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Scoliosi Roma

La Scoliosi

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I 2/3% della popolazione presenta una curva strutturata patologica della colonna vertebrale di varia gravità. In realtà su 1.000 bambini, da tre a cinque sviluppano curvature vertebrali laterali abbastanza serie (>15°) da richiedere una cura; la scoliosi idiopatica degli adolescenti (provocata cioè da cause sconosciute) è il tipo più frequente.

La patologia può essere ereditaria, quindi se un bambino ha un genitore, un fratello o una sorella affetto da scoliosi idiopatica dovrebbe farsi controllare regolarmente dal medico di famiglia.

Cos’è la scoliosi?

La scoliosi è una deformità caratterizzata da una inclinazione della colonna accompagnata da una rotazione vertebrale , definita anche dismorfismo, determinando una curva laterale della colonna. Questa curva assomiglia alla forma di una “S” o “C”. Tale curvatura determina il gibbo, generalmente costale.

Esistono varie tipologie, diversificate sulla base dell’entità della patologia: quella lieve non causa particolari disturbi secondari, mentre nei casi più gravi può interferire con l’attività respiratoria, pur non causando dolore.

Quando non è presente la rotazione dei corpi vertebrali si parla di “atteggiamento scoliotico”, definito paramorfismo, che non rappresenta un vero e proprio disturbo ma piuttosto un atteggiamento postulare scorretto, curabile mediante ginnastica posturale  e sport.

Quali sono i sintomi della scoliosi?

Di solito, la scoliosi negli adolescenti e nei bambini tende a non avere alcun sintomo. Di solito si nota quando la colonna vertebrale diventa moderatamente o gravemente curva.

I principali segni e sintomi di scoliosi possono essere:

  • colonna vertebrale visibilmente curva,
  • spalle non simmetriche,
  • presenza di una spalla o un’anca sporgenti,
  • costole che sporgono da un lato,
  • vestiti che non si adattano bene

L’ortopedico può confermare già dalla visita la presenza della curva da quantificare poi tramite radiografia

Diagnosi della scoliosi:

La diagnosi della scoliosi viene stabilita attraverso l’esame della presenza di diversi fattori come la maturazione scheletrica, l’età, il menarca, la sede, la rotazione e l’entità delle curve in gradi.

La maturazione scheletrica viene esaminata mediante il test di Risser che consente di stabilire il grado di sviluppo osseo attraverso la valutazione dell’ossificazione delle creste iliache. La scala di Risser va da 0 (assenza di nucleo di ossificazione) a 5 (ossificazione completa)

Quali sono i diversi tipi di scoliosi? Quali sono le cause?

Esistono molti tipi e cause di scoliosi, nonostante nell’80% dei casi non si può precisamente determinare la causa della scoliosi.

  • Scoliosi congenita: causata da un difetto di nascita e si verifica in soli 1/10000 neonati. Gli individui con scoliosi congenita possono avere altri problemi di salute di base come problemi ai reni o alla vescica. La diagnosi precoce è fatta dal neonatologo o dal pediatra e confermata dall’ortopedico.
  • Scoliosi neuromuscolare: è frequente nei soggetti con spina bifida, paralisi cerebrale, sindrome di Marfan o malattie quali SMA o Duchenne. La terapia definitiva è sempre chirurgica
  • Scoliosi idiopatica: questo tipo è la forma più comune di scoliosi, oltre l’80% di tutti i casi di scoliosi e di solito colpisce i bambini di età compresa tra 10 e 18 (scoliosi dell’adolescente). Molto più raramente (<20% dei casi di scoliosi), può essere più precoce e si parla di scoliosi idiopatica infantile, fino ai 5 anni, o giovanile dai 5 ai 10.
  • La scoliosi idiopatica dell’adolescente è più comune nelle ragazze adolescenti. Queste curve avanzano man mano che il bambino cresce e rallenta fino a fermarsi raggiunta la maturità scheletrica. Per i casi più gravi, quelli con una curva oltre i 50 gradi, la curva progredisce anche dopo aver raggiunto la maturità. In questi casi solo un intervento chirurgico può sistemare la situazione.

Inoltre la scoliosi può essere distinta sulla base della sede e del rischio di peggioramento:

  • Toraciche: hanno le maggiori probabilità di peggioramento
  • Toracico-lombari
  • Lombari: con minori probabilità di peggioramento.
  • Un ulteriore distinzione può essere svolta sulla base della curvatura che interessa la colonna vertebrale:
  • scoliosi con una sola curva
  • Scoliosi con una curva primaria e più o meno curve secondarie
  • Scoliosi a doppia curva primaria. 

Quali terapie?

L’obiettivo della terapia della scoliosi non è di ridurre o far scomparire la curva ma di non farla peggiorare, nonché di migliorare l’apparenza finale.

  • Per fortuna la maggior parte delle scoliosi vanno solo tenute sotto controllo con visite dall’ortopedico e radiografie:
  • l’utilizzo di busti o corsetti sono per curve maggiori di 15° e pazienti ancora lontani dalla maturità scheletrica
  • l’intervento è per le curve >di 45-50° o per motivi estetici
  • Lo sport e la ginnastica postulare, nonché gli esercizi di stretching consapevole di correzione (di solito effettuati con il fisioterapista) sono in grado di migliorare decisamente l’aspetto rendendo il risultato finale più gradevole.

Per prevenire e correggere gli atteggiamenti e le patologie lievi legate ad una scorretta postura, è consigliabile svolgere attività fisica.

Molte sono le metodiche che nel tempo si sono utilizzate per la cura della scoliosi: gli esercizi più famosi si rifanno storicamente al metodo Klapp ed al metodo Niederhoffer. Il metodo Klapp, creato dallo specialista tedesco Rudolf Klapp ad inizio novecento, si basa sulla postura a quattro zampe. La posizione quadrupedica aiuta a combattere la scoliosi perché: in posizione orizzontale si ha meno pressione da parte della gravità, i muscoli dorsali non sono sollecitati, in questa posizione i movimenti della schiena sono più agevoli. Dal metodo Klapp deriva il metodo IOP. Il metodo Niederhoffer invece si basa sul principio che i muscoli trasversali e verticali della schiena lavorano in modo complementare. Questo metodo si esegue distesi sul ventre o di lato e l’obiettivo è quello di agire sulla muscolatura per correggere le curve scoliotiche attraverso esercizi isometrici.

Altri importanti esercizi importanti per la scoliosi sono quelli che fanno parte del protocollo SEAS (Approccio Scientifico con Esercizi alla Scoliosi), più moderno e con evidenze scientifiche a proprio supporto. Uno specialista qualificato redige un piano SEAS a seconda delle necessità del paziente, con una routine da ripetere 2/3 volte alla settimana.

Uno dei metodi più efficaci è il metodo Mézières, famosa fisioterapista francese. Secondo questo metodo il corpo umano risponde ad una simmetria aurea che in condizioni come la scoliosi viene meno, gli esercizi di questo metodo quindi sono volti a ripristinare questa simmetria andando ad operare su gruppi muscolari suddivisi in catene:

  • Catena posteriore;
  • Catena antero-interiore;
  • Catena brachiale anteriore;
  • Catena anteriore del collo.

Certamente la prevenzione rappresenta un ottimo metodo per evitare che il disturbo peggiori, quindi è consigliabile rivolgersi ad un esperto alla comparsa dei primi sintomi.

Inoltre, un tono muscolare sviluppato aiuta a mantenere la schiena in posizioni corrette, evitando il rischio di comparsa di tale patologia.

Quali specialisti contattare per la cura della scoliosi?

Per curare la scoliosi bisogna avere una notevole esperienza, in generale sono diverse le figure più riconosciute nella cura della scoliosi sono: l’ortopedico, il fisioterapista ed il fisiatra.

L’ortopedico e il fisiatra sono importanti per la diagnosi e per capire la gravità della scoliosi, l’origine ed eventualmente la presenza di altre condizioni pericolose, inoltre un ortopedico può intervenire chirurgicamente per curare la scoliosi.

Il fisioterapista invece è più centrale nel processo di cura della scoliosi è colui che sceglie e redige il piano di esercizi di Fisioterapia riabilitativa più indicato alla persona.

Il fisiatra è un medico specializzato nel recupero di deficit motori che possono svilupparsi anche con il peggioramento della scoliosi.

Dove trovare un ortopedico esperto nella cura della scoliosi a Roma?

A Roma Nord, tra il palazzetto dello sport ed il fiume Tevere, si trova il centro di fisioterapia Fisiomedical. Il centro è specializzato nella cura della scoliosi. In sede troverai Ortopedici, fisioterapisti e fiasiatri formati e professionali.
Siamo in Via Andrea Sacchi 35.

Per cominciare a prenderti cura della tua schiena chiama il numero 063224314 e potrai fissare una visita specialistica.

Falsi miti

  • Lo zaino non provoca scoliosi
  • Studiare in posizione “storta” non provoca scoliosi
  • Gli sport asimmetrici (tipo tennis, golf) non provocano scoliosi
  • Il nuoto non corregge né protegge dalla scoliosi
  • Il piede piatto, valgo, cavo, il valgismo delle ginocchia e l’asimmetria degli arti inferiori non provocano scoliosi
  • I plantari non hanno alcun effetto sulla scoliosi
Prolasso Roma

Così con la fisioterapia possiamo frenare il prolasso

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Quando si parla di prolasso, si fa riferimento a una condizione clinica caratterizzata dalla discesa di uno o più organi della cavità pelvica per il cedimento delle strutture legamentose che mantengono l’organo sospeso nella sua corretta sede anatomica.

In base all’organo che prolassa, parleremo di:

  • cistocele (vescica);
  • rettocele (parete anteriore del retto nella cavità vaginale);
  • isterocele (utero);
  • enterocele o eritrocele (anse del tenue);
  • uretrocele (uretra che spinge sulla parete anteriore della vagina);
  • prolasso rettale mucoso e prolasso rettale completo.

Il prolasso uterino

Il prolasso uterino si verifica quando l’utero si stacca dalla sua sede e penetra a livello della vagina.

La causa principale è l’indebolimento del pavimeno pelvico, un insieme di muscoli, legamenti e tessuto connettivo, posto alla base della cavità addominale. Il suo ruolo è quello di sorreggere e mantenere in posizione l’uretra, la vescica, l’intestino e l’utero nelle donne.

La prevalente sintomatologia è relativa al dolore, accompagnato da una sensazione di movimento viscerale.

La scelta della tipologia di terapia dipende dalla gravità del prolasso: nei casi meno gravi è sufficiente monitorare la situazione per mantenerla stabile. Al contrario, quando la condizione si identifica come grave, è necessario un intervento chirurgico per riportare l’utero nella sua posizione naturale.

Vi sono tre stadi di classificazione, distinti in gradi:

  • Prolasso uterino di I grado o lieve: riguarda solo una piccola parte dell’utero;
  • Prolasso uterino di II grado o moderato: l’utero raggiunge l’apertura della vagina;
  • Prolasso uterino di III grado o grave: l’utero fuoriesce dalla vagina.

Può essere inoltre distinto in:

  • Completo: se l’utero è scivolato del tutto, coincide in quello di III grado;
  • Incompleto: l’utero è parzialmente prolassato.

È una patologia che può interessare le donne di tutte le età, tuttavia colpisce maggiormente durante il periodo post-menopausa e in seguito a più parti vaginali.

Le cause possono dipendere dal parto, da una bronchite cronica, dal sollevamento errato di oggetti pesanti, dll’obesità e dalla stitichezza.

La patologia può portare con sè altre conseguenze quali:

  • l’ulcera vaginale: si verifica nei casi più gravi ed è causata dallo sfregamento sulle pareti della vagina dell’utero stesso. Raramente l’ulcera può andare incontro ad infezione.
  • Il prolasso di altri organi pelvici: la vescica o la porzione rettale dell’intestino possono prolassare in conseguenza all’indebolimento del pavimento pelvico.

