza di movimenti dell’articolazione.

I primi esempi di protesi di spalla risalgono ai primi anni ’50; queste con il tempo si sono sviluppate, fino al punto in cui, oggi, le prestazioni sono migliorate e le componenti omerali sono più conservative e meno invasive poiché “sacrificano” meno osso e quindi ne conservano una porzione più abbondante per eventuali futuri interventi.

I modelli disponibili

Si sono sviluppati vari modelli al fine di soddisfare le esigenze di ogni paziente:

  • Protesi totale di spalla: è la sostituzione totale delle superfici articolari della spalla (testa omerale e glena scapolare) con elementi protesici disponibili in diverse dimensioni e materiali, e possono essere sia cementati che non, a seconda dell’usura dell’osso; se l’osso è usurato si impianta la componente omerale con cemento e viceversa.
  • Endoprotesi di spalla, o emiartroplastica: è la sostituzione della sola testa omerale con una componente protesica costituita da uno stelo sul quale viene adagiata una sfera.
  • Protesi di spalla di rivestimento, o emicefalica: è una soluzione più conservativa e la più facile da trasformare in protesi totale se necessario e consiste nella sostituzione della superficie articolare della testa omerale con una protesi a cappuccio senza stelo. Questo tipo di protesi è valido nel caso in cui la superficie articolare glenoidea è intatta, il collo o la testa omerale non presentano fratture o nel caso di pazienti molto giovani e attivi.
  • Protesi inversa di spalla: in questo tipo di protesi le convessità e concavità articolari vengono invertite, quindi una sfera di metallo viene fissata alla glena e una superficie concava sostituisce la testa omerale. È indicato per chi ha la cuffia dei rotatori gravemente lesionata con conseguente perdita di forza e dell’arco di movimento, per chi ha un’articolazione gravemente artrosica o per chi ha subito un fallimento di un precedente intervento di protesi totale. In questa situazione la condizione indispensabile è che il deltoide sia efficiente.

Materiali

Per quanto concerne i materiali per le protesi, anche questi hanno subito una forte innovazione grazie allo sviluppo di rivestimenti più biocompatibili e rispettosi del tessuto osseo ospite; oggi si utilizzano principalmente leghe di titanio e leghe di cobalto-cromo-molibdeno e polietilene ad altissimo peso molecolare.

Quando serve

Il chirurgo ortopedico può raccomandare l’artroprotesi di spalla in pazienti affetti da dolore alla spalla che diventa grave durante il sonno, da disabilità articolare che interferisce con le attività quotidiane, e in persone la cui spalla è diventata debole o hanno perso l’arco di movimento.

Prima di intervenire chirurgicamente, lo specialista dovrà 

  • esaminare attentamente la storia medica del paziente, 
  • svolgere un esame fisico per la valutazione della forza, stabilità e movimento della spalla, 
  • eseguire una radiografia,
  • in aggiunta eseguire ulteriori esami quali la Risonanza Magnetica (RM) e la Tomografia Computerizzata (TC) per determinare la condizione dell’osso.

L’intervento di sostituzione protesica della spalla, inoltre, deve essere preso in considerazione solo nel momento in cui tutti gli altri trattamenti conservativi e riabilitativi, come le terapie fisiche o le infiltrazioni, sono risultati inefficaci.


Quindi, quando va eseguito l’
intervento di protesizzazione di spalla?

Nei casi di:

  • Osteoartrosi: una malattia degenerativa articolare legata all’età. La cartilagine articolare si assottiglia progressivamente portando allo sfregamento dei capi ossei e, di conseguenza, rigidità e dolore.
  • Artrite reumatoide: una malattia a carattere reumatologico che determina infiammazione cronica della membrana sinoviale, la quale causa danneggiamento alla cartilagine articolare.
  • Artrite post-traumatica: una forma di artrite dovuta ad un grave infortunio alla spalla o da ripetute lussazioni.
  • Necrosi avascolare: una condizione dolorosa che si verifica quando viene interrotto l’apporto sanguigno all’osso, causando la morte delle cellule dello stesso. Questa condizione si potrebbe verificare dopo un utilizzo cronico di steroidi, abuso di alcol, malattie ematologiche o a seguito di una grave frattura della spalla.
  • Gravi fratture: che, se trattate in modo scorretto, possono portare a una progressiva deformazione dell’articolazione.
  • Fallimento di un precedente intervento di sostituzione articolare: a causa di una infezione o dislocazione dell’impianto. 

Come funziona l’intervento

Prima dell’intervento di chirurgia protesica della spalla il chirurgo dovrà condividere con il paziente il tipo di protesi che andrà ad inserire. 

Qualunque esso sia, l’intervento inizia con un’incisione tra il deltoide ed il grande pettorale, per rimuovere le componenti ossee usurate dell’omero e/o della scapola e sostituirle con componenti metalliche.

L’intervento chirurgico viene eseguito in anestesia generale o locale.

Il risultato? Un netto miglioramento del movimento della spalla, nonostante il recupero completo del movimento è raro.

A seguito dell’operazione, alcuni pazienti potrebbero avvertire un po’ di intorpidimento della pelle intorno alla ferita, e di rigidità, soprattutto dopo la rotazione interna del braccio, altri, invece, avvertono dei click di metallo e plastica quando la spalla ruota; tutto ciò è normale. 

Inoltre, poiché la protesi è formata da pezzi che potrebbero attivare i metal detector per la sicurezza, ad esempio in aeroporto, è bene farlo presente nel caso in cui l’allarme si attivi, meglio se mostrando un certificato medico.

La protesi di spalla ha una durata molto lunga ed una buona resistenza al tempo; basti pensare che attualmente oltre il 90% delle moderne protesi totali di spalla funziona bene anche dopo 10 anni, mentre circa l’80% funziona bene dopo 20 anni. 

Il segreto per contribuire al successo finale dell’intervento e far sì che la protesi duri il più a lungo possibile è seguire la riabilitazione post-operazione e averne cura nel tempo.

Quanto dura

L’intervento per l’artoprotesi di spalla dura da un minimo di 1 ora a un massimo di 2 o 3 ore, in base al tipo di paziente, ma ciò che rende lungo il processo è il ricovero, che può durare fino a una settimana, e la preparazione all’intervento.

Preparazione all’intervento

Di solito sono cinque gli step da affrotare prima di arrivare al ricovero vero e proprio e successivamente all’intervento.

Il prericovero inizia con una corretta diagnosi, durante la quale ci si avvale di esami strumentali come radiografia (RX), (RM) o TC alla zona interessata.

Si procede, quindi, con una valutazione medica diverse settimane prima dell’operazione, durante la quale il chirurgo ortopedico programmerà un esame fisico completo con l’anestesista per assicurarsi che il paziente sia in grado di affrontare l’operazione.

Prima di un intervento chirurgico del tipo che stiamo trattando si dovranno eseguire diversi test quali esami del sangue e delle urine, elettrocardiogramma ed eventuali Patch Test specifici per allergia i metalli; tutti elementi utili al chirurgo affinché pianifichi al meglio l’intervento. 

Bisogna poi informare il chirurgo ortopedico e l’anestesista se si stanno assumendo farmaci, in modo da interromperne l’assunzione qualora ce ne sia bisogno.

Infine, è necessaria una valutazione dei denti; è opportuno, quindi, completare tutte le principali procedure dentali prima dell’intervento chirurgico per ridurre il rischio di infezione causato dai batteri che entrano nel flusso sanguigno.

Dopo tutti questi accertamenti si arriva al ricovero vero e proprio, il quale avverrà o il giorno prima o il giorno stesso dell’intervento. 

