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Cosa sono le lesioni meniscali

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Le lesioni meniscali sono le più comuni lesioni del ginocchio ed interessano, come si intuisce dal nome, i menischi, ovvero quegli elementi di fibro-cartilagine, a forma di “C”, inseriti tra le due ossa del femore e della tibia.

La funzione principale del menisco è quella di assorbire gli urti a cui il ginocchio è sottoposto quotidianamente, distribuendo nel modo corretto il peso sulla cartilagine articolare e permettendo una corretta meccanica di movimento; inoltre, migliorano la congruenza tra i condii femorali, di forma convessa, e la tibia, che ha forma piatta. Per questi motivi il menisco è facilmente soggetto a lesioni.

Una lesione al menisco si riconosce dai sintomi: quello caratteristico è il dolore, il quale può causare perdita di forza del quadricipite, con probabile rigonfiamento dell’articolazione.

Inoltre, possono presentarsi anche blocchi articolari e limitazioni funzionali.

Quali sono

Le lesioni ai menischi possono avvenire a causa di un processo degenerativo, legate a usura articolare, oppure a seguito di distorsioni o traumi di varia origine, i quali colpiscono principalmente i giovani sportivi.

A volte una lesione al menisco si associa a lesioni legamentose, nello specifico al legamento crociato anteriore, e a lesioni della cartilagine articolare.

Le lesioni meniscali vengono distinte in base alla sede ed alla forma.

In base alla sede si distinguono le lesioni:

  • del corno posteriore, riguarda la parte posteriore;
  • del corno anteriore, riguarda la parte anteriore;
  • del corpo meniscale, riguarda la parte centrale.

In genere, però, le lesioni al menisco vengono classificate in base alla forma, la quale risulta essere di aiuto allo specialista al momento della scelta della strategia da adottare per il trattamento.

Questa classificazione prevede, quindi, la distinzione in lesioni:

  • longitudinali, che tagliano il menisco per tutta la sua lunghezza le quali, nel caso in cui non vengono trattate adeguatamente potrebbero diventare “a manico di secchio”, ovvero si potrebbe “aprire” la parte del menisco che connette l’osso del femore a quello della tibia.
  • radiali, cioè quelle lesioni perpendicolari a quelle longitudinali appena viste. Questo tipo di lesione può diventare “a becco di pappagallo” se non viene trattata nel modo giusto;
  • orizzontali, quando la lesione riguarda la superficie, orizzontalmente ad essa. In questo caso, se non curata adeguatamente, questa lesione diventa di tipo “flap”, ovvero quando un frammento meniscale instabile si muove al muoversi del ginocchio. Qui la superficie legata all’osso risulta staccata dal resto del menisco, provocando instabilità.

Diagnosi

La diagnosi di una lesione ai menischi deve essere svolta da un medico dopo aver eseguito tutti gli esami e test necessari alla valutazione.

I test specifici che consentono di valutare l’integrità del menisco sono:

  • test di Apley o Grinding test;
  • test di McMurray;
  • palpazione della rima articolare.

Test di Apley

Nel test di Apley il paziente è prono ed ha il ginocchio flesso di circa 60°; da questa posizione il medico o ortopedico, tenendo ferma la parte posteriore della coscia, preme la pianta del piede comprimendo l’articolazione e successivamente ruota la tibia all’interno e all’esterno.

In caso di lesione al menisco, la rotazione e pressione della pianta del piede provocano dolore; se il soggetto ha una lesione al menisco interno, la rotazione esterna della tibia causerà dolore all’articolazione, se si tratta di una lesione al menisco esterno, sarà la rotazione interna ad accentuare il dolore.

Test di McMurray

Il test di McMurray, invece, è molto più delicato e non deve essere eseguito durante la fase acuta perché, nel caso in cui sia presente una lesione del legamento collaterale, la rotazione eseguita durante il test potrebbe peggiorare la situazione, oltre a dare un falso positivo al test.

Il test si esegue con il paziente supino. Il medico ferma con una mano il tallone e con l’altra sostiene la parte inferiore del ginocchio, cercando di farlo estendere completamente in contemporanea alla rotazione della tibia sia verso l’esterno che verso l’interno.

Se il paziente, durante l’esecuzione di questi movimenti, percepisce del dolore allora sarà presente una lesione a carico dei corni meniscali posteriori. Tale parte del menisco scivola all’indietro quando si flesse il ginocchio e viene compressa tra la superficie prossimale della tibia e i condili del femore.

Il dolore, quando il ginocchio viene sottoposto ad un’estensione forzata fa supporre una lesione dei corni meniscali anteriori. In questo caso i menischi slittano in avanti, mentre i corni meniscali anteriori vengono compressi tra i condili tibiali e femorali.

Quando il ginocchio viene posizionato a 90°, se si presenta del dolore allora la lesione comprenderà il corpo meniscale.

Palpazione della rima articolare

Infine, la palpazione della rima articolare, prevede la digitopressione sull’articolazione, a livello della cosiddetta “rima”, ovvero quello spazio apparentemente vuoto tra le due strutture ossee. Una rima articolare ridotta è indice di problemi alla cartilagine sia per usura che per altre cause.

In aggiunta a questi test diagnostici il medico può richiedere ulteriori esami strumentali quali:

  • radiografia, per valutare la presenza o meno di eventuali fratture o lesioni ossee associate;
  • risonanza magnetica, per osservare la presenza e gravità delle lesioni legamentose e cartilaginee.

Cura

La terapia per una lesione al menisco varia a seconda del tipo di lesione e della gravità.

Una lesione al menisco può essere trattata in due diverse maniere:

  • conservativo;
  • chirurgico.

Il trattamento conservativo è il più indicato come primo trattamento da seguire; nel caso in cui questo non porti ai risultati sperati, oppure nei casi di giovane età del paziente, blocco articolare o lesione traumatica, si passa al trattamento chirurgico.

La cura di tipo conservativo consiste in:

  • riposo;
  • crioterapia o applicazione del ghiaccio, per ridurre il gonfiore e dolore locale;
  • utilizzo di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) per tenere sotto controllo il dolore;
  • fisioterapia;
  • terapie fisiche, che agiscono riducendo il dolore ed alleviando i sintomi.

La chirurgia, invece, può essere eseguita con tecnica artroscopica, mediante due piccole incisioni, oppure con la tecnica a cielo aperto, ma solo nei casi di lussazione della rotula o gravi lesioni della capsula articolare.

Infine, in alcuni casi selezionati, l’unica opzione terapeutica è rappresentata dal trapianto di menisco; questa alternativa deve essere discussa con un medico e ortopedico specialista, dopo aver appurato che non ci sono altri percorsi percorribili.

Riabilitazione

La riabilitazione è di rilevante importanza poiché permette il recupero completo della funzionalità e dell’articolarità del ginocchio sia a seguito di un intervento chirurgico, sia dopo il riposo dell’arto, elemento necessario per il trattamento conservativo.

Il percorso riabilitativo, infatti, prevede lo svolgimento di esercizi adatti alla situazione del menisco, e da svolgere gradualmente, che mirano al recupero della mobilità e del tono muscolare della coscia.

Per ciò che concerne il periodo post-operatorio, il paziente può tornare a camminare con l’ausilio di stampelle una volta che sono trascorse 24 ore dall’intervento; mentre per il recupero totale della mobilità articolare si stimano circa 2 settimane, periodo in cui molto spesso è necessaria qualche seduta di fisioterapia.

La fisioterapia è utile per accelerare il recupero dell’articolazione dopo l’operazione e si svolge con sedute di elettrostimolazioni oppure con esercizi di stretching o ancora con esercizi mirati al recupero della propriocettività del ginocchio.

Dopo 2-7 giorni dall’operazione in artroscopia è possibile riprendere il lavoro, se si tratta di lavoro sedentario, altrimenti sono necessarie 3 o 4 settimane; è inoltre necessario aspettare lo stesso tempo prima di iniziare a correre o a praticare uno sport di contatto, come il calcio.

Le stampelle, generalmente, vengono lasciate dopo circa 14 giorni dall’operazione e coincide con la possibilità di riprendere la guida.

A chi rivolgersi

Se, al momento del trauma, si avverte una sensazione di rottura interna del ginocchio seguita da dolore acuto e, in alcuni casi gonfiore, ci si deve immediatamente rivolgere al medico di base, il quale farà una prima diagnosi e, a seconda dell’esito, indirizzerà il paziente verso un ortopedico specialista.

L’ortopedico, attraverso opportune manovre quali il “Test di McMurray” e altri, saprà dare l’esatta diagnosi; in alcuni casi può essere richiesto un ulteriore esame strumentale come radiografia o risonanza magnetica, al fine di escludere eventuali lesioni ossee o dei tessuti molli.

Una volta diagnosticata una lesione al menisco, è opportuno rivolgersi a un fisioterapista per il percorso riabilitativo sia dopo l’intervento che il riposo dell’arto in questione.

Il fisioterapista, attraverso terapie fisiche e ginnastica ad hoc, è un valido aiuto nella guarigione e nell’accelerazione dei tempi di recupero, nonché di un miglior recupero.

Dove ci trovi a Roma

Se stai cercando un centro specializzato nelle lesioni del menisco, lo studio FisiomediCal è il posto che fa per te.

Lo studio FisiomediCal è composto da un team di specialisti a tua disposizione per risolvere il tuo problema al menisco e per consigliarti al meglio il percorso da seguire.

Per una visita, per una consulenza o per intraprendere un percorso fisioterapeutico presso il nostro centro, chiama il  Numero Verde 800.096690 o vieni a trovarci in Via Andrea Sacchi n.35, in zona Flaminio vicino a Piazza Mancini.

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Epicondilite: il gomito del tennista

Cos’è l’Epicondilite

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L’Epicondilite è una patologia comunemente nota come “gomito del tennista” ed è un’infiammazione dolorosa dei tendini che collegano i muscoli dell’avambraccio, che hanno origine dall’epicondilo, alla parte esterna del gomito.

Nonostante il nome molto evocativo, non sono solamente i tennisti a soffrire di questo male, ma anche chi svolge attività lavorative o sportive che prevedono il piegamento sia anteriore che posteriore del gomito, in modo energico e ripetuto. La ripetizione del movimento può essere la causa dell’epicondilite, che tuttavia, può presentarsi anche in seguito a movimento improvvisi o danni diretti.