Un esame necessario per stabilire la gravità della situazione è l’esame pelvico che consiste nell’osservazione, da parte di un ginecologo, del canale vaginale.

Inoltre, è necessario che la paziente faccia attenzione alla sensazione, sedendosi, di movimento viscerale.

Un altro metodo semplice per valutare la forza del pavimento è quello di provare a trattenere l’urina: se non si ci riesce potrebbe essere un problema di questo tipo.

Altri esami specifici possono essere l’ecografia e la risonanza magnetica, anche se solitamente non sono necessari.

Il prolasso rettale

Il prolasso rettale è caratterizzato dalla fuoriscita delle pareti rettali dall’ano.

Ci sono tre condizioni possibili che rientrano in questo tipo di patologia:

  1. Prolasso rettale totale: l’intero retto si protende verso l’ano;
  2. Prolasso mucosale: è il prolasso della mucosa rettale;
  3. Intussuscenzione interna: ovvero il collasso del retto senza che questo fuoriesca dall’ano.

È un disturbo causato dall’indebolimento dei legamenti e dei muscoli che sostengono il retto nella sua posizione naturale.

Può essere associato ad una serie di condizioni come:

  • Età avanzata
  • Stipsi prolungata
  • Sforzi prolungati durante la defecazione
  • Stress da gravidanza e puerperio
  • Interventi chirurgici
  • Fibrosi cistica
  • Broncopneumopatia cronica ostruttiva
  • Paralisi sfinterica

Ha inizio con specifici movimenti, definiti manovre di Varsavia (starnuti, singhiozzi…) e durante attività quotidiane, come camminare. La condizione può poi diventare cronica.

Può essere trattato mediante l’assunzione di fibre o di farmaci per evitare la stitichezza.

Nei casi più gravi, si può ricorrere alla chirurgia addominale o perineale. Recentemente è stato introdotta anche il trattamento mediante chirurgia robotica.

Perché si genera il prolasso?

Si può spiegare con la teoria del “boat in dry clock” di De Lancey, che paragona gli organi pelvici a una nave ormeggiata in un porto. I legamenti dell’organo (sistema di sospensione) corrispondono agli ormeggi della nave, mentre l’acqua rappresenta i muscoli del pavimento pelvico che costituiscono il sistema di sostegno dell’organo.

Il prolasso si verifica quando il livello dell’acqua sotto la nave diminuisce – ossia nei casi in cui i muscoli del pavimento pelvico perdono forza – poiché gli ormeggi si trovano a sostenere da soli il peso della nave. In questa condizione, i legamenti dell’organo si iniziano ad allungare sotto il peso del viscere (generando un prolasso di I°) e successivamente, se il livello dell’acqua sotto la nave non torna, vanno incontro a lesione, generando prolassi di II°, III° o IV° in base alla gravità della rottura.

Quali sono le cause?

Quelle che portano alla perdita di forza dei muscoli perineali, oltre alla predisposizione genetica, in generale tutte quelle condizioni che spingono costantemente i muscoli perineali verso il basso facendo perdere forza.

Alcune delle cause possono riguardare:

  • Gravidanza e parto
  • Età e menopausa
  • Obesità
  • Fibromi o tumori della zona pelvica
  • Tosse o stipsi cronica
  • Sollevamento pesi
  • Condizioni genetiche
  • Precedente chirurgia pelvica
  • Alcune condizioni neurologiche o lesioni al midollo spinale

Diagnosi del prolasso

Spesso il disturbo può non essere riconosciuto e può essere scambiato con altri disturbi: nel caso del prolasso rettale, ad esempio, la sintomatologia è molto simile a quelle relativa alle emorroidi o della stipsi.

Il prolasso nella donna viene classificato in gradi sulla base della gravità della condizione:

  • GRADO 0: nessun prolasso
  • GRADO 1: lieve, con protusione dell’organo che non raggiunge l’imene
  • GRADO 2: moderato, con protusione che raggiunge l’imene
  • GRADO 3: grave, protusione oltre l’imene, avvertita dalla donna
  • GRADO 4: totale, protusione anche a riposo.

Sintomi del prolasso

In base al tipo di prolasso, si possono manifestare sintomi più o meno intensi, come:

  • la sensazione di peso ai quadranti addominali inferiori;
  • ingombro vaginale;
  • il peso anale;
  • le algie pelviche;
  • la dispareunia, il dolore durante l’atto sessuale;
  • la difficoltosa evacuazione dell’alvo;
  • la sensazione di non completo svuotamento rettale;
  • il residuo post minzionale, quella di non completo svuotamento vescicale
  • l’incontinenza urinaria;
  • Sensazione di presenza di un corpo estraneo;
  • Pesantezza sovrapubica:
  • Disuria, dolore alla minzione;
  • Cistiti ricorrenti;
  • Dolore lombosacrale;
  • Pollachiuria e/o nicturia, frequenza minzionale aumentata di giorno e/o di notte;
  • Infiammazione dell’apparato genitale con leucorrea e/o perdite ematiche.

Come si cura il prolasso?

Lo scopo della riabilitazione è di non far peggiorare nel tempo il prolasso.

Una volta generato, a meno che non si tratti di un prolasso di I° grado, sarà impossibile riposizionare l’organo nella sua corretta sede anatomica in quanto i legamenti che normalmente lo sospendono sono rotti.

La riabilitazione si rivolge ai prolassi di I°, II° e III° grado. Il IV° grado prevede solamente un trattamento chirurgico.

I trattamenti saranno rivolti al rinforzo muscolare e all’eliminazione delle iperpressioni addominali che, se presenti, remeranno contro il lavoro di rinforzo. Il fisioterapista dovrà quindi effettuare due tipi di trattamento: uno globale e uno specifico:

  • quello globale sarà mirato a eliminare le iperpressioni, utilizzando esercizi posturali e di respirazione, sbloccando articolazioni e allungando i muscoli in tensione;
  • Il trattamento specifico invece, sarà mirato a rinforzare la muscolatura pelvica per mezzo degli esercizi di Kegel e della ginnastica ipopressiva addominale (metodo Marcel Caufriez).

Per quanto riguarda gli esercizi di Kegel, potranno essere effettuati con o senza l’ausilio del biofeedback.

Dove curare il prolasso con la fisioterapia a Roma?

Lo studio fisiomediCal di Roma rappresenta una realtà dinamica, composta da un team di medici specialisti, ortopedici e fisioterapisti che collaborano in stretta sinergia per la presa in carico globale del paziente.

Una struttura moderna, con box dotati di apparecchiature di ultima generazione, composta da medici specialisti, in una ambiente totalmente privo di barriere architettoniche, dotato inoltre di una palestra di circa 60mq.

Il centro si occupa di varie tipologie di terapie, mirate ai diversi disturbi.

Contattaci per avere maggiori informazioni o vienici a trovare a Roma, nel quartiere Flaminio.

Medicina rigenerativa

La medicina rigenerativa

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La ricerca in campo medico propone continuamente delle novità rivolte a migliorare l’attività del medico e la qualità di vita dei pazienti. È stato cosi nella ricerca e nello sviluppo delle protesi articolari; nella rivoluzione della chirurgica articolare avuta con l’artroscopia, passando per i continui sviluppi delle tecniche chirurgiche in ambito traumatologico.

Nel nuovo millennio si è sviluppata una nuova branca della medicina, la medicina rigenerativa che studia e tenta di risolvere in maniera (naturale) biologica le problematiche legate al consumo dei tessuti.

Proprio per queste capacità biologiche in campo ortopedico viene detta ortobiologia; scienza che si pone l’obiettivo di sviluppare nuove terapie per promuovere la riparazione dei tessuti dell’apparato muscolo-scheletrico stimolando le risorse naturali dell’organismo per contrastare i danni causati da traumi o da malattie e fornendo così delle soluzioni alternative ai tradizionali trattamenti o intervento chirurgico.

Medicina rigenerativa: strumenti

I principali strumenti messi a disposizione dell’ortopedico dall’ortobiologia sono:

1) Acido Ialuronico (viscosupplementazione).

2) Prodotti autologhi del sangue con o senza leucociti (LR-PRP o LP-PRP).

3) Terapie cellulari:

Estratti del midollo osseo (Bone Marrow);

Estratti del Tessuto Adiposo;

Estratti del Tessuto Sinoviale;

Estratti del Tessuto Placentare (Amniotico o cordone ombelicale).

Tra questi hanno ormai ricevuto un riconoscimento scientifico di efficacia i Fattori di Crescita estratti dalle piastrine (PRP).

I fattori di crescita sono delle proteine che stimolano la proliferazione (crescita) e differenziazione delle cellule. Sono comunemente presenti nel sangue ed all’interno di alcune cellule. La loro funzione principale consiste nello stimolare una cellula a riprodursi con lo scopo di riparare il tessuto danneggiato.  Quindi non si tratta di cellule staminali, che sono invece delle cellule indifferenziate prelevate dal midollo del paziente, ma sono presenti anche in altri tessuti come il grasso o il sangue stesso.

Come fornitore di fattori di crescita ci viene in aiuto il sangue che è composto da globuli rossi (trasportatori di ossigeno ed energia), globuli bianchi (deputatati principalmente alla difesa del nostro organismo) e dal plasma.

Il plasma rappresenta la porzione priva di cellule e contenente piastrine e fattori di crescita.

Le piastrine hanno un ruolo biologico fondamentale nella guarigione dei tessuti a cominciare dai processi di coagulazione e contengono grandi quantità di fattori di crescita al loro interno. Per poter concentrare tali sostanze sono state ideate diverse metodiche tra cui la più semplice ed efficace è quella di centrifugare il sangue ottenendo un plasma (porzione fluida del sangue) ricco in piastrine detto comunemente PRP (platelets-rich plasma) che assicura una quantità di fattori di crescita da 3 a 5 volte superiore al sangue normale.

Esistono varie metodiche di estrazione dei fattori di crescita dal sangue ma sostanzialmente si possono individuare prodotti ricchi di Leucociti (LR-PRP) che sembrerebbero più attivi nei tendini e prodotti poveri di Leuociti (LP-PRP) più attivi nelle articolazioni.

Quando sottoporsi al trattamento di PRP?

Il PRP ha mostrato effetti positivi nello stimolare i processi di guarigione di vari tessuti ed in particolare di ossa, cartilagine, tendini e muscoli e per questo motivo si sono diffusi, negli ultimi anni, numerosi utilizzi nelle patologie muscolo-scheletriche (alcuni dei quali necessitano però di verifiche cliniche ulteriori).

Quali sono i principali trattamenti di PRP?

  • Tendini (Tendiniti croniche):
  • Epicondilite Laterale (gomito del tennista);
  • Epicondilite Mediale (gomito del golfista);
  • Tendinopatia Achillea;
  • Tendinopatia rotulea;
  • Fascite Plantare o spina calcaneare;
  • Ossa: miglioramento nella guarigione delle sofferenze ossee come ad esempio contusioni, sovraccarichi e fratture;
  • Muscoli: lesioni muscolari acute;
  • Cartilagine: usura delle articolazioni dovuta a processi degenerativi precoci.

Il PRP si è dimostrato utile nel modulare la riparazione e rigenerazione della cartilagine, ritardare i processi di degenerazione ma soprattutto nel ridurre l’infiammazione e quindi la sintomatologia dell’artrosi (Dolore e Riduzione del Movimento Articolare).

Alcuni studi hanno dimostrato che attraverso i trattamenti PRP i pazienti riescono ad ottenere una riduzione dei tempi di recupero.

Questa scoperta ha portato l’agenzia mondiale anti-doping (WADA) ad approvare l’utilizzo terapeutico delle infiltrazioni PRP anche per gli atleti infortunati.