Le dimissioni dall’ospedale avvengono dal primo al terzo giorno dopo l’intervento, ovvero quando tutti i livelli del sangue si sono stabilizzati.

Richiedi ora un check-up gratuito

 

È doloroso?

Durante l’operazione, grazie all’effetto dell’anestesia, il paziente non avverte dolore.

Quest’ultimo verrà avvertito dopo l’operazione, quando l’effetto dell’anestesia inizierà a svanire. 

In questo caso si fronteggia il dolore con una terapia farmacologica; medici e infermieri somministreranno farmaci in grado di alleviare il dolore, come i farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), gli anestetici locali o gli oppiacei, quest’ultimi con molta prudenza poiché potrebbero provocare disturbi respiratori o dipendenza.

Nelle ore successive all’operazione il paziente può alzarsi dal letto ma solo con adeguata assistenza.

Controindicazioni

L’insorgere di complicazioni durante l’intervento chirurgico è molto raro poiché la chirurgia protesica della spalla è un intervento sicuro; il tasso di complicanze, infatti, si aggira attorno al 6-7%, percentuale che aumenta in presenza di malattie croniche come il diabete.

Nel caso in cui queste si verifichino, provocano un prolungamento del pieno recupero o lo limitano.

Tra le complicazioni possono manifestarsi:

    • Febbre nell’immediato periodo post-operatorio
    • Formazione di ematomi, raccolte di sangue nella spalla operata
    • Paralisi di un nervo, quasi sempre transitorie e conseguenti a stiramenti che possono danneggiare la cuffia dei rotatori e il muscolo deltoide
    • Fratture dell’omero o della scapola a causa di un cedimento dell’osso in questione durante l’inserimento di una componente nella protesi
    • Rischio di infezione in fase acuta, dovuta all’applicazione di impianti artificiali nonostante la profilassi antibiotic. Questo tipo di complicazione si verifica in meno del 2% dei pazienti
    • Instabilità dell’articolazione protesica che porta a lussazione
    • Problema della mobilizzazione, il distacco di una componente protesica dall’osso dovuta al trascorrere del tempo
    • Dolore continuo
    • Lesioni neurovascolari, la lesione di strutture nervose, o vascolari, limitrofe alla zona in cui si è intervenuti
    • Cicatrici cheloidee, sempre più rare grazie ad interventi sempre meno invasivi

Convalescenza

Molto importante è la fase di convalescenza a domicilio, in cui è raccomandato l’uso di un tutore per le prime 2-4 settimane oltre a prestare particolare e attenzione alla ferita chirurgica; a proposito di quest’ultima, fino a quando la ferita non è completamente chiusa e asciutta, è vietato fare la doccia o il bagno in acqua.  

Una componente fondamentale della convalescenza a casa è l’esercizio, soprattutto nelle prime settimane dopo l’intervento, per aiutare a riacquistare la forza in breve tempo e di aumentare, o almeno conservare, l’ampiezza del movimento articolare, migliorarne la precisione e la sicurezza.

Se l’articolazione artrosica è dolente o gonfia, è bene evitare di svolgere gli esercizi.

Per gli esercizi a casa si devono seguire scrupolosamente le indicazioni del chirurgo e del riabilitatore.

I movimenti del braccio, in ogni caso, per le prime 3-4 settimane non devono essere attivi, ma solo passivi, e dovranno essere eseguiti lentamente e in modo che non sopraggiunga il dolore; in più, durante le prime sei settimane si dovrà evitare di posizionare il braccio in posizione estrema.

La guida in macchina non è consentita prima di 4 settimane dall’intervento.

È opportuno sapere, infine, che con una protesi alla spalla non si potranno più praticare attività in cui è previsto lo spostamento di grossi pesi, usare utensili quali zappe, fare sport in cui si richiedono bruschi sforzi, inoltre si dovranno evitare sempre il rischio di traumi e cadute.

Riabilitazione

La buona riuscita della riabilitazione alla spalla dopo un intervento chirurgico di protesizzazione inizia dalla pianificazione dell’intervento e termina solo una volta terminate le sedute di fisioterapia.

Il percorso di riabilitazione potrà essere stabilito solo una volta concluso l’intervento.

Di solito il protocollo riabilitativo si articola in 4 fasi:

  • 1 fase: dura per tutto il primo mese ed è centrata sulla mobilizzazione passiva da parte del fisioterapista
  • 2 fase: va dai 30 ai 45 giorni dopo l’operazione ed è caratterizzata dall’inizio di un lavoro attivo assistito in piscina
  • 3 fase: tra le sei e le 12 settimane si inizia con il rinforzo muscolare attraverso l’ausilio di elastici
  • 4 fase: oltre le 12 settimane e fino a 6 mesi si va a lavorare per potenziare maggiormente la forza muscolare.

Una volta l’anno, è bene vedere il proprio chirurgo ortopedico per una visita e per sottoporsi a radiografia al fine di monitorare periodicamente la condizione della protesi di spalla.

fascite plantari

Onde d’urto fascite plantari: cosa sono

By | Articoli, news | No Comments

La fascia plantare, o legamento arcuato, è un tessuto connettivo fibroso che, partendo dal calcagno, si inserisce in tutte le falangi prossimali.

Circonda e sorregge la parte longitudinale interna del piede, e la sua infiammazione da origine a quella che viene chiamata fascite plantare, la quale, può avvenire per microtraumi ripetuti o per sovraccarico funzionale.

La terapia ad onde d’urto è considerata il trattamento più efficace per eliminare il disturbo.

Essa si basa sull’utilizzo di onde ad elevata energia acustica che vengono trasmesse e diffuse attraverso la superficie del corpo nell’organismo in senso radiale.

A cosa servono

La terapia con le onde d’urto ha lo scopo di migliorare la sintomatologia legata agli effetti della fascite plantare per evitare che essa sfoci nella sua fase cronica.

Quando le onde d’urto, infatti, entrano in contatto con i tessuti, esse aumentano la vascolarizzazione e favoriscono cambiamenti biologici all’interno delle cellule riattivandole e rigenerandole.

Si tratta di un trattamento non invasivo e particolarmente efficace, soprattutto se viene abbinato a terapie manuali, esercizi terapeutici e stretching.

fisioterapia fascite

Quando farle

Per diagnosticare questa patologia sono necessari specifici esami strumentali quali l’ecografia o la Risonanza Magnetica.

In linea di massima, quando si inizia a provare dolore appoggiando il peso corporeo o durante il movimento di flessione del piede, piuttosto che sollevandone la punta, potremmo essere in presenza di fascite plantare.

Il dolore si concentra nella regione calcaneare mediale, ma nei casi di fascite plantare cronica può spingersi fino alle dita del piede.

La conseguenza più diretta e visibile della patologia si concretizza in un appoggio del piede squilibrato che a sua volta può portare ad una postura non corretta e ciò può sfociare in lombalgie o cervicalgie.

Sono dolorose?

Le onde d’urto fanno parte di quei trattamenti che, durante la terapia, possono far provare un leggero dolore al paziente nella parte interessata.

Tale dolore inizia però a scemare durante la terapia stessa e ciò è dovuto ad un abbattimento della soglia prodotto grazie all’effetto antalgico-sedativo del trattamento stesso.

Quanto durano

La durata delle sedute dipende dalla natura e dalla gravità della problematica riscontrata nel paziente.

Il tempo di un trattamento si aggira in media intorno ai 10 minuti, tempistica che può aumentare anche per favorire l’abbattimento della soglia del dolore del paziente.

Prenota una terapia a onde d’urto

Controindicazioni

La terapia ad onde d’urto per la cura della fascite plantare risulta essere sicura e priva di effetti collaterali.