Questo disturbo piuttosto comune può aggravarsi e diventare decisamente invalidante se non viene trattato con tempestività. Dal momento che può facilmente essere scambiato per una semplice contusione, vediamo insieme quali sono i sintomi e le cause principali dell’Epicondilite così da non essere colti impreparati.

Sintomi

Come detto in apertura, il dolore derivante dall’Epicondilite è localizzato nella parte esterna del gomito e si irradia verso la parte esterna dell’avambraccio, fino a raggiungere la mano. Oltre al dolore, è ben evidente nella maggior parte dei casi, il gonfiore localizzato nello stesso punto.

Solitamente ad essere più colpito è l’arto dominante e il disturbo si palesa in modo incontrovertibile quando chi ne soffre prova ad afferrare e stringere un oggetto, o quando compie determinati movimenti. Per fare alcuni esempi, il dolore è forte quando si cerca di aprire una bottiglia o un barattolo, quando si gira la maniglia di una porta e, ovviamente, quando si gioca a tennis.

Tuttavia, il dolore e il gonfiore non sono gli unici campanelli d’allarme ai quali fare caso: la debolezza è comune nei pazienti affetti di Epicondiliti e di conseguente, accade di non riuscire a mantenere la presa sugli oggetti che si stringono.

Se la patologia non è trattata con i giusti tempi, potrebbe aggravarsi provocando una rigidità dell’articolazione, dovuta a calcificazioni, osteofiti e degenerazione del tendine.

Per fare un breve e chiaro riassunto, quindi, i sintomi principali dell’epicondilite sono:

  • Dolore al gomito che si irradia fino alla mano;
  • Gonfiore e/o arrossamento del gomito;
  • Senso di debolezza nella presa;
  • Difficoltà a compiere gesti quotidiani;
  • Difficoltà nella mobilitazione del braccio.

Cause

L’Epicondilite sorge, nella maggior parte dei casi, da un uso eccessivo e reiterato del gomito. La dicitura “gomito del tennista” evoca la giusta immagine della causa principale di questo disturbo. Il movimento tipico che si esegue durante una partita a tennis per colpire la palla con la racchetta, sforza in maniera continuativa e decisa l’articolazione e porta all’epicondilite.

Tennista al ServizioA essere esposta al trauma è la porzione dei muscoli epicondilei estensori dell’avambraccio, i quali hanno origine dall’epicondilo laterale del gomito. Il disturbo è causato da un’infiammazione a danno non solo dei muscoli ma anche dei tendini che regolano e contengono il movimento, i quali sono anche responsabili della mobilità estensoria del polso e delle dita della mano.

È stato dimostrato che un danno diretto o una serie ripetuta di microtraumi, possono causare questo genere di lesioni. Solitamente avviene a seguito di un movimento innaturale e scorretto dell’avambraccio.

Soggetti a Rischio

Chiunque può accusare un’epicondilite, senza distinzioni di età, sebbene le fasce più colpite sono comprese tra i 30 e i 50 anni.

Sportivi

Devono fare particolare attenzione tutti coloro che praticano attività sportive e professionali che prevedono movimenti ripetitivi di mani e polsi. Per fare alcuni esempi di sport:

  • Squash;
  • Badminton;
  • Lancio del Peso o del Giavellotto;
  • Scherma;
  • Golf.

Categorie professionali

Mentre alcune delle categorie professionali più a rischio sono:

  • Idraulici;
  • Muratori;
  • Carpentieri;
  • Cuochi;
  • Macellai;
  • Falegnami.

Trattamento

Se il disturbo si presenta a causa di una delle attività sopra citate o simili, è bene interromperle immediatamente fino al miglioramento. In quanto condizione autolimitante, l’epicondilite tenderà alla guarigione spontanea, ma se dopo un periodo di riposo la situazione non porta miglioramenti, è consigliabile rivolgersi ad un medico.

Generalmente i dolori provocati da questo disturbo possono durare settimane o addirittura mesi. Fortunatamente esistono diversi trattamenti che aiutano ad alleviare il fastidio e accelerare i tempi di guarigione.

Terapia Conservativa

Il trattamento conservativo è quello più diffuso e si traduce nella guarigione per l’80-95% dei casi. Tuttavia, un’epicondilite non trattata adeguatamente può diventare recidiva o addirittura cronica.

Ignorare il problema e continuare con le attività, sportive o professionali che siano, è la principale causa dell’aggravarsi di questa condizione. Per tanto è bene interromperle fino a completo recupero.

Un espediente di primo intervento è l’applicazione di impacchi freddi applicati contro il gomito per pochi minuti, più volte al giorno. Questo aiuta a lenire il dolore e può ridurre l’infiammazione.

Se non fosse sufficiente è possibile utilizzare farmaci antinfiammatori (FANS) come l’ibuprofene. Lo ripetiamo spesso nei vari articoli, ma l’assunzione di tali medicinali è consigliabile solo se concordata col medico curante, a causa di effetti collaterali che potrebbero colpire il paziente, come nausea o diarrea. Per aggirare questo problema si può optare per antinfiammatori in formato gel o crema da applicare direttamente sulla zona interessata.

Fisioterapia

Se la terapia conservativa non dovesse essere sufficiente, si può procedere con la Fisioterapia. Grazie a particolari tecniche, eseguite da professionisti, è possibile alleviare il dolore e ridurre la rigidità. Il fisioterapista può consigliare una serie di esercizi che il paziente può eseguire a casa, utili per accelerare la guarigione. Inizialmente potrebbe essere richiesto l’utilizzo di un tutore per epicondilite.

Solo in casi particolarmente ostici si eseguono delle infiltrazioni con l’obiettivo di ridurre il dolore. Se i sintomi persistono anche dopo periodi lunghi di terapia conservativa e fisioterapia, si sceglie la strada della chirurgia.

Chirurgia

Gli interventi chirurgici per trattare il gomito del tennista variano da paziente a paziente e a seconda dei casi. Generalmente consistono nella rimozione della porzione di tessuto osseo danneggiata, o nella disinserzione parziale dei tendini estensori interessati. In alcuni casi potrebbe essere necessario scegliere la scarificazione con cruentazione locale dell’epicondilo, ossia sottoporre l’osso a una serie di perforazioni multiple che garantiscono al paziente un maggiore afflusso di sangue e una guarigione più rapida.

La chirurgia si svolge in giornata e non richiede un pernottamento in ospedale, sebbene sia previsto un periodo di riabilitazione di durata variabile.

Prevenzione

Spesso chi soffre di Epicondilite è un individuo che per sport o lavoro deve fare determinati movimenti. Limitarsi ad evitarli, evidentemente, non è possibile in determinati contesti. Per questo, fortificare la muscolatura del braccio e dell’avambraccio è la scelta più saggia per evitare e prevenire questo disturbo.

Si possono eseguire diversi esercizi utili a questo scopo e online è possibile trovare tutorial e consigli su come eseguirli al meglio senza rischiare di incorrere in altri tipi di problemi.

A chi rivolgersi

Nel momento in cui si riconoscono i sintomi tipici dell’epicondilite, è bene interrompere le attività e rivolgersi al medico di fiducia per un consulto specialistico. La prima diagnosi, che consiste in una serie di test, come la palpazione della zona dolorante e la sollecitazione del polso e della mano con test specifici (Cozen e Mills), serve per valutare l’entità dei sintomi. Il medico, in seguito, in base ai risultati ottenuti e dove lo ritiene necessario, può indirizzare il paziente in strutture specializzate e attrezzate per il trattamento dell’epicondilite.

Dove ci trovi a Roma

Lo Studio FisiomediCal è altamente preparato a trattare i casi di Epicondilite, poiché può vantare alcuni tra i migliori fisioterapisti e medici chirurghi specializzati. Grazie alle migliori tecnologie all’avanguardia e alle tecniche più innovative può garantire un trattamento eccellente, sia per il gomito del tennista che per molte altre patologie.

Ci troviamo in Zona Flaminio, a Roma, in Via Andrea Sacchi n.35. Per un consulto medico o per ricevere maggiori informazioni chiama il numero 06326251337.

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Cosa sono le osteocondriti giovanili

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Le osteocondriti o osteocondrosi giovanili sono delle patologie, di causa sconosciuta, nelle quali si verifica un’alterazione del normale processo di accrescimento cartilagineo ed osseo, e tendono ad evolvere lentamente e spontaneamente verso la guarigione.

La patologia è tipica dell’età dell’accrescimento e dell’adolescenza; nel caso in cui questa si presenti in età adulta, la causa è legata a un’attività sportiva o lavorativa particolarmente intensa in cui si è soggetti a traumi continui e ripetuti.

Le osteocondriti giovanili riguardano i nuclei epifisari ed apofisari di quasi tutte le ossa, in particolar modo di quelle degli arti inferiori e che compongono un’articolazione cartilaginea; interessa, dunque, quelle ossa provviste di epifisi, ovvero l’estremità tondeggiante delle ossa lunghe, e di un’apofisi, cioè la parte sporgente di un osso che generalmente serve come punto di inserzione di un muscolo.

In breve, questa sindrome di carattere degenerativo consiste nella frammentazione, sia ossea che cartilaginea, di una piccola parte terminale dell’osso, creando così un corpo osteocartilagineo libero, il quale genera dolore.

Pertanto, le zone articolari maggiormente interessate sono:

  • il ginocchio;
  • l’articolazione coxofemorale;
  • l’articolazione stragalo- scafoidea;
  • il gomito.

Tuttavia, il termine “osteocondrite” non è corretto poiché queste patologie non hanno un’origine infiammatoria, bensì da alterazioni necrotico-degenerative.

Le osteocondriti giovanili: classificazione

Le osteocondrosi giovanili, solitamente, vengono distinte a seconda della sede interessata dal processo patologico, queste possono, però, essere classificate in 3 gruppi principali:

L’incidenza sulla popolazione generale dell’osteocondrosi è di poco inferiore al 2%.