Trattamento PRP: quando si può fare?

I trattamenti PRP, per mezzo delle infiltrazioni, possono diminuire o addirittura eliminare i problemi legati a diverse infiammazioni come: tendiniti, lesioni muscolari, usura delle articolazioni, traumi, artrosi dell’anca nello stadio iniziale, patologie a carico del ginocchio, contusioni e fratture.

Come si svolge il trattamento PRP?

Il trattamento con PRP è generalmente di tipo infiltrativo. Per questo tipo di infiltrazioni viene usato un ago lungo 90 millimetri e si eseguono una serie di iniezioni intrarticolari. Generalmente, il trattamento viene fatto sotto la guida ecografica o radiografica.

Quante sedute occorrono?

Le infiltrazioni con PRP possono essere ripetuti più volte, il tutto dipende dall’intensità dell’infiammazione e dalla sintomatologia del paziente. Nei casi più gravi, come ad esempio nelle patologie di artrosi, la cura può durare tra gli 8 e i 12 mesi.

Il trattamento PRP è doloroso?

Le infiltrazioni con PRP non sono molto dolorose, ma innanzitutto bisogna prendere alcune precauzioni come l’utilizzo dell’anestesia locale.

Le terapie Cellulari

Le terapia Cellulari più utilizzate attualmente sono il midollo osseo (Bone Marrow) ed il tessuto adiposo (Lipoaspirato).

Le cellule staminali sono delle cellule multipotenti capaci di dividersi e differenziarsi in diversi linee cellulari (possono diventare cellule di vari tipi di tessuto).

Tali cellule sono contenute in molti tessuti come: sangue, midollo osseo, tessuto adiposo, membrana sinoviale. Le cellule staminali sono presenti in diverse quantità che dipendono dall’età e dalla genetica, ma in genere si tratta di concentrazioni molto basse. Anche se in numero limitato la loro azione è potenziata dalla capacità di reclutare le cellule staminali presenti nel tessuto ricevente, secernere fattori bioactivi (Cytochine, fattori di crescita etc.) che stimolano l’angiogenesi (produzione di vasi sanguigni) ed il rinnovamento cellulare. Hanno un’azione locale antiinfiammatoria ed immunomodulatoria. Per tale motivo è stato suggerito dal Prof. Arnold Kaplan, uno dei maggiori esperti del settore, di chiamare queste cellule “Medical Signaling Cells” cellule che dialogano con le cellule già presenti nel tessuto da riparare al fine di stimolare una “rigenerazione” ordinata dello stesso.

Il midollo osseo

Il Midollo osseo o Bone Marrow è un prodotto di estrazione midollare che si ricava da un concentrato dell’aspirazione effettuata dal midollo di alcune ossa (cresta iliaca, tibia e femore vicino al ginocchio, omero vicino alla spalla e calcagno). Il prodotto finale da iniettare nel tessuto malato viene ricavato attraverso dei sistemi di centrifugazione.

Il tessuto adiposo

Il tessuto adiposo o lipoaspirato è prelevato in genere dall’addome, dai fianchi o dalle cosce. Il processo di separazione meccanica della parte grassa (lipidi) concentra la frazione vascolare stromale (tessuto che avvolge i vasi sanguigni presenti nel grasso) ricca di “cellule staminali”. Utilizzato da decenni in chirurgia plastica e ricostruttiva sia come riempitivo (lipofilling), sia come strumento per la guarigione delle ferite.

Questo procedimento ha suscitato, solo negli ultimi anni, un interesse anche in campo ortopedico dove sta dando risultati soddisfacenti soprattutto nelle patologie degenerative articolari di ginocchio e spalla.

La medicina biologica: valida alternativa all’intervento chirurgico

In conclusione, l’ortobiologia fornisce un valido aiuto nel trattamento non chirurgico delle patologie ortopediche. Pur esistendo pochi dati scientifici certi sembrerebbe accertata una funzione importante nel miglioramento dei sintomi e nel miglioramento della guarigione di tessuti difficili (cartilagine, tendini e menischi).

Manca, al momento, una evidenza scientifica sul reale potere rigenerativo. Sarebbe quindi più corretto parlare di Medicina biologica piuttosto che di Medicina rigenerativa.

Per rigenerare i nostri tessuti danneggiati avremo bisogno in futuro di 3 elementi fondamentali:

  • Terreno: un’impalcatura (Scaffold) bioingegnerizzata che rappresenti la struttura di base su cui far crescere le cellule specifiche che dovranno riabitarla;
  • Semina: le cellule staminali che serviranno a colonizzare gli Scaffolds;
  • Fertilizzante: fattori biologi come il PRP che forniscano la linfa per mantenere e stimolare il processo di integrazione.

Dove trovare un ottimo centro per il trattamento con PRP

Se hai un problema ai tessuti e lo vuoi risolvere tramite l’ortobiologia, Studio Fisiomedical può fare al caso tuo.

Troverai a tua disposizione medici ortopedici specializzati nel settore pronti a seguirti passo dopo passo nel processo di recupero.

Ci trovi in zona Flaminio, Via Andrea Sacchi n.35.

Per maggiori informazioni e per prenotare il tuo appuntamento con uno dei nostri medici specialisti puoi chiamare al numero: 0632651337

tunnel carpale roma

Sindrome del tunnel carpale

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La sindrome del tunnel carpale è una neuropatia derivante dalla compressione del nervo da parte dei tessuti circostanti.

I sintomi principali interessano polso e mano e le cause possono essere molteplici: dalla ripetizione di movimenti routinari alla presenza di patologie sottostanti, come il diabete o l’ipotiroidismo.

La diagnosi è di tipo clinico e ci si può avvalere anche di esami specifici come l’ elettromiografia e l’elettroneurografia.

Il trattamento varia a seconda dei sintomi e della durata del disturbo: può essere di tipo conservativo o chirurgico.

In entrambi i casi, la riabilitazione fisioterapica risulta necessaria.

Cos’è il tunnel carpale

È uno stato di sofferenza, definita neuropatia, del nervo mediano, ovvero del nervo deputato alla innervazione delle prime tre dita della mano.

Il carpo è l’insieme delle ossa che si trovano nel polso.

Il tunnel carpale è uno stretto canale all’altezza del polso, in cui passano il nervo mediano e i tendini flessori delle dita.

Cos’è la sindrome del tunnel carpale

La sindrome è uno stato di compressione del nervo, dovuto il più delle volte ad una infiammazione dei tendini flessori delle dita (ovvero un’infiammazione cronica della borsa tendinea dei flessori) che determina una compressione del nervo mediano.

Quando insorge?

Il tunnel carpale insorge generalmente tra i 45 e i 60 anni e interessa spesso soggetti femminili.

E’ una malattia professionale?

Può essere definita una malattia professionale perché tende ad interessare persone che utilizzano per molte ore le mani, e compiono movimenti ripetitivi.

Può essere causata anche da un utilizzo massiccio del mouse, del martello pneumatico o in chi suona le percussioni, il pianoforte o la chitarra, ad esempio.

Tunnel carpale: sintomi

I sintomi principali del tunnel carpale possono riguardare:

  • riduzione della sensibilità di pollice, indice e medio e di parte dell’anulare. Nella fase iniziale può essere presente un dolore “a scossa”, non costante;
  • intorpidimento e formicolio al polso;
  • riduzione della forza complessiva della mano;
  • dolore e sensazione di gonfiore della mano, specialmente di notte. Tali fastidi possono coinvolgere anche la faccia volare – cioè interna, dalla parte del palmo della mano – dell’avambraccio;
  • gonfiore ed alterazione del colore della pelle;
  • difficoltà nella flessione del pollice.

Esistono anche forme, dette secondarie, in cui la sindrome del tunnel carpale si manifesta a causa o parallelamente ad artrite reumatoide, artrosi, conseguenze o postumi di fratture del polso, diabete o in pazienti sotto dialisi.

Tunnel carpale: cause

Tra i fattori di rischio che possono rappresentare la causa del tunnel carpale troviamo:

  • anatomia: in alcuni soggetti il tunnel carpale è più stretto e quindi più soggetto a questo tipo di patologia;
  • storia familiare: è un disturbo che presenta una percentuale di ereditarietà;
  • alcune condizioni patologiche come il diabete, l’insufficienza renale, ipotiroidismo, artrite reumatoide e da fibromialgia;
  • gravidanza;
  • alterazioni ormonali;
  • depositi di grassi;
  • fattori ambientali, come le professioni elecante in precedenza;
  • alcuni sport che implicano particolari posizioni del polso e sforzi intensi come il golf, il tennis o il bowling;
  • menopausa;
  • traumi e infortuni, come la frattura del polso.

Tunnel carpale: diagnosi

La diagnosi del tunnel carpale è di tipo clinico e prevede accertamenti attraverso esami elettrofisiologici: elettromiografia ed elettroneurografia, ma anche i raggi X e gli esami del sangue.

Inoltre vengono prese in considerazione la storia clinica del paziente e le sue abitudini di vita.

Tunnel carpale: cura

Il trattamento del tunnel carpale dipende dalla gravità e della durata dei sintomi.

Inizialmente si procede con una terapia conservativa, quindi non di tipo chirurgico, che prevede di:

  • indossare una polsiera, soprattutto durante la notte, per impedire al polso di flettersi;
  • applicare del ghiaccio per ridurre la sensazione dolorosa ed il gonfiore, se presente;
  • praticare di cortisone direttamente sul polso o per via orale. L’assunzione non può essere prolungata nel tempo poiché tali tipi di farmaci possono provocare gravi effetti indesiderati, quindi nel caso in cui il dolore non dovesse arrestarsi, è necessario considerare altre soluzioni, come quella chirurgica.

Questa terapia funziona soprattutto nei casi in cui le cause che hanno scatenato i sintomi siano temporanei, come una gravidanza o lavori pesanti svolti per un breve periodo.

Nel caso in cui la patologia sia una conseguenza di altre patologie, come quelle precedentemente elencate, la cura delle stesse può favorire il miglioramento della sintomatologia legata al tunnel carpale.

Tunnel carpale: rimedi naturali

Possono essere utilizzati dei rimedi naturali per la cura del tunnel carpale, soprattutto nella fase acuta del disturbo. Questi consistono nella:

  • applicazione di impacchi, come quelli all’argilla o all’arnica montana;
  • assunzione di integratori come l’Omega 3, presente ad esempio nell’olio di lino, e di Vitamina B6, presente nel riso integrale e nella verdura a foglia verde;
  • preparazione di infusi a base di Iperico che possiede proprietà disinfiammanti ed utili alla riduzione del dolore.

 

Tunnel carpale: esercizi

Nonostante sia consigliabile rivolgersi ad un centro di fisioterapia specializzato nel trattamento del tunnel carpale, è possibile svolgere quattro semplici esercizi utili alla riduzione del dolore, come:

  1. l’utilizzo di elastici applicati su tutte le dita, cercando di estenderle per qualche minuto;
  2. l’allungamento dell’avanbraccio, mettendo le mani una contro l’altra e portandole dall’altezza del petto a quella dello stomaco, finché si percepisce una sensazione di stiramento. Ripetere per 2,3 volte;
  3. appoggiarsi con le mani ad un muro, con le braccia in posizione parallela rispetto al pavimento, ed esercitare pressione finche non si sente una sensazione di stiramento. Mantenere la posizione per 30 secondi e ripetere 3 volte per ogni braccio.
  4. Utile nella fase conservativa, oltre agli esercizi succitati di allungamento delle fasce muscolari, l’applicazione di mezzi fisici, quali la tecarterapia, ultrasuoni o ancor meglio i crioultrasuoni soprattutto nella fase acuta, e la tecarterapia.