Ci sono però alcune situazioni in cui è sconsigliato sottoporsi alla terapia:

  • durante la gravidanza
  • quando l’età dei pazienti è inferiore ai 18 anni
  • quando i pazienti sono affetti da difetti della coagulazione piuttosto che presentano tumori locali o infezioni
  • quando ci sono elettrostimolatori o pacemaker installati

Dove trovare un centro d’eccellenza per le onde d’urto per le fascite plantari a Roma

Se cerchi un centro specializzato dove poterti sottoporre a delle sedute di onde d’urto per la cura delle spine calcaneari e/o fasciti plantari, Fisiomedical è la soluzione che fa per te.

Il centro medico mette a disposizione del paziente un team di medici altamente qualificati e apparecchiature moderne di ultima generazione.

Dolore al ginocchio laterale interno

Dolore interno al ginocchio: cos’è?

By | Articoli, news | No Comments

Il ginocchio è una delle articolazioni più importanti del nostro corpo. Sostiene tutto il peso corporeo e permette di eseguire una serie di azioni indispensabili per la vita, come camminare, saltare, correre, chinarsi e piegarsi. Sono molte le problematiche che possono riguardare questa articolazione.

Il dolore al ginocchio è un sintomo molto comune, che può colpire chiunque a prescindere dal sesso e dall’età. Ne abbiamo già parlato in un altro articolo prendendo in esame i vari traumi legati a una possibile distorsione o lesioni ai legamenti.

Quando si parla di dolore interno al ginocchio , ci si riferisce alla sensazione dolorosa localizzata nella parte interna dell’articolazione, ossia quella che “affaccia” sul ginocchio opposto. In termini specialistici, il dolore al ginocchio laterale interno è la dolenza alla porzione mediale del ginocchio. “Mediale” è quella parte dell’articolazione più vicina al piano sagittale, ossia l’asse che divide in due metà simmetriche il corpo.

Prima di andare a prendere in analisi le varie cause che possono determinare il dolore interno del ginocchio , è bene fare una rapida panoramica del ginocchio in sé.

Il ginocchio

L’anatomia di questa articolazione è piuttosto complessa. Il ginocchio si pone tra il femore, nella parte superiore, la tibia, in quella inferiore, e la rotula, anteriormente. La sua composizione comprende:

  • Cartilagine articolare: è una membrana che si pone tra tibia, rotula e femore e limita lo sfregamento tra le parti. La degenerazione di questo strato può causare artrosi e altri problemi.
  • Membrana sinoviale: produce il liquido sinoviale, il quale svolge un’azione lubrificante per la struttura interna del ginocchio.
  • Legamenti collaterali, crociati e il tendine rotuleo: predisposti alla stabilità del ginocchio durante i movimenti.
  • Borse sinoviali: contengono un liquido lubrificante simile a quello sinoviale.
  • Menisco interno (mediale) e esterno (laterale): sono i cuscinetti di cartilagine che ammortizzano lo sfregamento nella parte superiore della tibia.

Il ginocchio assolve l’importantissimo compito di sostenere il peso del corpo e di rendere possibili movimenti di estensione e flessione della gamba. Per tale motivo è una parte anatomica particolarmente delicata e dal momento che da essa dipendono numerose azioni quotidiane, un infortunio serio può comportare diversi mesi di stop e di riposo forzato. Passiamo a capire come intuire la gravità dell’infortunio e quali sono le cause dietro al dolore al ginocchio laterale interno destro. 

Cause: da cosa può dipendere

Questo sintomo è piuttosto comune negli anziani e negli adulti e può scaturire da una serie di motivi. Tra i principali sicuramente è possibile contare:

  • Artrosi: si tratta di infiammazione cronica dell’articolazione. Si presenta quando la cartilagine sul femore o quella dei menischi della tibia si degenerano. È una condizione che peggiora col tempo ed è irreversibile. Conosciuta anche come gonartrosi.
  • Artrite reumatoide: questa malattia infiammatoria cronica, che si presenta a causa di un malfunzionamento del sistema immunitario, si manifesta con danni della membrana sinoviale, che, col tempo, portano all’alterazione della capsula articolare.
  • Infortunio al legamento collaterale mediale: anche detto legamento collaterale interno. Questo tipo di infortuni consiste in stiramenti o, nei casi più gravi, lacerazioni del tessuto che costituisce il collaterale mediale. Può essere causato da una distorsione al ginocchio, di cui abbiamo parlato già in un precedente articolo. Particolarmente soggetti a questo tipo di trauma sono gli sportivi e gli anziani.
  • Infortunio al menisco mediale: anche detto menisco interno, è lo strato di cartilagine posto sulla porzione mediale della zona superiore della tibia. Questo tipo di infortuni consistono in lesioni, lacerazioni e in alcuni casi spaccature. Anche qui si parla di distorsioni al ginocchio, ma può essere provocato anche da sollecitazioni improprie ripetute che nel tempo possono portare danni seri.
  • Borsite della zampa d’oca: è l’infiammazione di una borsa sinoviale. La borsa è interposta tra il legamento collaterale mediale e la protuberanza mediale posta sull’estremità che superiore della tibia, conosciuta comunemente come zampa d’oca. Provoca dolore perché la borsa si comprime sulle strutture articolari adiacenti in seguito alla sua infiammazione e quindi al rigonfiamento.
  • Sindrome della plica medio-patellare: la plica è una delle pieghe presenti sulla membrana sinoviale e quando si irrita, si infiamma. Si presenta questa condizione a seguito di un uso eccessivo del ginocchio, come avviene durante determinati allenamenti o movimenti.
  • Contusioni al ginocchio in sede mediale: è un infortunio nella parte interna del ginocchio e, pur non compromettendo l’integrità delle strutture articolari, provoca dolore e fastidi. Può essere causata da cadute o contusioni involontarie.

Tecar al ginocchioChi è più esposto?

Come già esposto in precedenza e in altri articoli correlati, i danni al ginocchio sono spesso rinvenuti in individui che praticano sport con costanza, chi fa lavori manuali di carico e negli anziani. Tuttavia, il dolore interno del ginocchio può colpire chiunque, sia giovani che adulti, sia donne che uomini.

Il ginocchio è un’articolazione sulla quale si sorregge l’intero peso corporeo e che viene costantemente sollecitata attraverso numerosi movimenti quotidiani. I soggetti che conducono una vita sedentaria, pur essendo meno esposti a occasioni di possibili infortuni, devono prestare attenzione dal momento che potrebbero avere, a ragion d’essere, muscoli meno allenati e flessibili.

Rimedi e cure

In caso di dolore interno del ginocchio, le terapie più utilizzate sono solitamente non invasive e sono di tipo conservativo: basta infatti del riposo e alcuni semplici trattamenti da fare anche a casa.

Nello specifico si deve procedere con:

  • Riposo: evitando tutte quelle attività che amplificano il dolore e sforzano l’articolazione.
  • Ghiaccio: applicare sulla parte interna del ginocchio per almeno 15 minuti e 4-5 volte al giorno.
  • FANS: i farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), se assunti nei momenti di maggior dolore, aiutano ad alleviarlo.
  • Fascia Elastica Compressiva: si può acquistare in farmacia o in negozi specializzati e se applicata attorno al ginocchio aiuta a limitare il gonfiore e rende più stabile l’articolazione dolente.
  • Elevazione dell’arto inferiore: procedura utile per ridurre l’afflusso di sangue al ginocchio e di conseguenze il dolore. Molto utile anche per ridurre l’eventuale gonfiore.

Se la terapia conservativa dovesse fallire, è bene rivolgersi al medico di fiducia. In questi casi si opta per trattamenti leggermente più invasivi o, in casi particolarmente gravi, alla chirurgia.