Le osteocondrosi giovanili hanno un decorso generalmente benigno dovuto alla regressione dei processi di necrosi; in questo caso l’ossificazione riprende in modo normale.

In altri casi, tuttavia, le alterazioni di tipo morfo-anatomico rimangono nel tempo.

È possibile distinguere 4 stadi di osteocondrosi:

  • nel primo stadio si nota un piccolo appiattimento dell’osso nel punto di lesione. La lesione è stabile e la prognosi è positiva:
  • nel secondo stadio si inizia a distinguere il frammento, ma nonostante ciò la lesione rimane stabile e la prognosi è buona;
  • nel terzo stadio il frammento è quasi del tutto staccato, la lesione è instabile e la prognosi non è favorevole;
  • nel quarto stadio il frammento osteocartilagineo è del tutto staccato e vaga nell’articolazione. La prognosi, anche in questo caso, non è favorevole.

Sintomi

I sintomi dell’osteocondrite giovanile evolvono e si aggravano molto lentamente.

Tra i sintomi principali emergono:

  • dolore localizzato sull’articolazione colpita;
  • gonfiore;
  • indolenzimento localizzato;
  • idrartro, ovvero versamento articolare;
  • blocco articolare, il quale avviene in maniera progressiva.

Inizialmente il dolore è di scarsa intensità e di durata intermittente, così come le articolazioni sono bloccate solo in parte; anatomicamente, il sopraggiungere di questi sintomi coincide con l’inizio della frammentazione della parte terminale dell’osso, l’iniziando quindi il processo di creazione dei futuri frammenti ossei.

Il peggioramento dei sintomi richiede mesi, se non anni; in questo periodo, se non scoperti in tempo, i frammenti osteocartilaginei diventano dei veri e propri corpi liberi all’interno dell’articolazione; è questo il momento in cui il dolore inizia ad essere persistente ed intenso e le funzioni articolari sempre più limitate. In questo caso è necessario il trattamento chirurgico.

Diagnosi

La diagnosi, per poter intervenire in modo non invasivo sull’osteocondrosi giovanile ed evitare l’aggravamento delle lesioni ossee, deve essere precoce.

Il primo esame diagnostico è l’analisi della mobilità articolare, test nel quale si valuta l’angolo di estensione di un’articolazione; nel caso in cui l’angolo risulta ridotto rispetto al normale, si può sospettare di osteocondrite.

Altro esame fondamentale è la risonanza magnetica, poiché permette di mostrare lo stadio di gravità dell’osteocondrosi, elemento fondamentale per pianificare una terapia efficace.

Inoltre, per una diagnosi maggiormente accurata, sotto indicazione del medico, è possibile sottoporsi a:

  • radiografia;
  • ultrasonometria ossea;
  • tomografia assiale computerizzata.

In base ai risultati si andrà a stilare un percorso di fisioterapia mirato.

Cause

Ancora oggi l’eziologia è ancora oggetto di studio.

Si ritiene, però, che alla base delle osteocondriti giovanili ci sia un processo di necrosi, ovvero di morte dei tessuti, il quale causa inizialmente l’indebolimento dell’osso ed in seguito la frammentazione dello stesso.

Il fattore scatenante della necrosi, nel caso delle osteocondriti giovanili, è un’ossificazione intensa, tipica dell’età evolutiva.

Trattamento

Il trattamento delle osteocondriti giovanili può essere di tre tipi:

  • conservativo;
  • chirurgico;
  • farmacologico.

Il trattamento conservativo è perseguibile quando non sono coinvolte le articolazioni; in questo caso basta la sola protezione dell’aerea e la messa in atto di comportamenti corretti, come il tenere a riposo la parte colpita, prestando un’attenzione particolare alla pratica dell’attività sportiva, pratica che deve essere sospesa nel caso di sport in cui è previsto il contatto fisico.

Questa terapia, quindi, consiste nel:

  • riposo da attività intensa fisica o lavorativa per 6-8 settimane;
  • fisioterapia;
  • immobilizzazione con gesso assieme all’utilizzo di stampelle specifiche;
  • assunzione di integratori a base di calcio o multivitaminici per favorire il processo di riossificazione.

Consigliato è l’uso di tutori per prevenire la comparsa di deformità secondarie e ridurre lo stress meccanico a carico dell’articolazione, o parte osteocartilaginea, colpita.

Si interviene chirurgicamente in artroscopia, invece, quando il trattamento conservativo non risulta efficace o quando lo stadio della malattia è talmente avanzato da essere disabilitante per il paziente; ci troviamo, in questo caso, nelle fasi tre e quattro della malattia.

Lo scopo della chirurgia è quello di:

  • recuperare il frammento, nel caso in cui non si fosse ancora del tutto staccato, terza fase;
  • eliminare i frammenti ormai distaccati dall’osso, quarta fase.

Infine, c’è il trattamento farmacologico, assieme a crioterapie, il quale non risolve il problema, ma è utile per alleviare alcuni sintomi quali il dolore.

Qualunque sia la cura seguita, è importante non sottovalutarla poiché, una guarigione parziale, porta alla comparsa di disturbi cronici, o alla ridotta funzionalità dell’articolazione.

Generalmente, lo scopo principale di qualsiasi trattamento è quello di ridurre i sintomi dell’osteocondrite e la loro durata, quindi eliminare il dolore e consentire i movimenti articolari naturali per il maggior tempo possibile.

Inoltre, la terapia mira a:

  • proteggere l’area colpita da ulteriori traumi;
  • prevenire la comparsa di deformità secondarie;
  • promuovere la riossificazione;
  • ridurre lo stress meccanico dell’osso durante il processo di riossificazione;
  • rimuovere i frammenti staccatisi dall’osso e diventati ormai corpi mobili;
  • compensare le deformità ossee riparate.

Le forme di osteocondrosi dell’età giovanile, però, tendono a risolversi spontaneamente e la prognosi, pertanto, è buona; tuttavia non vanno sottovalutate.

Prevenzione

Prevenire l’osteocondrosi giovanile non è possibile poiché la natura della patologia è dovuta a alterazioni necrotico-degenerative, e non traumatica o infettiva.

È possibile, però, intervenire per tempo sulla patologia la fine di evitare il peggiorare della situazione; una diagnosi precoce, inoltre, permette di intervenire con il trattamento conservativo e di favorire una migliore e più rapida guarigione.

Alla comparsa dei primi sintomi, pertanto, ci si deve rivolgere a uno specialista, in modo di agire per tempo sul problema.

A chi rivolgersi

Quando il bambino o l’adolescente, in assenza di traumi, lamentano i sintomi tipici dell’osteocondrite giovanile, è bene consultare immediatamente il pediatra o il proprio medico di base per un consulto ed un primo esame diagnostico, fondamentale per una corretta diagnosi.

Il medico, inoltre, potrà richiedere degli esami più approfonditi quali lastre, risonanza magnetica o TAC, per confermare la diagnosi o determinare lo stadio della malattia.

In base ai risultati del test si andrà a decidere il tipo di terapia da seguire se conservativa o chirurgica.

Nel caso in cui il medico consiglia una terapia conservativa, è bene recarsi presso un fisioterapista specializzato nelle osteocondrosi giovanili il quale indicherà il percorso fisioterapeutico migliore che porti il prima possibile ai risultati sperati.

Dove ci trovi a Roma

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nevralgia occipitale

Cos’e’ la nevralgia occipitale

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La nevralgia occipitale, chiamata anche nevralgia di Arnold, è una particolare tipologia di cefalea che fa parte del gruppo delle neuropatie craniali come la nevralgia trigeminale.

Essa, quindi, ha origine neurologica ed il dolore risulta essere localizzato nella regione occipitale e può estendersi alla parte anteriore del capo fino alla regione oculare.

I soggetti affetti da nevralgia occipitale soffrono di ricorrenti episodi di crisi dolorose, sia acute che intense, intermittenti o continue.

Sintomi

I principali sintomi della nevralgia occipitale sono i suddetti episodi di dolore acuto che viene spesso descritto come tagliente ed insopportabile che alle volte arriva a coinvolgere il sopracciglio e la parte posteriore dell’occhio.

Quando questo accade è possibile che il soggetto in questione inizi a vivere fenomeni di visione offuscata e, nella maggior parte dei casi, tale dolore è di tipo unilaterale.

Non di rado, quando ad essere coinvolti sono entrambi i nervi occipitali, la tipologia del dolore può anche essere bilaterale.

Ulteriori sintomi della nevralgia occipitale sono:

  • dolore improvviso, e più o meno violento, nella zona interessata;
  • rigidità dei tessuti miotendinei e dei nervi stessi nei loro punti di emergenza o di passaggio superficiale;
  • l’intensificarsi del dolore quando si effettuano dei movimenti rapidi come girare la testa, poggiarla su un cuscino o lavarsi i capelli;

Diagnosi

Quando si parla di Nevralgia Occipitale non bisogna certo dimenticare che si tratta di una condizione clinica complessa che può essere confusa con altre forme di cefalea o con disordini miofasciali o articolari di origine cervicale.

Ragion per cui, prima di fare una diagnosi occorre prestare molta attenzione alla storia del paziente, alla descrizione dei sintomi e alle aree di manifestazione del dolore.

Utili per la diagnosi possono essere le manovre manuali di palpazione, nonché i test di mobilità cervicali per differenziare i meccanismi causativi coinvolti.

Azioni di fondamentale importanza per la diagnosi della nevralgia occipitale sono: l’effettuazione di un’anamnesi scrupolosa e un attento esame obiettivo.

Ad esempio, il dolore può essere volutamente evocato comprimendo una particolare zona nota come “punto di Arnold”, che corrisponde all’emergenza del nervo occipitale tra i muscoli nucali.

Anche gli esami strumentali come la radiografia del rachide, la risonanza magnetica nucleare possono rivelare una nevralgia occipitale andando così ad escludere altre tipologie di cefalea.

Cause

nevralgia occipitale1Le cause della Nevralgia Occipitale sono essenzialmente di natura neurale, e questo perché derivano da danni ai nervi occipitali.

Questi danni possono a loro volta derivare da traumi o stress fisici, da ripetute contrazioni dei muscoli del collo, da patologie degenerative-artrosiche o da malformazioni del rachide cervicale.