Tunnel carpale: intervento

L’intervento chirurgico viene preso in considerazione quando i disturbi durano per più di 6 mesi e consiste nell’apertura del canale per liberare il nervo mediano.

Può essere eseguito in tecnica microchirurgica, sia a cielo aperto che in endoscopia: studi clinici approfonditi non hanno evidenziato benefici significativi nell’utilizzo della tecnica endoscopica rispetto a quella classica. L’intervento, che consta di una incisione di circa 3 centimetri, è di breve durata (10 minuti circa), si esegue in anestesia locale e in regime ambulatoriale.

La fase post-operatoria consiste nel bendaggio del polso per un paio di giorni. Successivamente è consigliabile indossare un tutore ed iniziare un percorso riabilitativo.

 

Fisioterapia per tunnel carpale: dove farla a Roma

Soprattutto nella fase di infiammazione acuta, è altamente sconsigliata la pratica di esercizi come quelli sopra descritto.

È necessario, infatti, rivolgersi ad un centro di fisioterapia specializzato che proporrà dei programmi mirati allo specifico problema, sotto la supervisione di uno specialista.

A Roma potete rivolgervi al centro fisiomediCal, situato nel quartiere Flaminio.

Potremo occuparci di te sia durante la fase diagnostica, proponendoti le soluzioni migliori, sia durante quella relativa alla riabilitazione.

È preferibile iniziare questo tipo di percorso alla prima comparsa dei sintomi per evitare che il disturbo si cronicizzi e diventi doloroso e più difficile da trattare.

Per qualsiasi informazione puoi contattarci sul nostro sito o venirci a trovare in via Andrea Sacchi, 35 – 00196 – Roma.

Alluce valgo Roma

Alluce valgo: cos’è definizione

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L’alluce valgo non è solo un problema a livello estetico del piede, ma può provocare forti dolori e problemi nella quotidiana e normale deambulazione.

L’alluce valgo è una deformazione del primo dito del piede (esostosi) e interessa l’osso metatarso-falange. Il dito interessato appare deviato lateralmente e spinge verso le altre dita, causando un male allineamento delle dita vicine e dando origine all’alluce valgo. Dunque la deformazione è il risultato di alcuni cambiamenti a carico della struttura ossea dell’avampiede.

È una malattia progressiva che, iniziando da una minima deviazione del dito, termina con la comparsa di una protuberanza ossea e il progressivo deformarsi delle dita limitrofe. Solitamente i sintomi compaiono tardivamente, quando l’avampiede si trova ormai in una situazione di scompenso.

La comparsa di questa deformazione ossea è spesso associata ad un’infiammazione della borsa della mucosa, che si trova alla base dell’impianto dello stesso alluce.

Il problema dell’alluce valgo può essere riconducibile, principalmente, a due fattori molto comuni:

  • Fattori genetici, come ad esempio il piede piatto o cavo;
  • L’utilizzo di calzature non comode, come le scarpe troppo strette o tacchi troppo alti.

Sintomi

Spesso nella fase iniziale della patologia dell’alluce valgo non si avvertono in modo particolare i sintomi. Inizialmente si può avvertire gonfiore e fastidio. Inoltre, generalmente i sintomi possono essere legati all’attrito della protuberanza ossea con la calzatura poco idonea.

Quando la situazione inizia a peggiorare si possono avvertire diversi sintomi:

  • Dolore nell’area interessata, non solo quando si cammina ma anche a riposo;
  • Arrossamento e gonfiore;
  • La cute, nella zona interessata, risulterà più spessa e quasi callosa;
  • Deformazione ossea del piede nella regione implicata;
  • Difficoltà a deambulare in modo corretto, che poi va ad intaccare le articolazioni soprastanti, ossia caviglia, ginocchio, anca e colonna, a causa della modifica della postura in modo da adattarla ad un nuovo “stile” di camminata che attenuerà il dolore;
  • Dolore anche nella pianta del piede;
  • Nel caso di piede piatto o cavo il dolore si può diffondere anche fino alla parte del retropiede;
  • Perdita della sensibilità locale.

Cause

Una delle cause principali che comportano la compara dell’alluce valgo è senza dubbio l’ereditaria alterazione della struttura del piede. Ciò che viene ereditato in realtà non è l’alluce valgo, ma alcune forme di piede che possono predisporre il formarsi dell’alluce valgo.

Le altre cause che favoriscono la comparsa dell’alluce valgo possono essere suddivise in congenite e acquisite.

Cause congenite

Le cause congenite nella comparsa dell’alluce valgo possono essere:

  • Predisposizione familiare, soprattutto nel caso di alluce valgo in giovane età;
  • Piede piatto;
  • Piede cavo;
  • Artrite reumatoide;
  • Basso tono muscolare;
  • Malattie neuromuscolari, come la sindrome di Marfan.

Cause acquisite

Per quanto concerne le cause acquisite (o secondarie) queste risiedono principalmente nel tipo di calzature che si utilizzano. Scarpe dalla punta stretta, troppo piccole o con il tacco alto.

Diagnosi

Solitamente, in fase di diagnosi, al medico ortopedico basta l’osservazione in quanto spesso l’alluce valgo si manifesta con una protuberanza ossea.

Successivamente il medico ortopedico può richiedere un esame baropodometrico, ossia un esame che serve a misurare la distribuzione dei carichi sul piede e il suo grado di compressione mentre il paziente si trova in posizione statica e/o dinamica.

Inoltre, per comprendere al meglio il grado di deformità, il medico può richiedere una radiografia mentre il piede si trova in una posizione di carico. Questo esame permetterà al medico di analizzare l’angolo tra l’alluce e il piede. Si definisce alluce valgo quando l’angolo tra il primo e il secondo osso metatarsale è superiore agli 8 o 9 gradi.

La patologia dell’alluce valgo tende a peggiorare con il passare del tempo, quindi sin dalla comparsa dei primi sintomi, come dolore, rossore o gonfiore, sarebbe bene recarsi da un medico che predisporrà una diagnosi per cercare di ridurre quanto più possibile i problemi che potrebbe comportare il decorso della “malformazione”.

Fattori di rischio

I soggetti più a rischio di sviluppare una forma, più o meno grave, di alluce valgo sono per la maggior parte le donne. Questo fattore risiede nel fatto che le donne utilizzano spesso scarpe con il tacco che non forniscono al piede il confort necessario.

Un altro fattore di rischio risiede nell’età. L’alluce valgo, generalmente, si manifesta nelle fascia d’età che comprende i soggetti tra i 40 e i 60 anni. Questa patologia però può presentarsi anche in età giovanili e comprende le fasce d’età tra i 20 e i 25 anni.

Infine, l’alluce valgo può “svilupparsi” anche a causa di malattie degenerative come l’artrosi.

Cura

Nei casi meno gravi di alluce valgo si possono alleviare i sintomi, ma non è possibile farne regredire le deformità.

Qui di seguito potrai trovare dei consigli per alleviare il dolore e rallentare il decorso della patologia:

  • Evitare di stare in piedi per troppo tempo;
  • Degli impacchi di ghiaccio quotidiani e ripetuti più volte al giorno possono alleviare il dolore e la relativa infiammazione;
  • L’utilizzo di scarpe comode, quando si è affetti da questa patologia, risulta molto importante. Il piede e le dita hanno bisogno di spazio e non devono essere compressi, inoltre, la suola deve adattarsi alla pianta del piede ed accompagnare senza problemi il movimento del piede durante la camminata. Per le donne, sarebbe opportuno indossare dei tacchi che non superino i 5 centimetri, poiché i tacchi eccessivamente alti costringono il piede ad assumere una posizione scomoda e ne destabilizzano la distribuzione del peso.
  • I plantari possono essere di grande aiuto in questo tipo di patologie. Sono dei dispositivi che si inseriscono all’interno della scarpa. Il plantare aiuta a diminuire i sintomi dolorosi e aiuta a distribuire meglio il carico del piede;
  • Per evitare l’attrito tra le dita si può ricorrere a dei dispositivi distanziali. Mentre, per favorire un riallineamento dell’alluce si possono utilizzare delle stecche speciali. Entrambi i metodi però non comportano grandi miglioramenti alla deformazione provocata dall’alluce valgo;
  • Ortesi su misura che supportano il piede e la caviglia;
  • Alcuni esercizi di fisioterapia possono alleviare i sintomi causati dalla patologia;
  • Il medico può prescrivere dei medicinali antinfiammatori e antidolorifici a base di paracetamolo o ibuprofene;
  • Nel caso in cui l’infiammazione persiste nonostante la somministrazione per via orale degli antinfiammatori, può essere consigliata la terapia iniettiva a base di corticosteroidi.

Nel trattamento conservativo, per diminuire l’aspetto flogistico, può essere utile effettuare terapie fisiche quali:

Nel caso in cui i sintomi dovessero persistere e risultare dunque inefficaci, il medico potrà prendere in considerazione l’opzione di un intervento chirurgico.

Intervento chirurgico

Il trattamento chirurgico diventa necessario principalmente per due motivi. In primo luogo, diventa essenziale a causa del dolore che non permette al paziente di condurre una vita regolare, in secondo luogo, perché il soggetto affetto da tale malattia avrà difficoltà nell’indossare delle calzature.

Dopo aver seguito le prescrizioni del medico per ridurre l’infiammazione e il dolore, l’alluce valgo dovesse continuare ad influire sulle vostre attività quotidiane tanto da impedirne, per esempio, una normale passeggiata, allora in quel caso il medico ortopedico potrà decidere di intervenire sul problema con un intervento chirurgico.

L’obiettivo centrale dell’intervento chirurgico è quello di ridare al piede la sua originale anatomia.

È possibile suddividere l’intervento in diverse fasi:

  1. Riallineare l’alluce rispetto alle altre dita. In questa fase il medico apporterà una correzione ossea, di tendini, legamenti e nervi;
  2. Rimozione della sporgenza all’altezza del primo metatarsio, questa è la parte del piede più sporgente del piede quando si è soggetti all’alluce valgo;
  3. Attuazione di un riallineamento delle cartilagini dell’alluce e il riposizionamento delle ossa sesamoidi del primo metatarso in modo tale da migliorare l’angolo di valginismo.

L’intervento chirurgico all’alluce valgo è chiamato osteotomia. Il paziente, durante l’intervento chirurgico, viene sottoposto ad anestesia locale e solitamente viene svolto in day hospital, quindi il ricovero ospedaliero non è necessario. Se bisogna intervenire anche sui metatarsi e le piccole dita il ricovero si può estendere a 1 notte. L’intervento prevede delle incisioni sull’osso in modo da poter permettere al medico di attuare la correzione della deviazione dell’osso metatarsiale. Solitamente, chi si sottopone a questo tipo di intervento chirurgico ha un periodo di convalescenza minimo, dopo la quale si avrà un recupero funzionale dell’arto.

Negli ultimi anni è nata una nuova tecnica denominata MICA (Minimal Invasive Chevron Akin). Questa tecnica sfrutta i vantaggi dell’osteosintesi, ossia l’utilizzo di alcune viti per stabilizzare i frammenti ossei corretti, usualmente usata nelle tecniche tradizionali e della mini invasività utilizzata nelle tecniche percutanee.

Esistono altre tecniche chirurgiche per risolvere il problema dell’alluce valgo, come ad esempio l’artrodesi, cioè un intervento chirurgico durante la quale il medico “fonde” degli elementi ossei che compongono l’articolazione, o l’artroplastica di resezione, attuata solitamente su pazienti con un’età superiore ai 60 e che hanno un angolo intermetatarsale di 12 gradi.