Questi trattamenti possono consistere in un’iniezione localizzata di corticosteroidi (antinfiammatori), l’uso di un tutore, la fisioterapia (tecar, laser, magneto, crioultrasuoni), il drenaggio del liquido in eccesso. Solo se anche queste strade non portano a risultati soddisfacenti, si ricorre alla chirurgia. Le novità in campo medico e le nuove tecnologie permettono di condurre operazioni semplici e dagli ottimi risultati, se effettuate da specialisti esperti.

Quando rivolgersi al medico

Ci si deve rivolgere al medico nel caso in cui il dolore non dovesse passare dopo la suddetta terapia conservativa. Se con il passare dei giorni e dei trattamenti il dolore non si allevia, ci si trova difronte ad una condizione più severa. Se si accusano altri sintomi come rigidità e mobilità limitata, il problema potrebbe essere più grave (distorsioni al ginocchio).

Riabilitazione

La riabilitazione dipende dalla gravità dell’infortunio. Nel caso in cui dovesse bastare la terapia conservativa, l’articolazione potrebbe riprendersi rapidamente, ma se la causa è clinicamente più importante, il processo di recupero potrebbe impegnare diverse settimane. Nei casi di artrosi, purtroppo, non esiste tempo di riabilitazione.

Prevenzione

Dolore al ginocchio Stretching

L’allenamento fisico può aiutare a mantenere i muscoli più flessibili e resistenti agli urti e alle distorsioni, tuttavia prevenire completamente un sintomo come il dolore interno  del ginocchio è particolarmente difficile. La soluzione migliore nella maggior parte dei casi, quando la prevenzione non è sufficiente, è il trattamento precoce: grazie a un intervento tempestivo è possibile ridurre drasticamente i tempi di recupero.

 

 

Dove trovare un centro di eccellenza nel trattamento del dolore al ginocchio interno a Roma

Per ottenere un consulto specialistico o per avere informazioni aggiuntive legate a casi specifici o anche solo se temi di aver riscontrato un problema legato al ginocchio, il team di FisiomediCal è a tua completa disposizione.

Il nostro staff è altamente specializzato e composto da chirurghi specializzati e fisioterapisti, è pronto a rispondere ad ogni tipo di evenienza.

Lo studio FisiomediCal si trova in zona Flaminio, Via Andrea Sacchi n.35.

Per maggiori informazioni e prenotare il tuo appuntamento puoi chiamare al numero: 0632651337

Per rimanere aggiornato con le promozioni e gli ultimi articoli, seguici su Facebook.

piedi onde d'urto spine calcaneari

Onde d’urto spine calcaneari: cosa sono

By | Articoli, news | No Comments

Quando si parla di spina calcaneare si suole far riferimento a quella neoformazione ossea benigna situata nella zona inferiore del tallone.

Tale formazione ossea ha una conformazione a punta, rivolta verso le dita, ed è una calcificazione che si forma nel punto da cui ha origine la fascia plantare.

Si stima che circa il 50% dei pazienti con fascite plantare presentino spina calcaneare.

Essa, infatti, sembra essere una reazione alla stimolazione meccanica della fascia plantare, che aumentando il metabolismo osseo a livello inserzionale, ne determina la crescita di uno sperone osseo, appunto la spina stessa.  Frequente osservare la presenza di spine calcaneari in soggetti con alterazioni delle volte plantari del piede.

La funzione delle onde d’urto nella cura della spina calcaneare può essere spiegata in maniera molto semplice.

Si utilizza un macchinario ad alta potenza di compressione collegato ad uno strumento che ad intervalli espressi in Hz, spinge un proiettile con potenza variabile contro una superficie in acciaio contenuta in un puntale.

A cosa servono

La terapia con le onde d’urto ha lo scopo di migliorare la sintomatologia legata agli effetti della spina calcaneare che molto spesso determina la presenza di una fascite plantare il piu delle volte legata allo scompenso dell’appoggio del piede, nella fase della deambulazione

Il trattamento si pone quindi come operazione non invasiva, di curare la patologia andando non a rompere, ma a lavorare sulla fascia intorno alla neoformazione, allo scopo di attenuare le fibrosi della fascia plantare che spesso possono contribuire al dolore.

Di contro, la soluzione chirurgica spesso non riesce a garantire risultati altrettanto positivi, si rischia infatti di ritrovarsi ad affrontare nuovamente la stessa problematica.

Quando farle

Di solito, quando comincia la calcificazione che porta alla formazione della spina calcaneare il dolore che si avverte è di tipo puntiforme.

Sindrome di Morton roma

Tale dolore è percepito soprattutto in quei momenti della giornata in cui ci si muove dopo essere stati fermi per molto tempo, come la mattina appena svegli piuttosto che dopo essere stati seduti per molto tempo a lavoro.

Se si inizia a provare questa tipologia di dolore anche mentre si cammina, o durante l’attività fisica, è consigliabile prenotare una radiografia del piede in maniera tale da poter inquadrare in maniera più specifica il tipo di problematica di cui si soffre.

A seguito di questi esami, se ci si trova davvero in presenza di spina calcaneare, possono essere prese in considerazione (di comune accordo con uno specialista) due tipologie di trattamento, uno conservativo piuttosto che una terapia chirurgica.

Le onde d’urto fanno parte delle azioni da porre in essere se si sceglie una terapia conservativa.

Sono dolorose?

Le onde d’urto sono un trattamento che può far provare un leggero dolore nella parte interessata durante la terapia.

Nell’ambito del trattamento onde d’urto della spina calcaneare il dolore dopo pochi secondi andrà scemando grazie ad un abbattimento della soglia dovuto all’effetto antalgico-sedativo del trattamento stesso.

Quanto durano

La durata dei trattamenti è direttamente collegata alla natura e alla gravità della problematica riscontrata dal paziente.

Il tempo di una seduta media si aggira intorno ai 10 minuti, tempistica che può aumentare anche per favorire l’abbattimento della soglia del dolore del paziente.

Prenota una terapia ad onde d’urto

Controindicazioni

La terapia ad onde d’urto per la spina calcaneare è un trattamento sicuro e pressoché privo di effetti collaterali.

Ci sono però alcune situazioni in cui è sconsigliato sottoporsi alla terapia:

  • durante la giovinezza e l’adolescenza, ovvero quando vi è la presenza di nuclei di ossificazione non ancora saldati
  • durante la gravidanza
  • quando ci sono elettrostimolatori o pacemaker installati
  • in concomitanza di terapie con anticoagulanti
  • in presenza di neoplasie

Dove trovare un centro d’eccellenza per le onde d’urto per le spine calcaneari a Roma

Se cerchi un centro specializzato in onde d’urto per spine calcaneari e/O fasciti plantari, Fisiomedical è la soluzione che fa per te.

Il centro medico mette a disposizione del paziente un team di medici altamente qualificati e apparecchiature moderne di ultima generazione.

Tendini della spalla: cosa sono, quali sono, a cosa servono.

By | Articoli, news | No Comments

Tendini della spalla: cosa sono?

I tendini sono strutture connettivali, robuste, filamentose e di color madreperla, che legano i muscoli alle ossa o ad altre strutture di inserzione, come la pelle nel caso del viso, consentendo quindi all’apparato tattile di svolgere le sue funzioni.

La relazione che c’è tra tendini e muscoli è quella per la quale più fasci muscolari possono terminare in un solo tendine, ad esempio il muscolo tricipite, o che un muscolo può inserirsi con più tendini su un osso, come le dita della mano.

Poiché trasmettono la forza esercitata dal muscolo e in qualche modo lo sostengono, i tendini sono molto robusti; la robustezza è dovuta ad una sostanza molto resistente chiamata collagene, mentre l’elasticità è data dall’elastina.