I nervi interessati sono essenzialmente tre:

  • il nervo grande occipitale, abbreviatamente denominato GON o nervo di Arnold;
  • il nervo piccolo occipitale, abbreviatamente denominato LON;
  • il terzo nervo occipitale, abbreviatamente denominato TON.

Non di rado la causa responsabile del danno causato ai suddetti nervi resta comunque ignota.

Trattamento

Ci sono numerose opzioni di trattamento per la Nevralgia occipitale, trattandosi essa di una condizione clinica gestibile e, soprattutto, con degli ottimi risultati.

Le strade percorribili riguardano terapie di tipo farmacologico e terapie di tipo non-farmacologico.

Le prime prevedono un trattamento con FANS e anticonvulsivi, utili per la gestione del dolore e dell’infiammazione nelle fasi acute ma spesso insoddisfacenti o non sufficienti in un’ottica di lungo periodo.

Le terapie di tipo non-farmacologico, invece, si basano su interventi di fisioterapia specializzata e consistono in:

  • manipolazione articolare per ripristinare e migliorare la mobilità nervosa locale;
  • tecniche manuali di massaggio sui tessuti miofasciali per eliminare l’irritazione sui nervi;
  • esercizi di rilassamento o tonificazione del sistema neuro-muscolare cranio-cervicale;
  • tecniche neurodinamiche per migliorare la capacità di movimento dei nervi, la loro nutrizione e la circolazione sanguigna.

Prevenzione

Essendo una condizione di origine neurale, la nevralgia occipitale non da ampio margine a tecniche o comportamenti preventivi.

Di contro, per alcune persone, i farmaci antiepilettici e gli antidepressivi triciclici possono avere un effetto preventivo sugli attacchi di dolore dovuti alla nevralgia.

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Anche i rimedi casalinghi possono giocare un ruolo importante nell’alleviare alleviare il dolore.

Sono fortemente consigliati azioni quali:

  • riposo;
  • massaggi;
  • impacchi caldi;
  • esercizi fisici utili a prevenire il ripetersi della condizione dolorosa.

A chi rivolgersi

Quando si è in presenza di forti dolori nelle zone sopra citate è certamente necessario eseguire una visita medica, e preferibilmente da un fisiatra, presso un neurologo o un ortopedico.

Se invece si sta cercando un trattamento, e quindi si è già consci di essere in presenza di nevralgia occipitale, le figure di riferimento sono l’Osteopata e il Fisioterapista.

Dove ci trovi a Roma

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Lo studio FisiomediCal è il posto adatta a te. Il centro vanta di una grande equipe di medici specialisti e fisioterapisti che potranno effettuare diagnosi tempestive e consigliarti al meglio per risolvere in modo rapido ed efficace il tuo problema evitando che si aggravi.

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Cos’è l’epitrocleite

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L’epitrocleite è uno stato di sofferenza, un’infiammazione che colpisce il complesso tendineo, e relativi muscoli, che ha origine dall’epitroclea del gomito e collega l’epicondilio mediale dell’omero a parte dei muscoli anteriori dell’avambraccio.

L’epitrocleite, o anche gomito del golfista o epicondilite mediale, è una malattia simile all’epicondilite (gomito del tennista o epicondilite laterale, ma è molto più rara; inoltre si differenziano per la zona colpita. Il gomito del tennista è responsabile del dolore della parte esterna del gomito, mentre il gomito del golfista, della parte interna.

La dicitura “gomito del golfista” la si deve al fatto che ne è maggiormente colpito chi pratica questo sport, ma, come vedremo tra poco, non solo.

Sintomi

  • Il sintomo principale è un forte dolore al gomito nella parte interna, in corrispondenza della zona colpita dall’infiammazione, che si estende ai muscoli flessori dell’avambraccio.

In alcuni casi il dolore può coinvolgere anche polso e mano, e questo perché i muscoli coinvolti nel gomito del golfista sono quelli che servono a muovere il polso; inoltre l’intensità aumenta nel momento in cui si compiono azioni di pronazione del braccio o di flessione della mano. L’esempio più calzante è quello del movimento che compie il golfista per colpire la palla (da qui anche la dicitura “gomito del golfista”).

  • Altro sintomo che si può manifestare nei pazienti affetti da epitrocleite è la rigidità articolare.
  • Non è raro, inoltre, avvertire debolezza a livello di mano e polso assieme a intorpidimento e formicolio lungo le dita; molte azioni quotidiane risultano, quindi, dolorose ed impossibili da svolgere, come stringere la mano a qualcuno, ruotare le maniglie delle porte e molto altro.
  • Altro sintomo dell’epitrocleite è il gomito caldo con comparsa di stati febbrili.

Cause

La causa dell’epitrocleite sta in un sovraccarico funzionale dei tendini e muscoli del gomito, e può avvenire principalmente per:

  • sovraccarico dovuto a un elevato sforzo o eccessivo allenamento;
  • debolezza delle strutture muscolari e tendinee. In questo caso anche uno sforzo considerato “normale” risulta eccessivo;
  • problematiche relative a strutture collegate direttamente o indirettamente con il gomito, come spalle o muscoli cervicali, il quale viene in qualche modo costretto a svolgere movimenti non usuali per compensare ciò che altri complessi del corpo non riescono a fare.

Questa patologia, infatti, colpisce prevalentemente i soggetti che sottopongono il proprio gomito a ripetuta ed eccessiva sollecitazione, siano essi sportivi che lavoratori, senza distinzione di sesso.

Anche l’uso eccessivo dei muscoli che consentono la flessione, adduzione e abduzione del polso e la flessione delle dita è una causa scatenante di questa infiammazione.

Pratiche sportive come il golf, tennis o baseball, e lavori manuali quali idraulico, carpentiere o l’impiego nel settore dell’edilizia sono i principali fattori di rischio.

Altri fattori individuati sono:

  • superamento del 40esimo anno di età, anche se non si escludono tutte le altre fasce;
  • obesità;
  • fumo di sigaretta, che riduce la micro-circolazione;
  • lavori o attività sportive ripetitive, come già detto, che sovraccaricano troppo il gomito o altre strutture ad esso collegate.

Un’ulteriore causa di epitrocleite è un movimento scorretto come stringere troppo una mazza da golf o impugnarla male, o sollevare dei pesi con una tecnica sbagliata.

Trattamento

L’epitrocleite in genere è caratterizzata da due fasi:

  • una prima fase acuta, in cui il braccio è dolente e tutti i movimenti risultano difficoltosi;
  • una fase cronica, in cui il dolore è più accentuato e persistente.

L’epitrocleite deve essere trattata inizialmente con una cura farmacologica, per alleviare il dolore e ridurre l’infiammazione; maggiormente utilizzati in questo caso sono i FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei) e gli analgesici.

In alcuni casi il medico, inoltre, può decidere di ricorrere all’infiltrazione di corticosteroidi, ma questa è una pratica molto delicata, che deve essere eseguita solo da personale specializzato, che nel lungo periodo potrebbe aumentare il rischio di indebolimento e rottura del tendine.

Durante la terapia farmacologica, è:

  • necessario che il paziente interrompa lo svolgimento dell’attività che genera sovraccarico funzionale. Ciò, però, non esclude la possibilità di muovere l’arto, secondo la sua possibilità; trattandosi di strutture poco vascolarizzate, l’essenza totale di movimento accentuerebbe lo scarso afflusso di sangue che tendini e gomito hanno di natura, diventando addirittura controproducente;
  • consigliato contattare un fisioterapista per stilare un programma di esercizi muscolare che si possono svolgere senza affaticare la zona infiammata e con lo scopo di alleviare il dolore;
  • utile, e sempre sotto consiglio del medico, utilizzare il tutore per epitrocleite, il quale non blocca completamente le strutture, ma esercita un effetto lenitivo grazie alla compressione che effettua nella zona dolorante;
  • consigliato, per favorire la guarigione, eseguire gli impacchi di ghiaccio sulla zona dolorante per circa 20 minuti 2-3 volte al giorno, o sottoporsi a sedute di crioterapia;
  • possibile, inoltre, trattare la zona del gomito con impacchi serali di crema antinfiammatoria, senza massaggiarla, ricoprendo l’area con della pellicola trasparente per i cibi. In questo modo si ha una maggiore penetrazione del farmaco; questa pratica non si deve protrarre per oltre una settimana.

Lo scopo di tutto ciò è quello di ridurre la fase cronica, e con essa il dolore, ed avvicinare il più possibile la guarigione.

Dopo il trattamento farmacologico, una volta che l’infiammazione e il dolore sono quasi o del tutto scomparsi, è necessario intraprendere un percorso di fisioterapia allo scopo di riprendere la mobilità dei tendini e dei muscoli dell’arto, ridando loro forza ed elasticità, ed evitare il rischio di recidive.

Durante la riabilitazione risulta utile sottoporsi a terapie fisiche quali:

L’epitrocleite è un’infiammazione che può durare diverse settimane, a volte anche mesi; per questo motivo si deve seguire il trattamento con molta cura, per non rischiare di allungare ulteriormente il tempo di guarigione.

Questa infiammazione in genere non richiede la chirurgia, ma quest’ultima diventa un’opzione se la problematica si evolve in una tendinopatia più grave. L’intervento chirurgico, nei casi di epitrocleite, è molto raro; basti pensare che meno del 10% dei pazienti affetti da questa patologia necessitano della chirurgia.

Prevenzione

È possibile adottare misure per prevenire il gomito del golfista.

Prima cosa da fare è correggere le posture durante l’attività fisica, per questo è necessario farsi seguire da un istruttore professionista, e far attenzione a particolari accorgimenti tecnici, ad esempio, durante il sollevamento di pesi, il polso deve essere ben fermo affinché lo sforzo venga distribuito correttamente tra tutti i muscoli dell’avambraccio; potrebbe essere utile, inoltre, utilizzare dei bracciali ad hoc che aiutano il sollevamento dei pesi evitando di sovraccaricare i muscoli.

Prima di iniziare qualsiasi tipo di attività fisica è buona pratica effettuare un buon riscaldamento dei muscoli, mentre a conclusione non ci si deve mai scordare dello stretching, molto spesso considerato superfluo.