Il medico ortopedico, dopo aver effettuato le dovute analisi specifiche per il singolo paziente, dovrà decidere quale intervento chirurgico sia più idoneo affrontare in base a diversi fattori:

  1. L’età del paziente: se il paziente è ancora giovane o in fase di sviluppo è meglio posticipare l’intervento chirurgico perché il problema potrebbe ripresentarsi. Inoltre, il medico deciderà, in base alla diagnosi del paziente, se basterà utilizzare solo i trattamenti convenzionali;
  2. Sport a livello agonistico: dopo l’intervento le dita dei piedi potranno risultare meno flessibili e questo potrebbe influire sull’attività sportiva svolta, impedendone un ritorno ad alto livello, come ad esempio una ballerina professionista;
  3. Condizioni di salute: se il paziente soffre di altre patologie come artrite reumatoide o diabete, il processo di guarigione, dopo l’intervento potrebbe essere più lento o addirittura potrebbero incorrere ulteriori problemi;
  4. Gravità: l’intervento chirurgico è consigliabile solo nei casi più gravi di deformità o dolore talmente acuto da non permettere al paziente le normali attività quotidiane. Nel caso in cui l’alluce valgo non avesse una gravità elevata, il medico potrà prescrivere semplicemente delle cure convenzionali senza dover ricorrere all’intervento chirurgico.

Sicuramente alla base della buona riuscita dell’intervento chirurgico risiedono molti fattori come la bravura del medico, la gravità del problema, il tipo di intervento attuato e la fase post-operatoria.

Nella fase post operatoria, solitamente, viene applicato un bendaggio compressivo per circa 15 giorni, ma in alcuni casi viene applicato un gesso e/o un’apposita scarpa post-operatoria bassa. In questa fase è molto importante che il paziente collabori ed esegua le istruzioni del medico in modo da poter avere dei risultati ottimali. Inoltre, durante la fase post-operatoria il paziente dovrà sottoporsi a frequenti visite mediche per cambiare le medicazioni e per monitorare l’effettiva fase di guarigione.

Passati i 15 giorni vengono rimossi i punti (3/4) e viene rifatto un bendaggio leggero. In questa fase il paziente può iniziare a camminare con l’ausilio della scarpa postoperatoria. Dopo i 30 giorni il paziente dovrà fare una radiografia di controllo. Se tutte le fasi avranno prodotto dei buoni risultati allora il paziente potrà tornare a camminare utilizzando delle scarpe comode e se necessario dovrà sottoporsi a qualche seduta di fisioterapia.

Gli interventi chirurgici di questo tipo hanno un successo che si aggira intorno all’85%, quindi non sempre si può riscontrare un esito positivo.

Il risultato non pienamente soddisfacente dell’intervento chirurgico può verificarsi per vari motivi:

  1. L’incorrere di un’infezione;
  2. Un’eccessiva rigidità delle dita dei piedi;
  3. L’osso durante la fase post-operatoria guarisce assumendo una posizione errata;
  4. Un ispessimento del tessuto cicatriziale;
  5. La continua ricomparsa dell’alluce valgo nonostante l’attuazione di un intervento chirurgico.

Prevenzione

Senza dubbio la comparsa dell’alluce valgo è influenzata dal tipo di calzature che si indossano, quindi diventa di fondamentale importanza calzare sempre delle scarpe che possano dare il massimo confort al piede in modo da poter prevenire la comparsa di tale patologia.

Inoltre, ricordiamo alle donne di utilizzare dei tacchi che non siano troppo alti perché non danno al piede la necessaria stabilità durante la camminata.

Dove curare l’alluce valgo a Roma dai migliori specialisti

Pensi di avere l’alluce valgo e hai bisogno del parere di uno specialista? Hai dolore al piede quando cammini? Ti consigliamo di rivolgerti ad un centro in cui potrai trovare i migliori medici specialisti che ti seguiranno dalla diagnosi alla completa guarigione.

Studio medical fa sicuramente al caso tuo. Da noi potrai trovare un’equipe di medici ortopedici e fisioterapisti che collaborano tra loro per garantire la totale guarigione del paziente.

Inoltre, Studio Fisiomedical dispone di una struttura innovativa e nuova nella quale si trova anche una palestra per la riabilitazione e un box con apparecchiature all’avanguardia.

Ci troviamo in zona Flaminio, all’altezza di via Andrea Sacchi 35.

Per ulteriori informazioni o per prendere un appuntamento con uno dei nostri specialisti puoi chiamare al: 0632651337.

Condropatia rotulea Roma

Condropatia rotulea: cos’è definizione

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Con il termine “condropatia” medici si riferiscono a quelle patologie che interessano i tessuti cartilaginei.

La condropatia rotulea è una patologia della cartilagine che si trova nel lato posteriore della rotula.

L’articolazione del ginocchio è composta da tre ossa: il femore (la porzione distale), la tibia (la porzione prossimale) e la rotula.

La cartilagine ha una funzione di “cuscinetto”, infatti serve a non far “sfregare” l’osso della rotula con le altre ossa che compongono l’articolazione del ginocchio, ossia la troclea femorale, la rotula e la tibia.

La condropatia è caratterizzata da una sofferenza  e deterioramento della cartilagine.

Sintomi

I sintomi che possono manifestarsi in caso di condropatia rotuela sono:

  • Dolore rotuleo: un dolore alla rotula acuto nella flesso/estensione del ginocchio, quando ci si inginocchia o quando si sta seduti per diverse ore;
  • Schricchiolio: quando nel flettere l’articolazione è possibile percepire un classico scroscio articolare;
  • Gonfiore e sensazione di rigidità.

Cause

Ci sono diversi fattori che causano la condropatia rotulea:

  • Un trauma a carico della rotula;
  • Uno stress eccessivo del ginocchio, in questo caso sono più interessati gli sportivi che mettono in continuo sforzo e attrito l’articolazione, un esempio possono essere i corridori, i ciclisti, ecc;
  • Un allineamento errato della rotula che a sua volta provoca un attrito con il femore;
  • Una disfunzione a livello muscolare nella parte anteriore e/o posteriore della coscia che non consente alla rotula il suo corretto funzionamento dovuto ad un forte indebolimento;
  • Le malformazioni congenite che non permettono un allineamento perfetto tra le tre ossa che compongono l’articolazione: femore, rotula e tibia.

Grado di condropatia rotulea

I medici ortopedici, in base ai responsi diagnostici, possono stabilire in quale grado di gravità si trova la condropatia rotulea. I gradi sono 4:

  • Grado 1: questo è il grado meno grave, in questa fase la cartilagine è leggermente deteriorata;
  • Grado 2: in questo grado la cartilagine della rotula risulta più debole e con delle lievi lesioni;
  • Grado 3: qui la cartilagine rotulea è molto assottigliata e presenta delle lesioni non indifferenti;
  • Grado 4: questo è il grado più grave, in questa fase la cartilagine rotulea sarà così debole e lacerata da mostrare l’osso della rotula sottostante.

Fattori di rischio

I principali fattori di rischio che possono causare la condropatia rotulea sono molteplici:

  • Età: spesso la condropatia rotulea può colpire i soggetti di giovane età, in particolare nella fase dell’adolescenza, perché presentano ossa e muscoli in fase di sviluppo e di conseguenza suscettibili a comportamenti anomali;
  • Genere: questa patologia colpisce per lo più i soggetti di sesso femminile perché hanno una minore massa muscolare, rispetto al sesso maschile;
  • Piedi piatti: chi soffre di piedi piatti può essere un soggetto più predisposto alla condropatia rotulea;
  • Sport a livello agonistico: in questo caso gli arti inferiori sono soggetti a continui e ripetuti stress e predisposti più facilmente ad infortuni. In questo caso, per evitare di stressare troppo l’articolazione è importante utilizzare delle scarpe adeguate, allenarsi su un terreno idoneo ed infine, alla fine di ogni allenamento fare sempre degli esercizi di allungamento e stretching;
  • Artrite: l’infiammazione che colpisce le articolazioni.

Diagnosi

La prima cosa da fare quando il paziente inizia ad avvertire dolori al ginocchio è recarsi da un medico ortopedico specialista che procederà con la stesura della diagnosi.

Nel caso di una sospetta condropatia rotulea il medico ortopedico eseguirà sul paziente un esame obiettivo. Durante questo esame il medico dovrà analizzare la posizione e il movimento della rotula, rispetto al femore e alla tibia.

Successivamente, il medico passerà all’anamnesi cioè la raccolta e l’analisi dei sintomi e fastidi accusati dal paziente.

Una volta raccolte tutte le informazioni necessarie il medico potrà predisporre dei test diagnostici per immagine come la risonanza magnetica nucleare (RMN) o Raggi X.

Tramite la risonanza magnetica nucleare si potranno vedere le condizioni delle cartilagini articolari, nonchè una visualizzazione di altre componenti anatomiche quali menischi, tendini e legamenti.

Un ulteriore accertamento diagnostico può essere rappresentato dai raggi X che ci permetteranno di osservare le condizioni delle strutture ossee (femore, rotula e tibia)

 

 

 

Cura

Sostanzialmente lo scopo della cura è quello di evitare il sovraccarico della rotula sul femore ed evitare l’assottigliamento della cartilagine rotulea.

Nei casi di condropatia rotulea meno gravi il trattamento da osservare sarà composto da diverse fasi:

  • Il riposo: è importante per non stressare l’articolazione durante un determinato periodo di tempo;
  • L’assunzione di antinfiammatori; possono essere utili anche antinfiammatori in pomata con utilizzo della pellicola trasparente;
  • L’applicazione di ghiaccio sul ginocchio dolente può alleviare il dolore e la rigidità dell’arto. In questo caso il ghiaccio deve essere somministrato ad intervallo di tempo di 15/20 min.
  • Sedute di fisioterapia per la riabilitazione muscolare, queste possono variare dai 2 ai 6 mesi in base all’intensità del problema. Le sedute consisteranno in esercizi per il rinforzo muscolare e allungamento del comparto muscolare dell’arto interessato. Tale terapia potrà essere sia di tipo manuale sia strumentale, in particolar modo la laserterapia, tecarterapia e crioultrasuoni.

 

L’intervento, per la condropatia rotulea, è indicato per i casi più gravi. Solitamente si passa a questa fase dopo un episodio traumatico o nelle circostanze in cui la cartilagine è ormai quasi del tutto corrosa.

L’intervento non è molto invasivo e la tecnica utilizzata è quella dell’artroscopia. Come detto in precedenza tramite questa tecnica si introduce una telecamera nell’arto per osservarlo da vicino. Nei casi gravi il medico può decidere di procedere con l’intervento vero e proprio.

Dopo aver sottoposto il paziente ad anestesia, solitamente locale, viene fatta un’incisione di circa un centimetro all’altezza del ginocchio. Successivamente viene iniettata una soluzione salina per dilatare il campo operatorio e aumentare la visibilità alll’interno dell’articolazione.

Fatto ciò il medico procederà con la perlustrazione dell’area per capire come intervenire nella “riparazione” dell’arto.

Infine, una volta capita l’area esatta dell’arto in cui intervenire, vengono fatte altre incisioni (solitamente due) le quali verranno utilizzate per introdurre gli strumenti chirurgici.

Una volta finito l’intervento al paziente verranno dati alcuni punti di sutura per richiudere le piccole incisioni e verrà applicato un bendaggio. Questo tipo di intervento può durare dai 40 ai 60 minuti. Tutto dipende dalla gravità della malattia.

Quando il paziente viene sottoposto a questo tipo di intervento può essere effettuato anche un vero e proprio trapianto di cartilagine.

In una prima artroscopia si prelevano dei frammenti di cartilagine dal paziente. A loro volta i frammenti vengono coltivati nei laboratori specializzati in cui vengono riprodotte delle sfere di cartilagine che infine verranno reinserite nel ginocchio del paziente.

Dove curare la condropatia rotulea a Roma dai migliori specialisti

Se riscontri dolori al ginocchio e difficoltà nel muovere la gamba Studio Fisiomedical fa al caso tuo.