I tendini, però, sono più resistenti che elastici; per questo motivo basta uno stiramento del solo 10% per lacerare le fibre tendinee più deboli.

Inoltre, i tendini sono strutture poco vascolarizzate, per cui la rigenerazione è molto lenta; in più il processo di rinnovamento cellulare, che permette ai tendini di adattarsi ai diversi carichi di lavoro, è abbastanza lento.

I tendini non sono tutti uguali; ne esistono di forme diverse e diametri diversi, strutturalmente più resistenti ed in numero variabile, a seconda della parte del corpo in cui si trovano.

Nella spalla, possiamo trovare ben 5 articolazioni oltre a muscoli, legamenti e tendini; questi ultimi sono in quantità numerosa poiché altrettanto numerosi sono i movimenti che questo complesso può compiere.

Nella spalla un importante elemento è la cuffia dei rotatori, un complesso muscolo-tendineo che rende stabile l’articolazione tra scapola e omero grazie alla loro contrazione sincronizzata e permette il movimento del braccio in più direzioni.

Ossa, muscoli e tendini interagiscono tra loro, senza attrito, grazie a due sottilissime sacche, chiamate anche borse, che contengono una sostanza liquida e che proteggono la cuffia dei rotatori.

Oltre alla tendinite della cuffia dei rotatori, c’è anche la borsite, ovvero l’infiammazione di una delle borse, le piccole sacche contenenti fluido che servono a diminuire gli attriti durante i movimenti.

Quali sono e a cosa servono

La funzione principale dei tendini è quella di trasmettere la forza esercitata dai muscoli alle strutture alle quali sono connessi. 

Nella spalla, i tendini li troviamo nel complesso muscolo-tendineo che forma la cuffia dei rotatori.

Quest’ultima è composta da 4 muscoli con i rispettivi tendini:

  • Sovraspinato, che si trova sulla parte superiore
  • Sottoscapolare, nella parte anteriore del complesso
  • Sottospinato, nella parte posteriore
  • Piccolo rotondo, sempre in posizione posteriore

Quali tipi di problematiche possono insorgere

Le problematiche che possono insorgere nei tendini della spalla prendono il nome di tendinopatie, e possono essere:

  • tendiniti, ovvero l’infiammazione di uno o più tendini appartenenti alla cuffia dei rotatori;
  • tendiniti calcifiche, ovvero l’accumulo insolito di depositi di calcio a livello tendineo dovuto al normale processo di invecchiamento e da alcuni fattori meccanici;
  • tenoperiostiti, cioè l’infiammazione della giunzione tra tendinite ed osso;
  • tendinosi, dovute a degenerazione cronica del tessuto;
  • rottura, completa o parziale del tendine.

Quest’ultimo fattore, ovvero la lacerazione del tendine, può avvenire a seguito di tre cause principali

  • Traumatiche; sono le lesioni più frequenti nello sport e negli incidenti. A seguito di una contrazione eccessiva del muscolo, il tendine si strappa causando la lesione.
  • Da conflitto (o sindrome da impingement); sono le lesioni legate a un movimento ripetuto, e talvolta sbagliato, che genera una lenta lesione del tendine, inizialmente parziale e successivamente totale. Altre cause di questa tipologia di problematica sono legate a lavori in cui è necessario sollevare o tenere distese le braccia in alto o in avanti.
  • Atraumatiche; in questo caso la lesione o lacerazione non è dovuta a un trauma, bensì per un indebolimento della struttura a causa di invecchiamento, obesità, vita sedentarie ed abitudini di vita errate, come il fumare.

Prenota un controllo specialistico

Altre cause che possono portare a problematiche legate ai tendini di cui abbiamo parlato sopra sono:

  • Utilizzo di anabolizzanti; aumentano rapidamente la massa muscolare senza però, nello stesso momento, irrobustire il tendine.
  • Dormire sempre su uno stesso fianco, soprattutto in una posizione non ottimale per la spalla.
  • Patologie metaboliche, come il diabete.
  • Schiacciamento del muscolo sopraspinato e del relativo tendine, a causa di una anomala compressione della testa dell’omero nei confronti dell’acromion della scapola.

Le tendinopatie si presentano con un dolore localizzato che rende difficoltosa l’esecuzione di numerosi gesti quotidiani, come guidare o scrivere.

Nel caso di lesioni di tipo traumatico, questi sintomi si presentano immediatamente; al contrario, se la lesione è di tipo degenerativo, il consumo dei tendini avviene gradualmente, così come graduale è la percezione dei sintomi. Per questo motivo è molto più difficile accorgersi della prima lesione piuttosto che della seconda, appena citate. 

Altri sintomi sono

  • Gonfiore
  • Fitte dolorose improvvise
  • Movimenti rumorosi della spalla già dolente
  • Rigidità articolare
  • Dolore percepito nel momento in cui si prova a portare il braccio dietro la schiena
  • Dolore durante l’esecuzione di lavori che richiedono il braccio sollevato, anche in assenza di peso
  • Perdita di mobilità e forza

L’infiammazione o rottura dei tendini della spalla accade principalmente agli sportivi che praticano baseball, canottaggio, sollevamento pesi, basket, rugby, tennis, nuoto e tutti i cosiddetti “sport di lancio”, e questo avviene a causa di movimenti ripetuti che queste tipologie di pratiche sportive impongono agli atleti che le professano.

A chi rivolgersi in caso di problemi

In caso di presunta lesione alla spalla, ci si deve rivolgere a un medico, che svolgerà un’anamnesi medica per capire l’entità della lesione.

Il medico può anche prescrivere una normale radiografia alla spalla per maggiori accertamenti.

Una volta capito se il tendine è lesionato o rotto, si può agire di conseguenza, con rapidità e precisione.

È possibile anche che, per indagare la morfologia dei tendini, venga prescritta un’ecografia e/o una risonanza magnetica per approfondire la situazione.

A seguito di alcuni traumi, può essere richiesto un artogramma, ovvero una radiografia con mezzo di contrasto, iniettato nella spalla, per evidenziare le possibili lacerazioni a strutture come, appunto, la cuffia dei rotatori.

Un test che viene svolto di solito per evidenziare la rottura del tendine sovraspinato è il test di Neer: si solleva la spalla e allo stesso tempo si abduce di 30 gradi, ruotandola internamente. Se si avverte un forte dolore alla spalla, di solito ci troviamo di fronte a una rottura.

È da tenere in considerazione che trascurare una tendinopatia porta a un aggravamento della situazione e, di conseguenza, una maggiore difficoltà per la guarigione.

Dove trovare un centro di eccellenza specializzato nei tendini della spalla a Roma Nord

Lo studio FisiomediCal è un centro di eccellenza specializzato nei tendini della spalla in cui potrai trovare professionalità di alto livello che ti seguiranno per tutta la durata del processo.

Lo studio FisiomediCal si trova a Roma Nord, nel cuore del quartiere Flaminio, in via Andrea Sacchi 35.

Riabilitazione del ginocchio: tecniche, pratiche, tempi, centri d’eccellenza a Roma

By | Articoli, news | No Comments

Riabilitazione del ginocchio: le tecniche

Il ginocchio è l’articolazione più complessa del corpo umano ed anche una delle più soggette ad infortuni perché su di esso grava gran parte del peso corporeo.

La riabilitazione del ginocchio è un insieme di tecniche fisioterapiche ed esercizi che servono a ripristinare i movimenti della suddetta articolazione a seguito di un trauma o un intervento chirurgico.

Queste tecniche variano a seconda del problema da affrontare, più lieve o più impegnativo, ed a seconda della sua natura, ovvero osseo, cartilagineo, legamentoso o tendineo.