Altro modo per prevenire l’epitrocleite è potenziare i muscoli dell’avambraccio con esercizi mirati di allungamento del gomito. In questo caso è consigliato rivolgersi a un professionista per imparare la corretta esecuzione e i movimenti da non fare.

Una cura particolare va riservata alla scelta dell’attrezzatura per l’esercizio fisico; più questa è di qualità, più salvaguardiamo il nostro corpo, e viceversa.

Nel caso, invece, di attività lavorative o hobby in cui la zona interna del gomito viene sottoposta a grandi forzi, è necessario fare delle pause durante l’attività, in modo da far riposare l’area a rischio.

È importante essere consapevoli dell’importanza del riposo e, al primo segnale di dolore al gomito, è necessario fermarsi e rivolgersi agli specialisti.

A chi rivolgersi

La diagnosi dell’epitrocleite è per lo più clinica, pertanto una semplice visita dal medico di base può essere sufficiente per capire il problema; infatti già dalla localizzazione del dolore è chiaro il problema alla base. A questo si aggiunge la storia medica del paziente e le sue abitudini quotidiane.

Il medico di base, però, può richiedere ulteriori esami diagnostici come la radiografia, la risonanza magnetica o un’ecografia, al fine di avere una valutazione più precisa dello stato dei tendini; in base a questo risultato si procederà con il trattamento più adeguato.

Infatti, nel caso in cui il tendine risulta particolarmente lesionato, viene richiesto un intervento medico specifico.

Dopo che dolore e infiammazione sono guariti, è necessario rivolgersi a un fisioterapista; questo perché l’epitrocleite è una problematica che tende a ripresentarsi se non viene curata adeguatamente e se si continua il lavoro o sport ripetitivi che hanno causato l’insorgere dell’infiammazione.

Si consiglia la consulenza del fisioterapista anche durante il trattamento farmacologico; questo perché esso è il grado di consigliare degli esercizi, da poter svolgere tranquillamente, che non sovraccaricano il gomito e i tendini e muscoli ad esso connessi, ma, al contrario, svolgono un’azione antidolorifica.

Dove ci trovi a Roma

Un centro specializzato in epitrocleite a Roma Nord è sicuramente lo studio di medicina e fisioterapia FisiomediCal.

Il centro dispone di un team di professionisti a tua disposizione sia per visite specialistiche che per una consulenza; i nostri esperti risponderanno ad ogni tuo dubbio e ti accompagneranno per tutto il percorso riabilitativo.

Il centro dispone, inoltre, di una sala per pilates  e per la riabilitazione con tutta l’attrezzatura, di alta qualità, che serve per recuperare forza ed elasticità dell’arto.

Chiama il Numero Verde 800.096690 per fissare un appuntamento, oppure vieni a trovarci in Via Andrea Sacchi n.35 per trovare lo specialista più adatto per la cura dell’epitrocleite.

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Cos’è la tendinopatia quadricipitale

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La tendinopatia quadricipitale è una condizione dolorosa che si sviluppa all’interno e attorno al tendine del muscolo quadricipite.

Il tendine del quadricipite è una fascia tendinea molto robusta ed estesa che permette ai quattro muscoli del quadricipite di inserirsi nella rotula.

Con il termine “tendinopatia”,  ci si riferisce alla varietà delle condizioni dolorose che si sviluppano a livello tendineo,  quali:

  • tendinite, cioè una condizione dolorosa tendinea dovuta a infiammazione;
  • tendinosi, ovvero una modifica strutturale del tendine stesso;
  • tenosinovite, l’infiammazione della guaina sinoviale al cui interno scende il tendine.

Sintomi

Il sintomo principale di una tendinopatia quadricipitale è un dolore localizzato nella parte superiore della rotula, in genere situato in posizione centrale, ma può essere avvertito anche in posizione mediale (internamente), con qualsiasi tipo di pressione sul tendine della zona in questione.

Il dolore, inoltre, può presentarsi anche appena sotto il ginocchio, durante salti, corsa o accovacciamenti; a fine attività fisica, inoltre, il ginocchio risulta ancora dolorante e rigido.

La rigidità del ginocchio, inoltre, è presente anche la mattina.

Nel caso in cui il dolore provenga dalla rottura del tendine del quadricipite, oltre a dolore e gonfiore si manifestano:

  • ematomi;
  • crampi;
  • calo della rotula;
  • impossibilità di raddrizzare il ginocchio, poiché il muscolo non è più attaccato alla rotula;
  • instabilità e cedimenti del ginocchio;
  • rientranza visibile nella parte superiore della rotula.

I sintomi di una tendinopatia quadricipitale non tendono a scomparire o ad alleviarsi nel tempo, al contrario peggiorano; per questo motivo è necessario intervenire immediatamente sul problema.

Cause

Una tendinopatia quadricipitale, ovvero una situazione dolorosa nel tendine quadricipite, può scatenarsi a seguito di diversi motivi:

  • un’infiammazione al tendine;
  • un eccessivo carico sul ginocchio;
  • una lacerazione o rottura del tendine.

Quest’ultimo punto può presentarsi o a seguito di un trauma o come conseguenza di un indebolimento del tendine dovuto all’uso di steroidi, alla somministrazione di particolari tipi di antibiotici, a seguito di un’immobilizzazione dell’arto o per via di malattie che ne interrompono l’afflusso di sangue.

Le malattie croniche che interessano il tendine quadricipite sono:

L’insorgenza di questa condizione è spesso legata ad attività sportive ripetitive che sottopongono il tendine ad alti livelli di tensione, causando così delle microlacerazioni e l’infiammazione.

I soggetti più a rischio, pertanto, sono gli sportivi, soprattutto di mezza età, praticanti sport che prevedono scatti, balzi e sollevamento di carichi elevati, o sport da contatto, come lo sci, il calcio, la pallavolo, il basket e altri

Anche il ciclismo è una pratica sportiva che potrebbe causare una tendinopatia al quadricipite, specie nei casi in cui la posizione della sella non è ottimale per il soggetto, portando così il ginocchio, e di conseguenza il tendine, ad un lavoro anormale. Con il tempo il movimento ciclico e scorretto provoca lacerazione o infiammazione del tendine, e quindi dolore.

Posture scorrette, esercizi muscolari eseguiti scorrettamente, sovraccarico dopo un lungo periodo di inutilizzo dell’arto in questione o determinate categorie lavorative, come muratori, casalinghe e agricoltori, possono essere la causa di una tendinopatia.

Ulteriore causa di tendinopatia è l’età; ne sono affetti, in particolar modo, gli ultraquarantenni i quali hanno dei tendini più deboli a causa di fenomeni degenerativi fisiologici.

Trattamento

Per trattare adeguatamente una tendinopatia quadricipitale è necessario conoscerne le cause.

Il medico, pertanto, inizialmente si informerà sulla storia clinica del paziente, per poi eseguire dei test con lo scopo di determinare la causa esatta dei sintomi; uno di questi prevede l’estensione del ginocchio, pratica dolorosa ma molto importante per la diagnosi.

La diagnosi inoltre può essere confermata anche da ulteriori esami quali ecografia o risonanza magnetica.

Una volta scoperta la causa del dolore si può procedere con il trattamento adeguato.

Nel caso in cui il tendine del quadricipite risulta rotto, è necessario recarsi presso un chirurgo ortopedico.

Se, al contrario, sono presenti delle piccole lesioni parziali, queste possono essere trattate con:

  • immobilizzazione dell’arto con un tutore, per aiutare il tendine a guarire;
  • fisioterapia, il cui obiettivo è migliorare il microcircolo localmente  facilitando  i processi riparativi attraverso l’utilizzo della tecarterapia, o della laserterapia;
  • l’applicazione del ghiaccio o crioterapia;
  • riposo;
  • ginnastica postutale e propriocettiva
  • chirurgia, se il trattamento non conservativo non produce risultati o se il tendine è soggetto a degenerazione. Lo scopo della chirurgia è quello di riguadagnare la piena funzionalità del ginocchio.

La condizione dolorosa, può essere trattata anche con i FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei) o, nel caso in cui questi non bastino, con infiltrazioni di corticosteroidi nella regione perilesionale interessata e non direttamente nel tendine perché potrebbe provocare una rottura completa nel caso in cui questo fosse lesionato parzialmente.

Ulteriore metodica adiuvante di terapia per il dolore è la TENS (stimolazione nervosa transcutanea), la quale neutralizza il segnale elettrico di dolore condotto dai nervi, impedendo che questo venga trasmesso al cervello, riducendo così la percezione di dolore.

Una volta superata la fase acuta del dolore, qualunque sia la causa, ci si deve sottoporre a riabilitazione al fine di riprendere l’elasticità del tendine e potenziare la muscolatura del quadricipite, per poter supportare in maniera migliore il tendine indebolito.

Dove ci trovi a Roma

Per ottenere un consulto specialistico, per una visita di controllo o per delle sedute di fisioterapia, il team di FisiomediCal è a tua completa disposizione.

Il nostro staff è altamente specializzato, composto da chirurghi specializzati e fisioterapisti e pronto a rispondere ad ogni tua domanda legata a casi specifici di tendinopatia quadricipitale.

Lo studio FisiomediCal si trova a Roma Nord in zona Flaminio, Via Andrea Sacchi 35.

Per maggiori informazioni e prenotare il tuo appuntamento puoi chiamare il Numero Verde 800.096690 .

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la tendinopatia rotulea

Cos’è la tendinopatia rotulea

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La tendinopatia rotulea, o tendinite patellare, è una patologia del ginocchio che interessa il polo inferiore della rotula.

Nella maggior parte dei casi il dolore che ne deriva è causato da un sovraccarico funzionale o da una continua sollecitazione del tendine rotuleo.

Il tendine rotuleo è quello che connette la parte inferiore della rotula con quella superiore della tibia trasmettendo a quest’ultima la contrazione del muscolo quadricipite che andrà poi a produrre l’estensione della gamba.

Sintomi

I sintomi più comuni della tendinopatia rotulea, o se vogliamo dell’infiammazione al tendine rotuleo, sono essenzialmente quattro:

  1. senso di indolenzimento della parte dove transita il tendine rotuleo;
  2. gonfiore al ginocchio;
  3. dolore nell’area appena sottostante alla rotula;
  4. rigidità del ginocchio.