Nel nostro centro potrai trovare i migliori medici ortopedici specialisti pronti ad aiutarti e a seguirti dal momento della diagnosi fino alla tua totale guarigione.

Inoltre, le nostre equipe di medici lavorano in stretto contatto con i fisioterapisti per garantirti il migliore dei risultati.

Chiamaci per avere maggiori informazioni o per fissare un appuntamento al numero: 0632651337

Ci trovi a Roma, zona Flaminio, Via Andrea Sacchi n.35.

Cuffia dei rotatori roma

Cos’è la cuffia dei rotatori: definizione

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La cuffia dei rotatori è la zona del corpo umano situata nel distretto articolare della spalla.

Quest’ultima è formata da cinque articolazioni che la rendono un’articolazione particolarmente mobile e le permettono così dei movimenti molto complessi, ma allo stesso tempo la rendono una delle aree del corpo più “instabili”. Questa instabilità è sicuramente dovuta alla conformazione anatomica dell’articolazione scapolo omerale: la cavità glenoidea che accoglie la testa dell’omero è infatti una cavità molto aperta, ma comunque protetta dai muscoli e dai tendini che vanno a formare la cuffia dei rotatori

La cuffia dei rotatori è, dunque, un’area complessa composta da quattro muscoli, i quali si inseriscono sui distretti ossei, con i rispettivi tendini tendini.

Nella parte superiore della spalla troviamo il tendine sovraspinato. Questo muscolo, con la sua porzione tendinea, permette al braccio di ruotare verso esterno.

Il sottoscapolare si trova nella parte anteriore del muscolo e consente la rotazione verso l’interno del braccio.

Infine, ci sono il sottospinato e il piccolo rotondo, collocati nella zona posteriore. Il sottospinato (o infraspinato) serve a far ruotare esternamente il braccio e rinforza la capsula dell’articolazione scapolo omerale, stabilizzandola.

Il piccolo rotondo, invece in sinergia con l’infraspinato, fa ruotare  verso l’esterno il braccio.

Questi muscoli, insieme ai loro tendini, proteggono la spalla da possibili lussazioni, cioè la fuoriuscita dell’omero dalla cavità glenoidea.

Dolore alla cuffia dei rotatori: cause

Le cause che provocano la rottura della cuffia dei rotatori possono essere due:

  • evento traumatico: questa rottura può derivare da un eccessivo carico, dall’esecuzione di un movimento sbagliato o dovuto ad un impatto;
  • degenerativa: in questo caso la rottura avviene in modo più lento. Partendo da una fase degenerativa il tendine si “assottiglia”. L’assottigliamento può manifestarsi quando l’area è sottoposta a continui stress nel tempo o può derivare semplicemente dall’invecchiamento.

Sintomi

Quando la rottura della cuffia dei rotatori è di natura traumatica il dolore si presenta, solitamente, nella parte anteriore laterale della spalla. Questo dolore può espandersi anche al braccio, in genere a livello del deltoide e non permette, al soggetto, di poter compiere i movimenti abituali come alzare il braccio al di sopra della spalla.

Invece, quando la rottura deriva da una condizione cronica può variare l’intensità del dolore e si presenta soprattutto durante le ore notturne.  Anche in questo caso si può riscontrare una certa difficoltà nell’ effettuare movimenti quotidiani o nel sollevamento di pesi anche minimi.

È bene sottolineare che quando si parla della rottura della cuffia dei rotatori in realtà si fa riferimento ad una lesione del tendine e non del muscolo anche se a volte appare coinvolto in parte all’altezza della giunzione mio tendinea.

Diagnosi

Quando il paziente avverte un dolore nella parte anteriore laterale della spalla potrebbe trattarsi della lesione o rottura della cuffia dei rotatori.

Il primo passo per accertarsi della gravità o meno della situazione è, senza dubbio, un esame clinico condotto da un medico ortopedico. Successivamente, il medico può predisporre ulteriori controlli come la risonanza magnetica.

Potrebbe essere indicata anche la radiografia che permette di evidenziare possibili alterazioni delle componenti scheletriche.

Il tipo di lesione può essere una semplice infiammazione del tendine localizzata, che non comporta nessun danno permanente.

Diversamente può essere diagnosticata una lesione parziale o completa che, nei casi più gravi, viene curata con l’intervento chirurgico.

Test della cuffia dei rotatori

Tramite il test della cuffia dei rotatori il medico ortopedico può diagnosticare o meno la rottura, lesione o infiammazione dell’area interessata.

Durante il test verrà chiesto al paziente di alzare lentamente il braccio e ruotarlo verso l’interno, in modo che il pollice sia rivolto verso il basso, in seguito dovrà fletterlo in avanti di circa 20 o 30o.

Successivamente, il medico applicherà una leggera pressione sul braccio, spingendolo verso il basso. Se il paziente avvertirà dolore o non riuscirà a contrastare la pressione verso il basso, allora il test avrà un esito positivo.

Nonostante il nome del test si riferisca all’intera area della cuffia dei rotatori, in realtà è mirato a diagnosticare una lesione del sovraspinato. Il test prende questo nome perché il tendine “ferito” è quello più esposto alle possibili lesioni.

Test dell’infraspinato

Se il paziente riscontra una particolare difficoltà nella rotazione interna del braccio, in quel caso potrebbe trattarsi di una lesione del tendine infraspinato, considerato il secondo tendine che si lesiona più frequente, dopo il sovraspinato.

In questo caso il medico farà ruotare esternamente il braccio contro resistenza con il gomito appoggiato sul fianco e flesso di 90o. Se il dolore è presente solo in una spalla si possono ricavare maggiori informazioni mettendo a paragone la forza delle due braccia.

Test lit off

Si parla di “lit off” quando il test riguarda il muscolo sottoscapolare. In questo test il paziente ruota internamente il braccio leso fino a far poggiare il dorso della mano nella parte bassa della schiena. Successivamente, il paziente deve riuscire ad allontanare posteriormente la mano, mentre il medico esercita una leggera pressione e ne ostacola il movimento. Se si verificherà un calo della forza o dolore nel compiere il movimento, in quel caso l’esito del test sarà positivo.

Test di conflitto di Neer

Il test di conflitto di Neer consiste nel far alzare in avanti il braccio del paziente fino a 180o sul piano della scapola, che nel frattempo viene tenuta immobile dalla mano del medico, in una rotazione interna.

Il test risulterà positivo se il paziente avverte dolore nella parte finale della spalla.

Fattori di rischio

Anche nei fattori di rischio di lesioni della cuffia dei rotatori, come per le cause, bisogna differenziare gli eventi traumatici dai fenomeni degenerativi.

  • Eventi traumatici:
  • Attività sportive, come ad esempio rugby, calcio o sci;
  • Lavori che prevedono il frequente carico di pesi.
  • Fenomeni degenerativi:
  • Età;
  • Malattie metaboliche, come ad esempio il diabete;
  • Stili di vita non idonei, come il fumo, che provoca una diminuzione della vascolarizzazione del tendine con un conseguente indebolimento;
  • Predisposizione naturale;
  • Lavoro che sollecita continuamente l’articolazione.

Prevenzione

Non è facile poter prevenire le lacerazioni della cuffia dei rotatori, ma possiamo darti dei consigli per poter tenere l’area meno soggetta a lesioni:

  • Esercizi: importanti per tenere la spalla allenata donandole una maggiore flessibilità e tonicità muscolare;
  • Attenzione agli sforzi: prendere le dovute precauzioni quando si sollevano dei pesi, in particolar modo per le lesioni fra spalla e omero;
  • Riposo: non sforzare l’articolazione quando è indolenzita o infiammata;
  • Visita specialistica: nel caso in cui il dolore dovesse perdurare nel tempo si consiglia vivamente una visita presso un medico ortopedico specialista della spalla.

Cura

Come appena detto, nel caso in cui il dolore dovesse essere persistente o apportasse delle difficoltà nelle funzionalità motorie, è opportuno recarsi da un medico ortopedico specialista della spalla che tramite i vari tipi di test potrà prescrivere  una cura specifica al paziente.

Quando il paziente ha una lesione della cuffia dei rotatori si possono attuare due tipi di terapie, quella conservativa e quella chirurgica.

Terapia conservativa

Nei casi meno gravi di rottura della cuffia dei rotatori sarà necessario fare qualche seduta di riabilitazione mirata sia al recupero della mobilita articolare che degli squilibri muscolari. Utile in questa fase anche il corretto utilizzo di mezzi fisici (onde d’urto, tecar, crioultrasuoni, laser etc) Importante una valutazione posturale per individuare le eventuali cause che possono aver determinato il sovraccarico delle strutture in lesione e fondamentale tenere a riposo la spalla non sottoponendola a stress o sforzi. Può essere utile l’utilizzo di antinfiammatori e analgesici, anche se spesso la somministrazione di farmaci per via orale non garantisce una regressione del sintomo a causa della scarsa vascolarizzazione dei tendini.   Se dopo questi trattamenti conservativi e/o eventualmente infiltrativi con steroidi l’infiammazione dovesse persistere, il medico potrà decidere se continuare con una cura non chirurgica o se passare all’intervento chirurgico.

Chirurgia

In questo fase il paziente sarà sottoposto ad un approccio artoscopico. L’intervento viene effettuato in “day hospital” con un’anestesia locale. Vengono fatti 3 piccoli buchi che permetteranno l’accesso dello strumentario endoscopico. Attraverso una piccolissima telecamera si osserva in modo diretto l’area lesionata per capire come poter intervenire al meglio. Nonostante gli esiti positivi dell’intervento chirurgico, purtroppo i pazienti possono essere soggetti a lesione recidive che quindi si potranno ripresentare.

Nei casi più gravi di rottura della cuffia dei rotatori il medico ortopedico può decidere di intervenire chirurgicamente asportando la parte lesionata e sostituendola in parte o totalmente con una protesi.

Dopo ogni intervento, che sia stato effettuato in artroscopia o a cielo aperto, è sempre indispensabile la riabilitazione che sarà suddivisa in 3 fasi:

  • Fase 1: il paziente dovrà indossare per circa 4 settimane un tutore in modo da tenere il braccio immobile e permettere al tessuto muscolare di risanarsi;
  • Fase 2: dalle 4 alle 8 settimane di fisioterapia assistita, utile per recuperare il totale recupero articolare e motorio dell’articolazione;
  • Fase 3: 8 settimane circa di esercizio fisico assistito e attivo, importante per ridare alla muscolatura tonicità e forza.

Ovviamente i protocolli verranno stabiliti con maggior precisione dal chirurgo in funzione della lesione trattata.

Centro d’eccellenza specializzato nel trattamento dei dolori alla cuffia dei rotatori a Roma Nord

Se hai dolori persistenti alla spalla e difficoltà nel muovere il braccio ti consigliamo di recarti presso un centro specializzato.

Studio Fisiomedical è un centro in cui potrai trovare un’equipe di medici specializzati e fisioterapisti che collaborano per poter dare ai pazienti i migliori risultati.

Verrai assistito passo dopo passo, dalla prima visita in cui verrà diagnosticato il problema, alla riabilitazione per una piena e totale guarigione.

Studio Fisiomedical si trova in zona Flaminio, Via Andrea Sacchi n.35.

Per maggiori informazioni e per prenotare il tuo appuntamento con uno dei nostri medici specialisti puoi chiamare al numero: 0632651337

artrosi ginocchio Roma

Artrosi del ginocchio cos’è: definizione

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L’artrosi al ginocchio, definita in ambito medico gonartrosi, si manifesta quando la cartilagine di tibia e perone si assottiglia : è una malattia della cartilagine che, con il continuo sfregamento tra le due ossa, tende a consumarsi e conseguentemente a portare le ossa ad un assiduo attrito che,con il passare del tempo, può provocare dolore ed una non corretta funzionalità motoria o deambulazione.