La riabilitazione  è una fase chiave perché incide per il 50%, o addirittura 60%, sul successo di ripresa dopo un trauma al ginocchio; non bisogna, dunque, avere fretta di tornare alle attività quotidiane, poiché il rischio è quello di tornare a svolgere tali attività prima di aver compiuto tutto il recupero necessario.

Gli scopi principali di un programma riabilitativo a seguito di un infortunio o operazione per il ginocchio sono:

  • ristabilire la tonicità dei muscoli della gamba
  • ristabilire la forza dei muscoli della gamba
  • recuperare il corretto movimento dell’articolazione
  • rafforzare i sistemi propriocettivi per garantire stabilità statica e dinamica.

Contatta un centro specializzato

Il protocollo riabilitativo  del ginocchio prevede l’interruzione di tutte le attività, sportive e non, che sovraccaricano l’arto; per questo motivo, nelle prime fasi della riabilitazione si consiglia di svolgere esercizi in acqua, quindi in assenza di gravità, o con gravità molto ridotta. Importante il controllo del peso corporeo onde evitare complicanze.

Nel caso in cui si decida di andare in piscina per iniziare gli esercizi di riabilitazione, è da evitare lo stile di nuoto “a rana”, anche se assistito con tavolette o tubi, poiché impone dei movimenti che, oltre a dar fastidio, il corpo non è ancora in grado di compiere.

Le tecniche utilizzate per la riabilitazione del ginocchio sono molteplici.

Gli esercizi più comuni sono quelli di stretching dolce.

Il più semplice è quello per il quale, con l’ausilio di un muro al quale appoggiarsi, si estende la gamba posteriore, fino a quando il ginocchio lo consente.

Altro esercizio consiste nel prendersi posteriormente il piede e tirarlo fino all’altezza del gluteo, flettendo il ginocchio al massimo.

È possibile, inoltre, svolgere degli esercizi attivi sia a corpo libero che contro resistenze specifiche.

Questi si dividono in

  • esercizi di rinforzo, per aumentare forza e massa muscolare sulla gamba. Esercizi per questo scopo sono le isometrie.
  • esercizi di allungamenti miofasciali, utilizzati soprattutto dopo l’intervento al legamento crociato anteriore
  • esercizi di neurodinamica, per mobilizzare il sistema nervoso periferico

Un esempio è il tenere stretto tra le ginocchia un piccolo cuscino di gommapiuma e disegnare dei cerchi nell’aria.

Inoltre, con dei piccoli ausili di cui dispongono tutti nella propria abitazione si possono eseguire anche esercizi più complessi; stiamo parlando dello squat, che, se eseguito appoggiando le mani allo schienale di una sedia e scaricando quindi il peso corporeo sulle mani, non è rischioso per la nostra condizione.

Ulteriore esercizio è quello di stare sdraiati con un cuscino posizionato sotto il ginocchio da riabilitare ed alzare, lentamente e senza troppo sforzo, il piede da terra, facendo così lavorare il ginocchio.

Ci sono poi anche delle tecniche manuali utili alla riabilitazione del ginocchio.

Queste, però, devono essere messe in pratica da uno specialista, pena l’aggravamento della situazione con l’allungamento dei tempi di recupero ed il rischio di una ripresa parziale dopo il trauma o l’operazione.

Stiamo parlando di

  • massaggio, utile per migliorare la mobilità dei tessuti
  • mobilitazioni in AP, efficaci in casi di deficit di flessione del ginocchio
  • mobilizzazione passiva, utilizzata principalmente nella prima fase post-operatoria, dove il movimento del ginocchio è eseguito totalmente dal fisioterapista o da una macchina chiamata kinetec.
  • allungamento muscolare passivo, particolari posizioni che permettono l’allungamento dei fasci articolari
  • mobilizzazioni della rotula: utili per recuperare alcuni deficit di estensione.

I macchinari utilizzati

Oltre alla ginnastica dolce, che può essere fatta autonomamente, e alle manipolazioni del fisioterapista, ci sono anche dei dispositivi e macchinari che aiutano nel processo di guarigione.

Lo strumento più utilizzato per la fisioterapia post-operatoria del ginocchio è il kinetec, già accennato precedentemente.

Il kinetec è una macchina che serve per recuperare la mobilità del ginocchio in tempi brevi, grazie al suo angolo di estensione-flessione che copre il range -5°/115°; questa macchina, inoltre, aiuta a prevenire le lesioni legate all’immobilizzazione dell’arto.

Solitamente il kinetec si affitta, in modo da poterlo utilizzare tranquillamente da casa tutte le volte necessarie, regolandone flessione, estensione, velocità di movimento e pause.

Ci sono poi altre terapie fisiche che prevedono l’uso di macchinari, da parte, però, di uno specialista. Queste sono:

  • l’interix, ovvero un neuro-stimolatore, emette quindi un impulso elettrico attraverso i tessuti, utilizzato per individuare l’area da cui ha origine il dolore, grazie alla capacità di identificare i cambiamenti delle caratteristiche elettrofisiologiche dei tessuti, e ridurlo; viene utilizzato principalmente per il dolore di tipo locale.
  • L’ipertermia, un dispositivo che utilizza radiofrequenza ad alta energia, rilasciando quindi calore, e viene utilizzato principalmente per trattare punti specifici in profondità
  • la laserterapia, con il laser HILT, ovvero ad alta potenza, in grado di portare un grande stimolo biologico in profondità con altissima precisione; a seguito di un bombardamento dei tessuti attraverso fasci di fotoni, l’attività cellulare aumenta, incrementando la circolazione e riducendo il dolore.
  • la tecarterapia, che utilizza radiofrequenze per lenire il dolore, accelerare i tempi di recupero e riattivare la circolazione nell’area interessata
  • gli ultrasuoni, che utilizzano le onde sonore per sollecitare meccanicamente un movimento delle molecole dei tessuti. Conseguentemente, il liquido all’interno di tessuti biologici si muove, riallineando le fibre di collagene e modificando il pH e la permeabilità delle membrane cellulari, le quali facilitano lo scambio e la migrazione dei liquidi.
  • I crioultrasuoni, che sfruttano gli effetti degli ultrasuoni a quelli del freddo.

Contatta un centro specializzato

Gli specialisti coinvolti

Le figure specialistiche coinvolte nella riabilitazione al ginocchio sono

  • il fisiatra
  • l’ortopedico
  • il fisioterapista

Il fisiatra è quella figura professionale, specializzata in riabilitazione motoria, capace di valutare le problematiche dell’apparato muscolo- scheletrico, per poi prevedere un piano di riabilitazione; oltre a problemi dell’apparato in questione che portano a perdita di autonomia parziale e recuperabile o degenerativa, interviene sia nella questione dell’educazione posturale, che nel processo di riabilitazione al ginocchio dopo un trauma o un’operazione.

Nel programma di riabilitazione, il fisiatra è il coordinatore, poiché supervisiona gli interventi del chirurgo ortopedico e del fisioterapista.

L’ortopedico è un medico specialista che si occupa del trattamento di malformazioni e problemi funzionali di ossa, muscoli, tendini, legamenti e nervi; si occupa di infezioni, traumi sportivi, fratture, osteoporosi, slogature, scoliosi ed altri tipi di problematiche legate all’apparato muscolo- scheletrico.

L’ortopedico può anche intervenire chirurgicamente, ma solo dopo aver provato con approcci meno invasivi quali farmaci, iniezioni o la fisioterapia.

Il fisioterapista è la figura professionale medica esperta in riabilitazione motoria e rieducazione posturale; svolge, in via autonoma o in collaborazione, interventi di prevenzione, cura e riabilitazione nelle suddette aree.