Cause

La tendinopatia rotulea è frequente in quella fascia di popolazione che pratica usualmente sport e colpisce maggiormente quegli atleti che eseguono ripetutamente un movimento di estensione esplosiva col ginocchio.

Proprio a causa di questo fattore gli atleti più a rischio sono quelli che praticano sport come la pallavolo, il basket, il calcio, il tennis e l’atletica leggera.la tendinopatia rotulea2

La causa principale, quindi, è proprio la ripetuta sollecitazione del tendine, e questo può portare a delle microlesioni che tendono a degenerare nel corso del tempo.

Altre tipologie di cause possono derivare da traumi sempre collegati alla zona del ginocchio, e possono essere:

  • l’eccessiva rotazione della tibia;
  • una cattiva estensione del muscolo retto-femorale;
  • un disallineamento del femore e della rotula;
  • la rotula alta.

Trattamento

Il trattamento riabilitativo della tendinopatia rotulea può variare a seconda di svariati fattori, essi sono:

  • il tempo di insorgenza della patologia;
  • la gravità della patologia stessa;
  • la tipologia di paziente che ne soffre;
  • la natura dell’attività svolta dal paziente che lo a portato a sviluppare la patologia.

Se si è in presenza di un’insorgenza recente, e di modesta gravità, si avranno di sicuro maggiori probabilità di successo e ciò indipendentemente dallo sport che il paziente ha praticato.

D’altro canto, se ci si trova di fronte ad uno stato avanzato da tempo della patologia, si deve considerare una situazione più ostica con notevoli possibilità di insuccesso.

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In linea generale, il trattamento riabilitativo prevede le seguenti opzioni o passaggi:

  • un riposo preventivo dell’arto inferiore interessato;
  • l’applicazione di impacchi di ghiaccio 4-5 volte al giorno sulla zona interessata dal dolore;
  • l’applicazione di fasciature al ginocchio;
  • l’assunzione di farmaci antinfiammatori o l’iniezione locale di corticosteroidi;
  • la fisioterapia;
  • la terapia ad ultrasuoni.

Qualora la patologia persistesse per mesi, a dispetto del trattamento, potrebbe essere ritenuto necessario ricorrere alla chirurgia.

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Cos’è il Morbo di Perthes

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Il morbo di Perthes, chiamato anche morbo di Calvé-Legg-Perthes, è una rara malattia dell’infanzia che colpisce l’articolazione dell’anca, e consiste nell’interruzione del flusso di sangue diretto alla testa del femore, il quale inizialmente si indebolisce, per poi rompersi.

Il processo successivo di saldatura dell’osso che il corpo svolge in automatico a seguito di una frattura risulta essere in questo caso temporaneo: l’interruzione del flusso sanguigno e il successivo indebolimento tendono a ripresentarsi per diverso tempo, anche per due o più anni.

Il morbo di Perthes fa parte della grande categoria delle necrosi asettiche dell’osso, cioè quella morte prematura delle cellule ossee di natura non infettiva.

In genere questa malattia è unilaterale, cioè colpisce una sola anca, ma, seppur in rari casi (10%), questa può essere anche bilaterale, ovvero interessare entrambe le anche.

Il morbo di Perthes non è da sottovalutare poiché, se non trattato adeguatamente, può alterare in modo permanente l’articolazione dell’anca.

Al contrario, se si cura la malattia nei modi e tempi adeguati, la prognosi a lungo termine per i bambini con Perthes è buona.

Sintomi

I sintomi del morbo di Perthes, in genere, si manifestano in maniera graduale; questi sono:

  • zoppia evidente, il segnale più caratteristico. Inizialmente è lieve, ma in seguito diventa un problema quasi invalidante;
  • spasmi muscolari dolorosi, causati da irritazione nella zona dell’anca;
  • dolore all’anca e all’inguine adiacente con conseguente rigidità articolare, che molto spesso coinvolge l’intera gamba;
  • dolore esteso anche alla regione del ginocchio, che si manifesta durante o subito dopo una corsa, dei salti o delle torsioni;
  • ridotta mobilità articolare dell’anca;
  • indebolimento e ipotrofia dei muscoli dell’arto inferiore interessato, a causa dell’immobilità forzata dovuta in parte al dolore e in parte al riposo assoluto conseguente a una frattura ossea;
  • accorciamento dell’arto inferiore affetto, conseguenza naturale delle ripetute fratture.

È inoltre possibile che il paziente presenti anche:

  • iperattività;
  • statura inferiore alla media;
  • età ossea ritardata;
  • anomalie congenite di vario tipo.

Inoltre, a seconda del livello di attività del bambino, i sintomi possono comparire e scomparire per un periodo della durata anche di alcuni mesi.

Cause

La causa del morbo di Perthes è il ridotto afflusso di sangue alla parte superiore del femore (testa del femore), dovuto all’occlusione dell’arteria circonflessa femorale. Questa potrebbe avvenire a seguito di uno spasmo delle pareti dell’arteria che evolve successivamente in una microtrombosi con conseguenti microinfarti tissutali ripetuti del nucleo di accrescimento cefalico.

In questo modo l’osso va incontro a un processo lento di morte, l’osteonecrosi, il quale determina indebolimento dell’osso causandone una frattura o lo sgretolamento dello stesso.

Questa malattia colpisce un bambino ogni 1200 e, nonostante possa insorgere in qualsiasi bambino ed a qualsiasi età dell’infanzia, si manifesta più frequentemente tra i bambini, principalmente maschi caucasici, di età compresa tra 4 e 10.

Ulteriore fattore di rischio è la storia familiare; sembra che il morbo di Perthes sia connesso a una certa predisposizione genetica alla malattia e che per questo possa insorgere in diversi membri di una stessa famiglia.

Le fasi della malattia

Il morbo di Perthes è un processo complesso della durata di diversi anni. Lo sviluppo della malattia è scandito da alcune fasi molto lunghe.

In breve, man mano che la condizione progredisce, l’osso indebolito della testa del femore, a causa della necrosi, si rompe gradualmente. Con il tempo, l’apporto di sangue alla testa del femore ritorna e l’osso inizia a ricrescere.

Una volta che l’osso è ricresciuto, ricomincia il ciclo dalla mancanza di apporto sanguigno all’osso che si indebolisce, frattura e così via.

Possiamo quindi identificare 4 fasi della malattia, ovvero dell’evoluzione:

  • fase iniziale, necrosi. In questa prima fase, l’apporto di sangue alla testa del femore è interrotto e le cellule ossee muoiono lentamente. L’area diventa irritata e dolorosa ed il bambino inizia a mostrare i primi segni di zoppia. Questa prima fase può anche durare mesi;
  • seconda fase, frammentazione. Nel giro di 1, 2 o 3 anni l’organismo rimuove l’osso morto e lo sostituisce con un altro, il quale risulta inizialmente più morbido. È la morbidezza di questo “pseudo-osso” che rende il rischio di frattura, deformazione o collasso dell’osso del femore molto elevato;
  • terza fase, riossificazione. Si sviluppa finalmente il nuovo osso più forte. Questa è la fase più lunga della malattia e può durare, anche questa, da 1 a 3 anni;
  • ultima fase, guarigione. La ricrescita ossea è finalmente completata e la testa del femore ha raggiunto la sua forma definitiva.

Prevenzione

Il morbo di Perthes, purtroppo, non si può prevenire.

Questo a causa della sua stessa natura che è di tipo genetico e non traumatico.

L’unico modo in cui si può intervenire in anticipo è con l’osservazione del bambino facendo attenzione all’insorgenza dei sintomi tipici della malattia.

Maggiore accuratezza nell’osservazione va messa nei casi in cui in famiglia c’è già stato un bambino affetto da morbo di Perthes.

Non appena si notano i primi sintomi, è bene consultare immediatamente un medico; in questo modo, se la diagnosi è positiva, si lavora per tempo sul problema, evitando complicanze e favorendo una migliore e più rapida guarigione.

A chi rivolgersi

Quando un bambino lamenta dolore all’anca e si nota zoppia sia durante la corsa che la camminata, è necessario andare immediatamente dal pediatra o dal proprio medico di base per un consulto e un approfondimento della situazione.

Dopo un primo esame obiettivo, nel quale verrà valutato il grado di ampiezza dei movimenti dell’anca, il medico farà svolgere dei test strumentali quali i raggi x, la risonanza magnetica o la scintigrafia ossea, necessari per confermare la diagnosi e a determinare lo stadio della malattia.

In questo particolare momento si vanno anche ad escludere altre cause dell’eventuale rottura dell’osso, come il trauma, e altre patologie:

Possono essere richieste anche delle analisi del sangue al fine di escludere altri disturbi.

Solo dopo aver diagnosticato il morbo e identificata la fase specifica, si dovrà scegliere il tipo di trattamento, conservativo o chirurgico, a seconda:

  • dell’età del paziente;
  • della gravità della malattia;
  • dello stadio della malattia.

La terapia conservativa è volta a promuovere la corretta saldatura ossea della testa del femore e a ridurre il rischio di recidive, nonché ad alleviare i sintomi dolorosi.

I principali trattamenti conservativi consistono in:

  • fisioterapia, con esercizi di allungamento e tonificazione muscolare, seguiti da un fisioterapista specializzato, con l’obiettivo di ripristinare una normale ampiezza dei movimenti dell’articolazione dell’anca;
  • utilizzo di stampelle, al fine di ridurre il carico e il dolore dell’anca nei periodi più acuti della malattia;
  • messa in trazione dell’arto inferiore sofferente;
  • ingessatura speciale o utilizzo di un tutore ad hoc, per mantenere in posizione corretta la testa del femore;
  • antidolorifici, contro il dolore nei periodi acuti della malattia;
  • applicazione del ghiaccio nella zona dell’anca dolorante;
  • assoluto riposo, specie nelle fasi più gravi della malattia, per alleviare il dolore e proteggere la testa del femore.