Chi colpisce?

Solitamente questa patologia colpisce persone anziane (ultra sessantenni), ma non mancano casi che coinvolgono i più giovani ( quarantenni e cinquantenni).

Come si manifesta?

Una volta che la cartilagine inizia a consumarsi, provocando dolore ed infiammazioni, come meccanismo di difesa inizia una sovrapproduzione di liquido sinoviale che causa gonfiore e limita i movimenti del ginocchio. Il liquido sinoviale è un liquido che riempie le cavità articolari e il suo compito è quello di nutrire i tessuti vascolarizzati e lubrifica le giunzioni articolari.

Sintomi

La patologia dell’artrosi al ginocchio può manifestarsi attraverso diversi sintomi.

  • Dolore al ginocchio: causato da un rigonfiamento o infiammazione.
  • Dolore articolare: in questo caso si percepisce il dolore all’interno dell’articolazione stessa.
  • Dolore muscolare.
  • Gambe dolenti e gonfie.
  • Gambe stanche e sensazione di pesantezza.
  • Gonfiore articolare: il ginocchio può risultare dolorante e caldo al tatto a causa del riversamento del liquido sinoviale.
  • Noduli: possono avere un’origine infiammatoria e solitamente interessano i tessuti più profondi.
  • Osteofiti: sono delle piccole escrescenze del tessuto osseo, solitamente assumono una forma a becco o cresta e sono tipiche delle malattie articolari erosive.
  • Rigidità articolare: la limitazione parziale o totale del movimento articolare.
  • Rumori articolari: questi possono essere un campanello d’allarme per le patologie delle articolazioni e si manifestano con scricchiolii durante l’esecuzione di un normale movimento dell’arto.

Cause

L’artrosi al ginocchio è una condizione infiammatoria che assume le caratteristiche di una patologia cronica e che deriva dalla tumefazione delle cartilagini degli arti. Gli arti maggiormente interessati sono gli arti inferiori (gambe). Le cause che comportano all’erosione della cartilagine nelle gambe possono essere molteplici e spesso sono una combinazione di diversi fattori:

  • Età avanzata: sicuramente l’età del paziente è uno dei fattori principali che influisce molto sul manifestarsi di tale malattia. Con l’invecchiamento, infatti, la degenerazione della cartilagine è un processo normale.
  • Sovrappeso o obesità: un elevato peso corporeo va ad influire e danneggiare maggiormente la cartilagine delle ginocchia che si trovano perennemente sotto un maggiore sforzo.
  • Predisposizione genetica: l’artrosi può essere una malattia geneticamente trasmissibile che interessa le maggiori articolazioni.
  • Sesso: diversi studi hanno dimostrato che l’artrosi al ginocchio si manifesta maggiormente in pazienti di sesso femminile che hanno un’età superiore ai 55 anni.
  • Ripetuti infortuni passati: le patologie al ginocchio interessano maggiormente quei soggetti che praticano sport o che a causa del lavoro devono spesso sollevare dei pesi. Gli sport che possono provocare maggiori infortuni alle gambe sono il calcio, rugby, tennis, pallacanestro, ecc.
  • Artrite reumatoide: è una malattia autoimmune ed è l’infiammazione cronica di articolazioni, tendini, muscoli e atri tessuti dell’organismo.
  • Il morbo di Paget: è un morbo metabolico che colpisce le ossa deformandole o esponendole maggiormente alle fratture.

Diagnosi

Per poter riconoscere l’artrosi al ginocchio il primo passo è un esame obiettivo e l’anamnesi, ossia conoscere la storia clinica del paziente tramite la raccolta e l’analisi dei sintomi del paziente. In questa fase è importante anche l’analisi della storia clinica familiare in modo tale da escludere o prendere in considerazione delle patologie che sono geneticamente trasmissibili.

Successivamente, il paziente deve sottoporsi a degli esami accurati, come i raggi X e la risonanza magnetica nucleare.

Le radiografie, o raggi X, alle articolazioni interessate vengono spesso fatte con il paziente in piedi, in modo da evidenziare la riduzione dello spazio articolare. I raggi X servono a chiarire se l’infiammazione al ginocchio deriva dall’osteofitosi o meno.

La risonanza magnetica nucleare è un esame più dettagliato e tramite esso si può risalire alla causa principale che comporta l’assottigliamento della cartilagine nell’articolazione. Grazie alle informazioni derivate da questo esame il medico ortopedico potrà stabilire la cura più adeguata al paziente.

Cura

Una volta effettuata la visita medica tramite un medico ortopedico specialista si potrà pensare ad una cura. In realtà guarire completamente dall’artrosi al ginocchio è impossibile, ma se ne possono alleviare i dolori o comunque si può cercare di rallentare il decorso della malattia.

Quando un paziente è soggetto a questa patologia il medico, a seconda della gravità, può decidere se attuare una cura conservativa, cioè non chirurgica, o attuare un intervento chirurgico.

Cura conservativa

Per quanto riguarda la cura conservativa ci sono diversi rimedi:

  • Riduzione del peso: tra le cause che comportano l’artrosi alle ginocchia, come detto in precedenza, c’è il sovrappeso o obesità. In questo caso la soluzione migliore è quella di un piano alimentare adeguato per il paziente e volto alla perdita del peso eccessivo.
  • Fisioterapia: esercizi mirati ad aumentale la mobilità articolare del ginocchio interessato.
  • Somministrazione di medicinali: in questo caso il medico può prescrivere degli antidolorifici e degli antinfiammatori a base di ibuprofene, paracetamolo o naprossene sodico.
  • Infiltrazioni: nel caso in cui gli antinfiammatori non dovessero apportare nessun miglioramento, il medico può decidere di prescrivere delle iniezioni di corticosteroidi o di acido ialuronico.

I corticosteroidi se somministrati per periodi prolungati possono avere degli effetti collaterali, come ipertensione o obesità, ed è proprio per questo che i medici preferiscono trattare il paziente con gli antidolorifici e solo successivamente passano alla prescrizione di queste iniezioni.

L’acido ialuronico è una sostanza lubrificante e tramite la sua somministrazione i medici provano a ripristinare parte dell’assetto articolare.

  • Attività fisica: la sedentarietà favorisce e/o aggrava l’artrosi al ginocchio quindi una costante attività fisica può diminuire il decorrere della malattia. Ovviamente in questo caso è opportuno fare delle attività che non peggiorino la condizione del ginocchio.
  • Tutore: sul mercato sono presenti tanti tipi diversi di tutori e la scelta del più idoneo al paziente spetta al medico ortopedico specialista.

Intervento chirurgico

Quando il paziente è soggetto ad artrosi al ginocchio e si trova in uno stato avanzato della malattia il medico ortopedico specialista può decidere se intervenire tramite un intervento chirurgico.

Ci sono tre tipi di interventi attuabili per porre rimedio a questa patologia:

  • Artoscopia: è l’intervento chirurgico meno invasivo, ma anche meno efficace. Questo intervento prevede la “pulizia” delle cartilagini del ginocchio. Solitamente questo tipo di interventi è indicato per i più giovani.
  • Osteotomia: l’artrosi al ginocchio, come già detto, comporta l’assottigliamento della cartilagine e il continuo sfregamento delle ossa. Questo intervento prevede proprio il rimodellamento dell’osso Di norma vengono sottoposti a questo intervento pazienti che hanno un danno alle cartilagini di una sola delle due porzioni ossee.
  • Protesi: questo è l’intervento chirurgico più invasivo e prevede l’istallazione di una protesi al posto del vero ginocchio. In questo caso il medico ortopedico specialista raccomanda tale operazione ai pazienti più anziani.

Dove curare l’artrosi del ginocchio a Roma dai migliori specialisti

L’artrosi al ginocchio è una malattia che se trascurata può portare al mal funzionamento degli arti inferiori, dolori e difficoltà nella deambulazione.

Se hai bisogno di consultare un medico specialista ortopedico allora studio fisiomedical fa al caso tuo.

Il nostro centro offre visite mediche specialistiche ortopediche e potrai usufruire di apparecchiature di ultima generazione. I nostri specialisti ti seguiranno dalla diagnosi fino alla fine del percorso di recupero e guarigione.

Studio Fisiomedical è un centro diagnostico e di riabilitazione, infatti, nel caso di un intervento chirurgico il paziente potrà usufruire anche delle manie esperte dei nostri fisioterapisti.

Inoltre, nel nostro centro è presente una palestra in cui si possono svolgere attività di ginnastica posturale e corsi di pilates.

Studio Fisiomedical si trova in centro a Roma in Via Andrea Sacchi n. 35, nel quartiere Flaminio.

Per maggiori informazioni o per prenotare il tuo appuntamento puoi chiamare il 06.32651337 o il 06.3224314.

Cruralgia Roma

Che cos’è la cruralgia

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Un forte dolore nella parte anteriore e interna della coscia, questa è la cruralgia; la patologia prende infatti il nome dal nervo che ne è responsabile, il nervo crurale.

Il dolore della cruralgia può manifestarsi sia progressivamente che in maniera rapida e violenta, ad esempio dopo uno sforzo.

La causa della cruralgia è un’infiammazione delle radici del nervo crurale a livello delle vertebre L2-L4 e il dolore risulta da una protrusione di un disco intervertebrale, ovvero la fuoriuscita del disco vertebrale dal suo spazio naturale.

La cruralgia può anche essere causata da irregolarità ossee (dovute ad esempio da fratture vertebrali e osteoporosi) e dal restringimento del canale vertebrale.

che cos’è il nervo crurale

Il nervo crurale è un nervo periferico degli arti inferiori molto importante per il nostro corpo in quanto va a innervare l’inguine, la coscia e la gamba fino ad arrivare a parte del piede.

Il nervo crurale si collega alle fibre nervose delle radici spinali L2, L3 e L4 e va a svolgere un ruolo fondamentale sia per la funzionalità motoria che per quella sensoriale.

Nella sua funzione motoria il nervo crurale va a controllare i muscoli flessori dell’anca e gli estensori del ginocchio; nella sua forma più grave la cruralgia può infatti avere come sintomo anche delle difficoltà nel movimento della gamba.

Cause

La cruralgia può trovare origine da ogni trauma fisico o patologia che possa causare la compressione delle radici del nervo crurale a livello della colonna vertebrale o lungo il suo tratto.

Esempi di queste cause sono:

  • l’ernia del disco;
  • l’artrosi;
  • la frattura del canale lombare;
  • cisti;
  • ascessi.

L’ernia del disco e l’artrosi restano tra queste le cause più frequenti della cruralgia.

L’ernia del disco può portare a una irritazione a livello della colonna che causa la compressione delle radici del nervo crurale e può così dare origine ai sintomi della cruralgia con il caratteristico dolore nella parte anteriore e laterale della coscia.

In genere l’ernia del disco va a comprimere la colonna a livello della vertebra L4, nei casi più comuni, ma può anche colpire a livello delle vertebre L2 e L3.

Spesso la cruralgia si accompagna a dolori a livello della schiena, in questo caso si parla di lombo-cruralgia.

Sintomi

I sintomi tipici che segnano la presenza di cruralgia sono:

  • dolore alla coscia a livello anteriore e/o interno;
  • intorpidimento, bruciore e debolezza della gamba;
  • formicolio;
  • difficoltà motorie.

I sintomi si manifestano gradualmente o in maniera improvvisa (dopo sforzi o traumi che vadano a irritare il nervo).

Il dolore alla coscia è presente nello stato normale della cruralgia, mentre l’intorpidimento, la debolezza e il formicolio si presentano solo nei casi più gravi di irritazione del nervo cruralgico.