Una volta che il fisioterapista ha valutato il problema, può eliminarlo o attraverso manipolazioni fisiche manuali, o con l’aiuto di altre tecniche terapeutiche che prevedono l’utilizzo di macchinari, come la termoterapia, l’elettroterapia e l’idroterapia.

I tempi

A seguito di un trauma o operazione, i tempi di recupero e il periodo di riabilitazione sono diversi a seconda dell’entità e della localizzazione del danno; ad esempio, il recupero totale della stabilità e del movimento del ginocchio dopo un’operazione al legamento crociato è di circa 6 mesi. In caso di distorsione, invece, i tempi saranno minori.

Nell’immediato seguito dell’intervento chirurgico , è bene immobilizzare il ginocchio per circa due settimane attraverso ginocchiere gradatamente articolabili o utilizzando un tutore femoro podalico. La scelta del primo o del secondo varia in base al tipo di problema e deve essere fatta seguendo i consigli di uno specialista.

Nelle prime settimane è necessario svolgere tutti gli esercizi di recupero della mobilità articolare con carico di lavoro nullo, meglio se svolti in acqua.

Solo in un secondo momento sarà possibile introdurre esercizi di stretching e aumentare leggermente il carico di lavoro, fino ad arrivare massimo a 2 kg.

Il lavoro continuerà in questo modo fino al termine della riabilitazione, aumentando gradualmente il carico di lavoro.

Poiché, come già detto, la riabilitazione incide per il 50-60% nel recupero totale del paziente dopo una problematica, è doveroso seguire alla lettera tutto ciò che viene prescritto e raccomandato dallo specialista. Non seguire le sue indicazioni potrebbe portare al peggioramento della situazione con conseguente fallimento del percorso di riabilitazione.

Dove trovare un centro d’eccellenza specializzato nei legamenti al ginocchio a Roma

Se stai cercando un centro d’eccellenza specializzato nei legamenti al ginocchio a Roma Nord, lo studio FisiomediCal è il posto giusto per te.

Un team di specialisti si prenderà cura di te per tutto il percorso, accompagnandoti alla guarigione completa.

Lo studio FisiomediCal si trova in via Andrea Sacchi 35, a Roma, in zona Flaminio.

Legamenti del ginocchio: cosa sono, quali sono, a cosa servono

By | Articoli, news | No Comments

Legamenti del ginocchio: cosa sono?

Il ginocchio è l’articolazione più complessa del corpo umano.

Chiamata anche articolazione femorotibiale, funge da raccordo tra coscia e polpaccio, collegando tibia e femore e permettendo alle gambe di piegarsi, ruotare e distendersi, seppur in maniera limitata.

Il ginocchio è fondamentale poiché le strutture che lo compongono, sostengono   il peso del corpo e permettono all’uomo di sollevarsi, camminare e correre; proprio per questa sua funzione centrale nel movimento è sottoposto a continua usura e soggetto a malattie, malformazioni e degenerazioni.

L’articolazione del ginocchio è composta da:

  • Ossa
    • Femore, l’osso della parte superiore della gamba (coscia)
    • Tibia, l’osso della parte inferiore della gamba
    • Rotula: un osso rotondo che protegge l’articolazione nella parte frontale.
  • Muscoli
    • Quadricipite, il muscolo anteriore legato al femore
    • Bicipite femorale, il muscolo posteriore legato al femore
    • Tibiale, il muscolo legato alla tibia anteriormente
    • Polpliteo, posizionato trasversalmente e posteriormente al ginocchio
  • Menischi, strutture cartilaginee situate tra femore e tibia permettono il rotolamento e lo scivolamento delle superfici articolari l’una sull’altra, aumentando la congruità articolare del piatto tibiale ed evitando usure cartilaginee delle strutture articolari. Possiamo osservarne due:
    • Mediano
    • Laterale
  • Legamenti, bande di tessuto connettivo-fibroso che rendono stabile l’articolazione. In tutto sono quattro:
    • Crociato anteriore
    • Crociato posteriore
    • Collaterale mediale
    • Collaterale laterale

Quali sono e a cosa servono

I legamenti del ginocchio, come abbiamo appena detto, sono delle strutture fibrose che uniscono l’estremità inferiore del femore (distale) a quella superiore della tibia (prossimale).

Questi sono costituiti per il 70-80% da fibre di Collagene di tipo 1, particolarmente resistenti alla trazione, e in percentuale minore da fibre elastiche, molto estensibili (fino al 150% della lunghezza) ma poco resistenti; questo spiega perché i legamenti reagiscono bene allo stretching ma non ai carichi elevati.

I legamenti svolgono una funzione primaria stabilizzante molto importante; stabilizzano, infatti, l’articolazione ed impediscono che le sue componenti ossee perdano il loro corretto allineamento.

Inoltre, ricoprono un notevole ruolo propriocettivo grazie alla presenza dei recettori nervosi parte del sistema nervoso centrale, che indirettamente regolano tono muscolare, postura, equilibrio, coordinazione ed altre attività dei diversi gruppi muscolari.

I legamenti del ginocchio sono quattro:

  • due crociati, anteriore e posteriore, che uniscono la superficie inferiore dell’estremità distale del femore alla superficie superiore dell’estremità prossimale della tibia; risiedono al centro dell’articolazione del ginocchio. Il termine “crociato” deriva dall’incrocio tra i due legamenti per fissare femore e tibia.
  • due collaterali, mediale e laterale, prendono posto uno sul lato interno ed uno sul lato esterno del ginocchio; hanno origine dalle superfici laterali interna ed esterna dell’estremità distale del femore e terminano uno sulla superficie laterale dell’estremità prossimale della tibia (legamento mediale) ed uno sulla cosiddetta testa del perone (legamento laterale).

Vediamoli nello specifico.

Legamento crociato anteriore

Il legamento crociato anteriore (LCA) è lo stabilizzatore statico del ginocchio, e impedisce alla tibia di scivolare in avanti rispetto al femore; è quello che ne limita i movimenti poiché si oppone al moto di dislocazione anteriore del ginocchio, all’iperestensione e alla rotazione interna.

Esso ha origine nell’estremità distale del femore, precisamente nella zona compresa tra la fossa intercondiliare e il condilio laterale, e termina nell’estremità prossimale della tibia, sul tubercolo intercondiloideo anteriore, cioè una particolare porzione del piatto tibiale.

Legamento crociato posteriore

Il legamento crociato posteriore (LCP) ha origine nell’estremità distale del femore, precisamente tra la fossa intercondiliare e il condilio medio e termina nell’estremità prossimale della tibia fissandosi a una prominenza ossea chiamata tubercolo intercondiloideo posteriore, situato sul piatto tibiale in una posizione più arretrata rispetto a quello anteriore (che si lega al LCA).

Il LCP ha il compito di prevenire l’eccessivo scivolamento in avanti del femore rispetto alla tibia e, contemporaneamente l’eccessivo scivolamento della tibia rispetto al femore.

Legamento collaterale mediale

Il legamento collaterale mediale (LCM) nasce all’altezza dell’epicondilo mediale del femore e termina sul condilio mediale della tibia.

Il LCM è anche chiamato legamento collaterale interno poiché è posizionato, come si può intuire, sul lato interno del ginocchio.

Il suo compito è quello di rinforzare il lato interno del ginocchio ed evitare che una spinta eccessiva sul lato opposto possa disallineare, in direzione mediale, il femore rispetto alla tibia o viceversa.

Legamento collaterale laterale

Il legamento collaterale laterale (LCL) nasce all’altezza dell’epicondilo laterale del femore e termina in corrispondenza della testa del perone, l’osso parallelo alla tibia, posto al suo esterno, e più sottile che, nonostante ospiti il capo terminale di un legamento, non fa parte dell’articolazione del ginocchio poiché non comunica con il femore e non supporta il peso che quest’ultimo scarica sulla tibia.