Si ricorre alla chirurgia, invece:

  • a seguito di complicanze, ad esempio quando il processo di saldatura di una frattura precedente è avvenuto in modo errato, facendo assumere alla testa del femore una conformazione anomala;
  • in casi molto gravi, come il danno a più del 50% della testa del femore;
  • di fronte a pazienti di età superiore ai 7 anni, quindi dove c’è una maggiore probabilità di andare incontro ad una deformazione.

A metà strada tra i due trattamenti si va a posizionare la tenotomia, ovvero una procedura chirurgica mininvasiva che consiste nel fare una piccola incisione nel muscolo; questa va fatta nel caso in cui il muscolo adduttore è molto contratto all’inguine e impedisce all’anca di ruotare nella posizione corretta.

Dopodiché, si possono applicare eventuali tutori o gessi.

Riabilitazione

Nel caso in cui la strada da intraprendere sia quella dell’intervento chirurgico, è previsto un percorso riabilitativo che solitamente dura per più di un anno. Questo comincia a seguito della rimozione del gesso e consiste in una serie di esercizi che il bambino dovrà effettuare per rinforzare l’anca e i muscoli del bacino. Questi esercizi vengono decisi da un fisioterapista specializzato nel trattamento dell’anca , che li preparerà specificatamente per ogni caso, in modo tale da ottenere i risultati migliori nel minor tempo possibile.

Il processo di riabilitazione può durare anche più di un anno ed è diviso in fasi, ognuna delle quali ha degli obiettivi diversi ma sinergici per il totale recupero. Si passa da una fase iniziale, dove l’obiettivo è minimizzare il dolore e incrementare la forza muscolare, fino ad una fase “funzionale”, i cui obiettivi sono legati al recupero quasi totale dei movimenti. La frequenza delle visite può variare in base alla fase di riabilitazione: inizialmente gli appuntamenti saranno più frequenti (anche 2-3 volte a settimana) fino a ridursi gradualmente negli step finali.

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Cos’è il disturbo della coordinazione motoria

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Il disturbo della coordinazione motoria, o disprassia, è un disturbo neuroevolutivo che consiste in un insufficiente sviluppo della sola coordinazione motoria, senza interessare, quindi, lo sviluppo intellettivo, visivo o condizioni neurologiche particolari.

In altre parole, è una marcata compromissione dello sviluppo della coordinazione motoria, cioè la capacità di eseguire movimenti semplici e complessi con la massima efficacia e il minor dispendio di energia.

La diagnosi del disturbo della coordinazione motoria è stata inserita, nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, all’interno della macrocategoria dei “Disturbi del neurosviluppo”, ossia quelle condizioni di difficoltà specifiche che hanno un impatto sullo sviluppo globale del bambino; nel caso specifico della coordinazione motoria, questa impatta negativamente sull’apprendimento scolastico, altera l’autonomia e provoca disagi nelle relazioni interpersonali familiari e sociali.

Il più grande problema della disprassia è la mancanza di consapevolezza; si tende a pensare che il bambino sia semplicemente “impacciato” e che questo non comporti lo sviluppo di situazioni peggiori con il passare del tempo.

In realtà questo disturbo interessa circa il 5-6% della popolazione infantile compresa tra i 5 e gli 11 anni (i maschi più delle femmine), e non migliora con la crescita, anzi, se non trattato immediatamente può perdurare, anche oltre l’età evolutiva, nel 50-70% dei casi.

Sintomi

Non tutti i bambini che soffrono di disturbo della coordinazione motoria hanno le stesse caratteristiche, ma, cercando degli elementi in comune, questi sono:

  • l’essere impacciati;
  • la scoordinazione;
  • la lentezza dei movimenti.

Per loro è difficoltoso anche ideare il movimento e di conseguenza, già durante la scuola dell’infanzia, non sono attratti dall’esplorazione del corpo, si muovono poco e si rifiutano di disegnare.

Le difficoltà possono anche sfociare in:

  • scarsa autostima;
  • oppressione del movimento per paura di sbagliare;
  • difficoltà di apprendimento e di scrittura, che di solito insorge con la crescita.

Il rischio è quello di incorrere in problematiche più gravi quali ansia, depressione e altri disturbi che possono compromettere l’adattamento psicosociale dell’individuo.

La differenza di sintomi è evidente soprattutto tra bambini di età diversa:

  • nei bambini più piccoli si nota goffaggine e ritardo nel raggiungimento delle tappe fondamentali dello sviluppo motorio;
  • negli adolescenti si notano difficoltà più complesse come incapacità di assemblare puzzle, giocare a palla o avere una buona calligrafia.

Per questi ultimi, la disprassia, non è solo un costrutto fisico, ma soprattutto psicologico. Ciò è dovuto alla loro incapacità di svolgere attività che ad altri riescono facilmente; tutto ciò sviluppa in loro un forte senso di inadeguatezza, che li potrebbe portare, inoltre, ad essere vittime di bullismo.

Nel corso dello sviluppo del bambino, inoltre, si notano i seguenti punti:

  • ritardo nell’acquisizione delle principali tappe di sviluppo motorio, come deambulazione autonoma o gattonamento:
  • scarsa fluidità dei movimenti nello spazio;
  • difficoltà dell’acquisizione, pianificazione ed esecuzione autonoma di sequenze motorie fini;
  • scarsa abilità nei compiti visuo-percettivo-motori.

Tutto ciò, con la crescita, determina:

  • difficoltà di eseguire azioni autonome personali e sociali come lavarsi le mani, vestirsi, allacciare le scarpe e altri;
  • insuccesso in attività sportive;
  • scarsi risultati a scuola, soprattutto in materie di scrittura e logico-matematiche.

Cause

Le cause della disprassia non sono del tutto chiare; questo perché il disturbo della coordinazione motoria è un disturbo eterogeneo e le sue manifestazioni possono essere diverse e complesse.

Sulla base della co-occorrenza di questo disturbo con altri (deficit di attenzione e iperattività, disturbi dello spettro autistico e disturbi specifici di apprendimento) è stata ipotizzata una base genetica condivisa, ma nonostante ciò, l’eziologia del disturbo e i meccanismi cognitivi coinvolti, come abbiamo già affermato, non sono ancora del tutto chiari.

Pertanto, per ora, tra le cause del disturbo della coordinazione motoria vengono riconosciute:

Trattamento

Il disturbo della coordinazione motoria, se identificato, diagnosticato e trattato nei giusti tempi, ha buone possibilità di miglioramento; miglioramento che si verifica sia a proposito degli schemi di movimento, che in termini di consapevolezza, integrazione corporea e autostima.

Il trattamento del disturbo della coordinazione motoria deve essere seguito dal terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, affinché si arrivi all’obiettivo desiderato, il quale baserà principalmente la terapia su giochi e movimenti che, al contempo, sviluppano o migliorano le competenze motorie.

Questi giochi sono di tipo tattile, sensoriale e con forte componente emotiva al fine far sperimentare al paziente il piacere del movimento e permettergli così di percepirlo in ogni particolare.

Con l’aumentare dell’età del bambino, anche gli esercizi e giochi si adattano; pertanto più il bambino è grande e più il lavoro diventa ideativo e di pianificazione e, dal punto di vista motorio, si può anche pensare a un allenamento mirato.

Grazie a terapie mirate e specifiche, personalizzate in base all’età del paziente e al caso che si sta trattando (ricordiamo che i sintomi sono diversi da bambino a bambino), si migliora la percezione, l’integrazione sensoriale e la precisione nella selezione muscolare.

Altra terapia da non escludere è la terapia di gruppo, meglio se con altri bambini affetti da difficoltà motorie; questa è efficace perché innesca un apprendimento per imitazione, tramite l’osservazione di altri, e aumenta la possibilità di trasferire nella quotidianità i progressi effettuati durante la terapia.

Tra gli approcci utilizzati per affrontare il disturbo della coordinazione motoria ci sono:

  • la kinaesthetic therapy, fondata sull’apprendimento per mezzo del movimento, quindi sull’acquisizione delle informazioni tramite la pratica:
  • Il perceptual motor training, basato sull’allenamento percettivo di tipo tattile, visivo, uditivo e olfattivo, come ad esempio il passaggio di una palla con una benda sugli occhi;
  • motor imagery, ovvero un’attività cognitiva che permette un’esperienza motoria, cioè la riproduzione immaginativa di un atto motorio che focalizza l’immaginatore sui propri movimenti.

A chi rivolgersi

Di fronte a un bambino impacciato, la prima cosa che dobbiamo fare è osservare il suo corpo, il suo comportamento e movimento, concentrando la nostra attenzione principalmente sulle abilità motorie e sul fatto che queste siano fluenti in tutte le sezioni del corpo: braccia, gambe, tronco, mani e così via.

Inoltre, dobbiamo osservare la metà del corpo destra e quella sinistra, cercando di capire se queste sono simmetriche e integrate o meno.

Dopo aver osservato il bambino, è bene far fare una valutazione anche al proprio medico curante o pediatra, per escludere problemi riguardanti:

  • lo sviluppo dell’intelletto;
  • condizioni neurologiche particolari;
  • lo sviluppo di organi come udito e vista che incidono sull’equilibrio e movimento.

Una volta che sono state escluse altre patologie e che si pensa di essere di fronte a un disturbo della coordinazione motoria è bene consultare un medico specializzato in neuropsichiatria infantile o dell’età evolutiva.

Egli eseguirà una valutazione specifica del profilo di sviluppo del bambino e successivamente formulerà una corretta diagnosi.

Il riconoscimento del disturbo della coordinazione motoria è fondamentale per iniziare, in caso  di risultato positivo, la terapia. Inoltre, prima si affronta questo tipo di disturbo, prima si inizia il percorso terapeutico, migliori risultati si avranno.

Della terapia si occupa principalmente un terapista specializzato della psicomotricità dell’età evolutiva, il quale lavora sulle competenze motorie attraverso il gioco e il movimento; esso, tuttavia, deve essere affiancato da alte professionalità multidisciplinari, che indagano i diversi settori dello sviluppo, in modo da avere una visione trasversale del problema. Questi sono:

  • neuropsichiatra infantile;
  • psicologo dell’età evolutiva.