Quindi più specificatamente i sintomi della cruralgia sono:

  • Dolore lungo il nervo crurale: va a colpire la parte anteriore e mediale della coscia ma, a seconda delle fibre nervose coinvolte nel caso specifico, il dolore può interessare anche la zona lombare coinvolgendo anche la schiena.
  • Parestesie: sensazioni sgradevoli diffuse come bruciore, formicolii o pizzicore.
  • Disestesia: dolore dato anche dal solo tocco dell’area sotto la quale il nervo è irritato, amplificando la sensazione di dolore dalla zona interessata.
  • Difetti motori: nelle forme più gravi il dolore della cruralgia può causare difetti motori che coinvolgono tutta la gamba.

Diagnosi

La diagnosi per la cruralgia di norma si basa sui segni clinici oggettivi riscontrabili nella patologia, ma per identificare al meglio la causa del dolore possono essere utilizzati anche esami che permettono la diagnosi per immagini, come la radiografia, la risonanza magnetica e la TAC.

Un ulteriore test che può servire alla diagnosi è il segno di Wasserman, che consiste nel posizionamento del paziente in posizione prona e nella flessione della gamba sulla coscia con un’estensione d’anca. Nel caso in cui il paziente riscontri dolore il test risulterà positivo e si può ipotizzare la presenza di cruralgia.

Cura

Generalmente la cruralgia si cura in primo luogo con la somministrazione di farmaci contro l’infiammazione e il dolore, i farmaci utilizzati saranno quindi antidolorifici e antiinfiammatori sia FANS che cortisonici.

È utile in aggiunta alla terapia farmaceutica rivolgersi a un fisioterapista per delle sedute specifiche per la cruralgia che possano alleviarne i sintomi e garantire una guarigione più rapida.

Se il dolore si presenta in maniera persistente anche dopo il trattamento farmacologico e le sedute di fisioterapia si potranno effettuare delle infiltrazioni di cortisonici a livello lombare.

Per le persone che soffrono di cruralgia è fondamentale prima di tutto evitare ulteriori irritazioni del nervo crurale, per questo motivo si consiglia vivamente di evitare sforzi eccessivi e esercizio fisico intenso.

Nel caso in cui dopo alcuni mesi di trattamento il dolore dovesse continuare potrebbe essere necessaria la risoluzione del problema intervenendo chirurgicamente sulla causa della compressione delle radici del nervo crurale; ad esempio nel caso di un’ernia si può pensare a una sua rimozione. 

Dove curare la cruralgia a Roma dai migliori specialisti

Se soffri di cruralgia, avverti questi sintomi e vorresti curarli al meglio per tornare a stare bene, rivolgiti a Fisiomedical.

Fiosiomedical a Roma rappresenta un centro di eccellenza per la fisioterapia e la rieducazione funzionale con professionisti preparati e apparecchiature di ultima generazione.

Per saperne di più contattaci (qui pensosi possa mettere il link alla pag contatti che ha il form da compilare) tramite il nostro sito o chiamaci ai numeri 06 32651337 e 06 3224314.

Fisiomedical si trova a Roma, quartiere Flaminio, in via Andrea Sacchi 35.

Lombalgia Roma

Cos’è la lombalgia

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La lombalgia è un disturbo al quale comunemente ci si riferisce anche con il termine generico di “mal di schiena”. Si presenta come un fastidio o un vero e proprio dolore alla parte lombare della schiena (la parte bassa) e coinvolge i muscoli e le ossa. È un disturbo molto diffuso e quasi tutti ne soffrono almeno una volta nella vita.

Questa affezione è sempre più frequente nella popolazione a causa di una sempre maggiore sedentarietà delle persone e talvolta può essere molto invalidante e comportare lunghi periodi di degenza.

È importante conoscerne e saperne distinguere le forme in modo da potersi rivolgere al giusto specialista se necessario.

Le due forme della lombalgia

Ne esistono due forme che si differenziano tra loro per diversi aspetti:

  • La lombalgia Acuta;
  • La lombalgia Cronica.

Se non si ha una localizzazione specifica del dolore, ma vengono coinvolti anche i glutei e gli arti inferiori ci troviamo difronte ad una lombosciatalgia, o più comunemente chiamata sciatica, ossia un’infiammazione del nervo sciatico.

La lombalgia Acuta

La lombalgia acuta, o “colpo della strega” è uno dei disturbi più diffusi nella popolazione, e può manifestarsi in qualsiasi momento in qualsiasi fascia d’età.

È caratterizzata dalla comparsa di un dolore localizzato, dall’intensità variabile, nella zona del rachide (parte finale della colonna vertebrale) senza un coinvolgimento dei glutei e degli arti inferiori

La lombalgia Cronica

Ci troviamo di fronte ad un caso di lombalgia cronica se si sperimenta un dolore alla schiena e alle sue strutture per un periodo di tempo che varia tra i 3 e i 6 mesi.

La lombalgia cronica non può essere considerata un semplice mal di schiena ed è importante rivolgersi ad uno specialista che sappia consigliarci il giusto intervento terapeutico, in quanto dietro a questo fastidio potrebbero celarsi anche dei veri e propri disturbi anatomici o funzionali.

La lombalgia cronica affligge il 4% della popolazione e solitamente si verifica nel 5% dei pazienti affetti da lombalgia acuta.

Oltre ad essere dolorosa, la lombalgia cronica ha un impatto negativo sulla vita di tutti i giorni rendendo spesso difficoltoso lo svolgimento dell’attività lavorativa o quella sociale.

Le Cause

Esistono vari fattori che possono scatenare un episodio di lombalgia, i più comuni generalmente riguardano:

  • problematiche ortopediche di vario tipo, che sovraccaricano la colonna vertebrale e causano il tipico dolore nella zona bassa della schiena;
  • traumi;
  • comportamenti o stili di vita poco salutari.

Solitamente le cause più comuni sono quelle di tipo specifico, ossia riconducibili a delle problematiche dei dischi intervetrebali che hanno lo scopo di distribuire il peso in modo omogeneo su tutta la colonna.

Altri fattori generici che possono causare la lombalgia sono:

  • postura scorretta protratta nel tempo;
  • obesità o sovrappeso;
  • sollevamento di pesi in modo scorretto;
  • gravidanza;
  • fattori generici;
  • debolezza muscolare;
  • scarsa attività fisica
  • compresenza di altre patologie;
  • etc.

I sintomi

Non è propriamente corretto parlare di sintomi in riferimento alla lombalgia, in quanto non è una malattia, ma essa stessa è un sintomo che può fungere da campanello d’allarme per l’insorgenza di altre patologie sia vertebrali che extra vertebrali.

Si può manifestare in modo continuativo o in modo episodico, soprattutto dopo dei movimenti bruschi o attività che hanno comportato un eccessivo sforzo a carico dei muscoli e delle ossa.

La lombalgia si presenta come un dolore che limita e spesso impedisce alcuni movimenti (del busto in particolar modo) e rende difficoltoso assumere determinate posizioni.

Il dolore, spesso monolaterale (sperimentato unicamente nella zona lombare destra o nella zona lombare sinistra) si presenta come acuto e penetrante e che può essere persistente o presentarsi ad episodi.

Generalmente alla lombalgia sono associati anche:

  • formicolii;
  • intorpidimento;
  • ipostenia, o debolezza muscolare;
  • dimunizione della sensibilità negli arti inferiori;
  • difficoltà nella deambulazione;
  • nei casi più gravi, difficoltà nel controllo degli sfinteri (incontinenza).

Diagnosi

La diagnosi della lombalgia avviene a seguito di un’approfondita anamnesi medica, sarà dunque necessario un attento colloquio con il medico al fine di individuare le possibili cause scatenanti ed il miglior intervento da attuare.

Nel caso di una lombalgia acuta il disturbo si risolve in modo autonomo nel giro di pochi giorni, un consulto medico è comunque sempre consigliabile al fine di evitare possibili complicanze o una cronicizzazione della lombalgia.

Anche nel caso di compresenza di altri disturbi è importante rivolgersi al medico, ad esempio se la lombalgia è associata a febbre o disturbi neurologici di vario genere o altre patologie.

Se il disturbo persiste per un periodo superiore alle sei settimane si potranno prevedere anche degli esami più specifici come una radiografia (RX) o una risonanza magnetica (RM) per comprendere in modo più approfondito e attento le cause dell’insorgenza della lombalgia.

La lombalgia: durata

La lombalgia non ha una durata fissa, ma varia molto in base alla gravità della patologia e al tipo di trattamento attuato.

In generale si possono classificare tre forme differenti:

  • lombalgia acuta, la cui durata è solitamente inferiore alle quattro settimane;
  • lombalgia Subacuta, con una persistenza dei sintomi compresi tra le 4 e le 12 settimane;
  • lombalgia Cronica, caratterizzata da una manifestazione più lunga dei sintomi che possono manifestarsi per più di tre mesi.

Rimedi e terapie

Per il trattamento della lombalgia non esiste una tecnica o un farmaco specifico in quanto la terapia differisce in base all’intensità del dolore, alla sua locazione e alla storia clinica del paziente.

Le soluzioni maggiormente utilizzate per il trattamento di questo disturbo sono:

  • somministrazione di farmaci antinfiammatori e antidolorifici come ad esempio i FANS da assumersi per via orale. Questi farmaci sono i più utilizzati e si presentano come farmaci antinfiammatori non steroidei: sebbene il loro utilizzo generalmente non presenti delle controindicazioni è sempre meglio non abusarne e consultare il proprio medico prima di decidere di intraprendere una terapia a base di questo preparato;
  • le fasce autoriscaldanti, un ottimo rimedio per il trattamento di questo disturbo in quanto favoriscono il rilassamento muscolare che affligge la zona dolorosa e riducono la sensazione di dolore e fastidio;
  • le sedute di fisioterapia, eseguite da professionisti, sono in grado, tramite massaggi, tecniche di stretching e trazioni lombari, di ridurre il dolore causato dalla lombalgia. È importante che sia un fisioterapista ad eseguire queste manovre in quanto può adottare una serie di accortezze che la lombalgia, sia acuta che cronica, richiede.

Durante la fase di degenza è importante mettere in atto una serie di comportamenti che permettano la risoluzione del disturbo in modo più efficace e in minor tempo.

Nello specifico è importante evitare di praticare sforzi inutili soprattutto a carico dei muscoli e delle ossa della zona dolorosa, tuttavia è consigliabile non restare a letto, in quanto questo potrebbe indebolire i muscoli che sostengono la colonna vertebrale, causando quindi un rallentamento della guarigione.

Gli esercizi per la lombalgia

L’esercizio fisico infatti è quasi sempre parte del piano terapeutico contro la lombalgia.

Gli esercizi devono essere programmati e concordati con un professionista, un fisiatra o un fisioterapista, che potrà consigliare gli esercizi che maggiormente saranno in grado di ridurre il dolore e le cause della lombalgia. La ginnastica posturale è sicuramente la miglior forma di attività fisica, poiché permette di risistemare il corretto equilibrio scheletrico e muscolare.

Se le terapie manuali non portano nessun beneficio ed i sintomi della lombalgia continuano a persistere o peggiorano, il medico potrà pensare di ricorrere a dei trattamenti più invasivi come ad esempio a delle iniezioni epidurali o ad un intervento chirurgico.

Dove curare la lombalgia a Roma

Lo studio FisiomediCal non è solo un centro fisioterapico, ma offre anche la possibilità di effettuare numerose visite medico specialistiche e molti esami strumentali, in grado di soddisfare tutte le necessità dei loro pazienti.

Il Centro FisiomediCal si trova in Via Andrea Sacchi 35, nel quartiere Flaminio di Roma, a due passi da Piazza Mancini.

È possibile prenotare una visita direttamente sul sito, oppure chiamando allo 06 32 651337.