Il LCL è anche conosciuto come legamento collaterale esterno poiché è posizionato sul lato esterno del ginocchio.

Il compito di questo legamento è simile a quello del suo opposto; rinforza, quindi, il lato esterno del ginocchio evitando il disallineamento, in direzione laterale, del femore rispetto alla tibia o viceversa.

Quali tipi di problematiche possono insorgere

Come abbiamo già detto, il ginocchio è l’articolazione più importante del corpo umano e a causa delle varie sollecitazioni a cui è sottoposto ogni giorno, è quello più a rischio di subire traumi in grado di danneggiarlo.

In genere, le problematiche e gli infortuni che avvengono a livello di ginocchio hanno un’origine traumatica, insorgono cioè a seguito di un trauma, e colpiscono maggiormente sportivi e anziani.

Le problematiche ai legamenti possono portare a svariate complicanze tra cui rottura del menisco, infiammazione delle borse sinoviali e artrosi del ginocchio.

Distorsione

La distorsione è un incidente comune che interessa i legamenti e non solo.

I soggetti più colpiti da questo tipo di infortunio sono gli sportivi, specialmente quelli professionisti, che praticano sci, calcio e tennis.

I legamenti più vulnerabili a questo tipo di trauma sono i crociati, l’anteriore più a rischio del posteriore per la sua posizione.

Contattaci per problemi ai legamenti del ginocchio

Lesione

La lesione ai legamenti avviene quando questi vengono sottoposti a stiramenti che superano la massima resistenza delle fibre, sia in valgismo (stress in apertura del margine mediale del ginocchio) e rotazione interna che in varismo (stress in apertura del margine laterale del ginocchio) e rotazione esterna; inizialmente il legamento si stira, successivamente si strappa ed infine si rompe.

Anche qui, i soggetti più colpiti sono gli sportivi di sesso maschile, di età compresa tra 16 e 30 anni, che praticano calcio, pallavolo, sci, pallacanestro, ginnastica e rugby.

Le lesioni possono essere parziali o complete; sono tanto più gravi quanto più intenso è stato il trauma:

  • Grado 0: non si osserva alcun danno anatomico a carico dei legamenti.
  • Grado 1: si ha un trauma di lieve entità che provoca una distrazione del legamento, visibile solo a livello microscopico.
  • Grado 2: abbiamo una rottura parziale del legamento a causa di un trauma di media entità.
  • Grado 3: il legamento è completamente rotto a seguito di un trauma di grave entità.

Assieme alle lesioni dei legamenti può verificarsi un versamento articolare, che provoca o emartro (raccolta di sangue nel ginocchio) o idrarto (raccolta di liquido sinoviale)

Vediamo nel dettaglio le lesioni ai quattro legamenti.

Lesione del crociato anteriore

La lesione del crociato anteriore è dovuta a movimenti di torsione sull’asse verticale con dislocazione anteriore del ginocchio o a un’eccessiva estensione del ginocchio; il meccanismo di lesione più frequente, però, è quello per il quale il ginocchio viene stressato in varo e rotazione interna mantenendo il piede fisso al suolo. Molto spesso, assieme a questo tipo di lesione, si accompagna anche quella al collaterale mediale.

Questo problema si riscontra maggiormente negli sportivi, soprattutto tennisti, calciatori, sciatori e rugbisti. La seconda causa della lesione a questo legamento sono gli incidenti stradali.

Clinicamente il ginocchio si presenta gonfio, doloroso, caldo, impotente ed alcune volte con emartro.

Il LCA, non è vascolarizzato; quindi, una volta lesionato, non si rigenera ma degenera. Una volta cessata l’infiammazione dovuta al trauma è dunque possibile tornare a camminare, muovere il ginocchio e svolgere le normali attività di vita quotidiana evitando di praticare attività sportive da contatto o che richiedano cambi direzionali durante il movimento, come nel calcio o nel basket.

La terapia in questo caso è chirurgica negli sportivi e negli under 40, e si effettua in artroscopia, una tecnica non invasiva, ricostruendo il legamento lacerato mediante alcuni tendini del paziente.

Dopo l’operazione, seguendo un percorso fisioterapeutico, saranno necessari circa un mese per poter nuotare e andare in bicicletta, e circa 6-9 mesi per poter riprendere l’attività agonistica.

Lesione del crociato posteriore

La lesione al crociato posteriore deriva da un trauma antero-posteriore ed è più rara di quella del suo corrispettivo anteriore; nonostante i sintomi siano simili, la diagnosi è più difficile e per questo motivo è utile eseguire una risonanza magnetica nucleare (RMN).

I soggetti colpiti maggiormente da questa lesione sono motociclisti, calciatori e giocatori di football.

La terapia è chirurgica in artroscopia, ma ci sono dei limiti: innanzi tutto i risultati della ricostruzione del crociato posteriore non sono così buoni come quelli del crociato anteriore, inoltre viene richiesto un notevole impegno nella riabilitazione.

Per tali motivi, e per il fatto che la stabilità del ginocchio è garantita soprattutto dal crociato anteriore, questo tipo di lesione si opera solo in casi particolari.

Lesione del collaterale mediale

La lesione del collaterale mediale si ha quando la gamba viene sollecitata, con movimento anormale, in valgo; i più colpiti da questo tipo di lesione sono gli sportivi.

Come soluzione a questo tipo di lesione si può optare sia per il trattamento conservativo che per quello chirurgico, a seconda del livello della lesione del legamento.

Il LCM, essendo molto innervato e vascolarizzato, è in grado di rigenerarsi spontaneamente, purché rimanga in scarico per un tempo sufficiente; per questo motivo nella prima fase della riabilitazione è importante evitare rotazione e movimenti senza l’appoggio del piede a terra.

Lesione del collaterale laterale

Le lesioni al collaterale laterale sono le più rare grazie sia all’elasticità di questo legamento, sia alla presenza di stabilizzatori secondari nella parte esterna del ginocchio che in qualche modo proteggono questo collaterale; le cause le ritroviamo in un trauma in varismo e rotazione del ginocchio.

A livello clinico si osserva una enorme mobilità del ginocchio nelle deviazioni in varo.

A chi rivolgersi in caso di problemi

Nel caso in cui il ginocchio viene sottoposto ad un trauma che porta a distorsione o lesione dei legamenti, per prima cosa è necessario applicare del ghiaccio per contenere l’edema e immobilizzare l’articolazione; se il dolore è alto si possono utilizzare i FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei) per attenuarlo. Subito dopo è necessario presentarsi al pronto soccorso per evitare ulteriori danni.

Seguirà poi una visita dall’ortopedico per eseguire dei test e capire i legamenti coinvolti nel trauma. I test possono essere:

  • Test dii Lachman
  • Test di Jerk
  • Test del cassetto anteriore e posteriore

Successivamente si dovranno individuare con esattezza le strutture danneggiate attraverso una RMN (Risonanza Magnetica Nucleare) o una TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) che danno una panoramica sia sui legamenti, che su eventuali complicazioni a livello di menisco, cartilagine e ossa.

Dove trovare un centro di eccellenza specializzato nei legamenti al ginocchio a Roma Nord

Se ti trovi nei pressi di Roma Nord e cerchi un centro d’eccellenza specializzato nei legamenti al ginocchio, lo studio FisiomediCal è quello che fa per te.

FisiomediCal si trova in Via Andrea Sacchi 35, nel cuore del quartiere Flaminio, ed è caratterizzato da un personale altamente qualificato in ambito sportivo e riabilitativo.