Cosa sono le distorsioni della caviglia

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Le distorsioni della caviglia sono delle piegature o torsioni forzate ed innaturali dell’articolazione della caviglia, che potrebbero portare a stiramento o rottura di muscoli, legamenti o tendini che interessano l’area.

Si parla di:

  • lassità, quando il comparto legamentoso si distende, determinando una escursione articolare oltre i limiti fisiologici;
  • instabilità, quando si avvertono segni di cedimento dell’articolazione a seguito di una rottura più o meno totale dei legamenti.

La distorsione alla caviglia è il più frequente trauma muscolo-scheletrico dell’arto inferiore; basti pensare che in Italia si verificano circa 7.000 casi al giorno.

Le distorsioni alla caviglia più frequenti sono quelle che interessano la parte esterna e provocano sul momento:

  • gonfiore;
  • dolore localizzato davanti e sotto il malleolo peroneale;
  • limitazione nei movimenti;
  • nei casi più gravi possono apparire ecchimosi o ematomi.

Più raro è il caso in cui la distorsione interessa la parte interna del piede, la quale provoca dei danni più gravi.

L’entità di una distorsione alla caviglia dipende dall’energia esercitata su di essa, per cui i fattori causali non sono solo i tipi di caduta o la velocità della corsa, ma anche il peso del paziente, il meccanismo con cui avviene l’infortunio, debolezza delle strutture di sostegno, quali tendini, e molto altro.

Una distorsione della caviglia può essere classificata in vari modi a seconda che questa interessi:

  • la propriocettività, legata al tempo di risposta tra stimolo e attivazione del muscolo;
  • la struttura scheletrica, ovvero deviazioni della stessa in varo o valgo;
  • la cartilagine;
  • la struttura legamentosa.

Di quest’ultima è possibile identificare 4 gradi di gravità:

  • grado 0, non ci sono rotture legamentose;
  • grado 1, si verifica una rottura del legamento peroneo-astragalico anteriore;
  • grado 2, alla rottura del grado 1 si aggiunge anche quella del legamento peroneo calcaneare;
  • grado 3, si è in presenza della rottura di tre legamenti.

I traumi distorsivi possono essere, inoltre, di due tipi:

  • acuti, derivanti da urti, contrasti, scontri e altri;
  • cronici, a seguito di carichi notevoli e prolungati.

Attività a rischio

Una distorsione alla caviglia avviene quando il movimento dell’articolazione va ben oltre quello stabilito in natura, e di solito questo succede a seguito di un trauma: questo può essere dovuto a:

  • una caduta;
  • un atterraggio scorretto dopo un salto;
  • un cambio improvviso di direzione;
  • al camminare su una superficie irregolare, fangosa o ghiacciata.

Le attività a rischio, pertanto, sono tutte quelle attività in cui è possibile che si manifesti uno di questi fattori sopracitati, o altri simili.

Invece, le attività sportive più a rischio e quelle in cui è presente un maggiore rischio di questo tipo di infortunio sono:

  • la pallavolo, presenta una frequenza di distorsione alla caviglia del 56%;
  • il basket, dove gli sportivi colpiti da questo trauma sono il 55%;
  • il calcio, 51%
  • la corsa di resistenza, con una frequenza di distorsione del 40%.

Soggetti a rischio

I soggetti più a rischio di una distorsione della caviglia sono gli sportivi, e questo perché sono costantemente sottoposti a sforzi e stimoli della zona interessata.

Ma ciò non esclude altre tipologie di persone.

Maggiormente soggetti al rischio di distorsione sono anche:

  • coloro che hanno già avuto una precedente distorsione la quale ha provocato una lassità dei legamenti della caviglia;
  • chi soffre di debolezza muscolare, debolezza a livello di tendini o legamenti, o chi è affetto da danni nervosi alle gambe;
  • chi utilizza certi tipi di scarpe, come quelle con il tacco a spillo.

Cura

Una distorsione della caviglia si cura, in sostanza, con due tipi di trattamenti.

Inizialmente il trattamento è di tipo conservativo e consiste in:

  • riposo dell’articolazione;
  • applicazione di ghiaccio;
  • elevazione dell’arto;
  • farmaci antiinfiammatori.

In alcuni casi può essere utile bloccare l’arto interessato con bendaggi o, in casi più gravi, con apparecchio gessato.

Dopo questa prima fase, previo controllo ambulatoriale per valutare la progressione della guarigione, si può iniziare il ciclo di terapie fisiche, che aiutano a ridurre i tempi di guarigione, e ad impostare il protocollo riabilitativo.

Le terapie fisiche che possono venire prescritte sono:

Nei casi più gravi di distorsione della caviglia, dove il trattamento conservativo e il sottoporsi a terapie fisiche non porta risultati, si procede con l’intervento chirurgico.

Affinché si arrivi a una guarigione completa è consigliabile evitare di:

  • prendere peso;
  • svolgere attività senza scaldarsi accuratamente;
  • eccedere con l’impegno muscolo-articolare;
  • utilizzare calzature inadatte;
  • ignorare i sintomi;
  • trascurare le terapie.

Riabilitazione

Lo scopo della riabilitazione dopo una distorsione della caviglia è quello di recuperare la propriocettività, la forza e stabilità dell’articolazione e la prevenzione delle recidive.

Sugli obiettivi suddetti prende forma il percorso riabilitativo basato principalmente sulla ginnastica propriocettiva, la quale può essere accompagnata da bendaggi funzionali per prevenire l’insorgere di ricadute con la ripresa dell’attività motoria.

La ginnastica propriocettiva mira a rieducare la sensibilità propriocettiva con lo scopo di recuperare la sensibilità articolare capace di rispondere ai diversi stimoli che provengono dal terreno; questa viene svolta, in genere, in presenza di un fisioterapista e prevede l’utilizzo di una pedana o tavoletta ad hoc per recuperare l’equilibrio della caviglia.

Può essere utile, inoltre, l’utilizzo dell’elettrostimolazione per aiutare nel percorso di rinforzo dei muscoli della caviglia, oppure esercizi di potenziamento muscolare in acqua.

La terapia riabilitativa si differenzia da persona a persona, anche in base al grado di distorsione e sulle strutture colpite. Ad esempio

  • se è la struttura scheletrica ad essere stata colpita, i tempi di recupero sono più prolungati;
  • se invece si parla di lesione cartilaginea, a seguito di un intervento chirurgico, l’attività sportiva può essere ripresa dopo 4-5 mesi da esso.

Generalmente, nei casi in cui il trauma interessa i legamenti e la propriocettività, il tempo necessario per il recupero funzionale completo, sia che si sta trattando un trattamento conservativo che chirurgico, varia, a seconda dei pazienti, dalle 3 alle 5 settimane.

Dopo questo periodo si può tornare tranquillamente al lavoro, mentre per la ripresa dell’attività sportiva è bene aspettare le 10 settimane, ovvero che la distorsione sia guarita completamente ed evitare così il rischio di recidive o peggioramento della situazione.

Al contrario, negli sportivi professionisti i tempi di recupero sono più corti perché si dà maggiore spazio alla riabilitazione.

Anche dopo che il trauma è stato curato, il 10-30% dei pazienti lamentano una sintomatologia cronica caratterizzata da tendinopatie, rigidità, dolore, insufficienza muscolare o instabilità del collo del piede; per questo motivo, la riabilitazione, è un tassello fondamentale per la guarigione completa.

Prevenzione

Prevenire la distorsione della caviglia è possibile, seguendo dei piccoli accorgimenti che miglioreranno anche la salute quotidiana e le performance atletiche.

Innanzi tutto, prima di iniziare l’attività sportiva si deve dedicare del tempo al riscaldamento; questo serve non solo all’articolazione per abituarsi al movimento, ma anche al sistema nervoso che si deve adattare sia alla condizione del terreno, sia al gesto atletico.

Se invece ci si trova nelle fasi iniziali di una nuova attività, è buona pratica aumentare l’intensità dello sforzo in maniera graduale, così da dare tempo all’articolazione di rinforzarsi ed abituarsi ai nuovi movimenti.

Anche la scelta di una calzatura comoda e di alta qualità rientra tra la prevenzione della distorsione della caviglia: la scarpa con il tacco di una donna, scarpe basse che non fasciano la caviglia in novelli escursionisti o le scarpe con i tacchetti dei calciatori e rugbisti possono aumentare il rischio di distorsione se non si fa molta attenzione o non si è ben allenati.

Se, inoltre, si è reduci da un infortunio precedente, è consigliabile utilizzare un bendaggio funzionale.

Infine, per evitare la distorsione della caviglia, la si deve tenere allenata; un modo è quello di camminare con scarpe di ottima qualità per 30-60 minuti ogni giorno in modo corretto, cioè appoggiando prima il tallone e poi tutta la pianta del piede.

A chi rivolgersi

Non appena si è verificata una distorsione alla caviglia, si deve:

  • mettere immediatamente del ghiaccio sulla zona, al fine di ridurre l’infiammazione, il gonfiore e l’eventuale ematoma che si verrà a formare se la distorsione è molto grave;
  • immobilizzarla;
  • camminare senza appoggiare il piede a terra.

Qualora si riporti una distorsione di questo tipo in luoghi lontani da possibili soccorsi, è consigliato non togliere la calzatura poiché il gonfiore potrebbe impedire al piede di rientrarvi.

Successivamente, ci si deve recare al pronto soccorso o, comunque, consultare un medico, il quale, dopo un primo esame fisico, in cui diagnosticherà la distorsione e prescriverà dei farmaci o creme che agiscano sull’infiammazione, dolore e gonfiore, effettuerà una radiografia per escludere la presenza di lesioni ossee.

Potrà, inoltre, essere utile anche una ecografia, risonanza magnetica o TAC al fine di escludere eventuali lacerazioni a carico dei tessuti molli, ovvero tendini, muscoli e legamenti.

Una volta svolti tutti gli esami, ci si deve rivolgere a un fisioterapista per il trattamento conservativo e per stilare insieme il piano di riabilitazione; sarà proprio il fisioterapista ad accompagnare il paziente per tutto il percorso e a monitorare costantemente i progressi della guarigione.

Infine, il fisioterapista saprà dare dei consigli su cosa fare e cosa non fare affinché non si verifichino ricadute o recidive.

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