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Dolore allo sternocleidomastoideo

Sternocleidomastoideo cos’è

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Lo sternocleidomastoideo è un muscolo localizzato nella regione anteriore laterale del collo, i cui due estremi sono il capo sternale e quello clavicolare. Il dolore allo sternocleidomastoideo si avverte nella zona laterale del collo e può provocare mal di testa, torcicollo, vertigini e dolori alla mascella.

Spesso ci si riferisce a questo complesso muscolare abbreviando con le sigle SCM o SCOM (Sterno Cleido Occipito Mastoideo). Origina sul cranio, all’altezza della linea nucale superiore dell’occipite e sul processo mastoideo e distalmente si inserisce sulla clavicola e sul manubrio dello sterno. Semplificando, per dare un’idea più chiara, è un muscolo laterale del collo.

Grazie allo sternocleidomastoideo è possibile eseguire una serie di movimenti multidirezionali. L’SCM consente di flettere il collo, rotarlo e sollevare il mento per guardare in alto. Grazie all’azione bilaterale dello SCOM sono possibili anche movimenti che coinvolgono la flessione della colonna cervicale inferiore e l’estensione di quella superiore. È coinvolto anche in alcuni movimenti respiratori, quando solleva lo sterno e le clavicole.

Da queste prime informazioni risulta chiara l’importanza di questo muscolo, motivo per cui la sua irritazione può provocare problemi più o meno seri. In caso di irritazione si parla di Sindrome Sternoclidomastoidea.

Cause

Le cause alla base del dolore allo sternocleidomastoideo sono di diversa natura. La sua posizione e la sua funzione lo coinvolgono in una serie di disturbi particolarmente fastidiosi e dolorosi.

Cause Posturali

Tra le principali cause ci sono quelle legate alla postura. L’odierna tecnologia ha reso abitudinari alcuni movimenti che un tempo erano meno frequenti. Passare ore allo smartphone o davanti al computer implicano una tensione eccessiva del collo dovuta all’inclinazione del capo. Anche leggere a letto o dormire con più di un cuscino può causare dolore allo sternocleidomastoideo.

Dolore al collo per postura scorretta

Quando la causa è la postura, la valutazione clinica riscontra un accorciamento del muscolo, con conseguente mobilità ridotta.

Cause di tipo respiratorio

Per quanto possa sembrare peculiare, non tutti respirano in modo corretto. Infatti, per quanto il gesto sia automatico e naturale, in alcuni casi la respirazione troppo lenta o troppo rapida può causare tensione allo SCM. La conseguenza diretta è l’accorciamento del muscolo e il dolore associato.

Cause traumatiche

Traumatismi improvvisi che coinvolgono la zona del rachide cervicale sono frequenti. Uno dei più frequenti è sicuramente il colpo di frusta, già trattato in modo approfondito in un altro articolo. Quando si subisce un trauma del genere, tutta la muscolatura nella zona del collo subisce uno stiramento che nella maggior parte dei casi può portare alla sindrome sternocleidomastoidea.

Diversi infortuni sportivi possono provocare la stessa condizione. Sempre collegandosi allo sport, determinate attività favoriscono la comparsa di questo disturbo, a causa di specifiche posizioni richieste, come accade nella pallavolo e nel basket, per esempio, dove i giocatori sono frequentemente a testa in su e sollecitano i muscoli del collo.

Sindrome Temporo Mandibolare

L’articolazione temporomandibolare collega la mandibola superiore e quella inferiore. Spesso è vittima di malfunzionamenti che causano disfunzioni mobili di apertura e chiusura. Questi sono dovuti allo squilibrio delle strutture muscolari e portano il paziente ad accusare gradualmente dolore. La condizione è chiamata, per l’appunto, sindrome temporo mandibolare, o ATM, ed è strettamente collegata al dolore dello sternocleidomastoideo.

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Ansia e Stress

L’ansia e altri stati emotivi forti sono spesso la causa di dolore localizzato sul collo. Infatti, il paziente che soffre spesso di attacchi d’ansia è portato a chiudersi, serrare la mandibola e alterare il respiro coinvolgendo i muscoli del collo e portando, come possibile conseguenza, alla sindrome dell’SCM.

Diagnosi

Il modo più semplice per capire che il dolore sia localizzato sullo sternocleidomastoideo è attraverso la pressione di determinati “trigger point”, dei punti che provocano dolore nel paziente.

I trigger point si trovano lungo tutto il muscolo e la loro posizione fa sì che stimolandoli si avvertano spasmi e fitte in diverse zone, come il collo, ovviamente, ma anche la fronte, l’orbita dell’occhio, sopra la guancia, nella puta del mento e lungo la gola.

Se con la stimolazione di questi punti il medico curante riconosce la possibilità di sindrome sternocleidomastoidea, può prescrivere ulteriori esami tecnici, come la risonanza magnetica o una lastra nella zona per confermare la diagnosi ed escludere ulteriori patologie.

Trattamento

Per alleviare ed eliminare il dolore allo sternocleidomastoide, si esegue un trattamento di fisioterapia, atto ad allungare e rilassare i muscoli tesi. Allo stesso tempo vengono rafforzati i muscoli deboli per ripristinare il movimento.

La metodologia migliore è la terapia manuale, applicata da un fisioterapista esperto che assegna al paziente esercizi posturali e propriocettivi per rieducare il sistema motorio.

Come viene ormai ripetuto in diversi articoli, è la combinazione di più metodologie terapeutiche a portare i risultati migliori. Grazie all’impiego di terapie fisiche a supporto di quelle manuali, come la Tecarterapia, gli ultrasuoni o crioultrasuoni, ma anche terapia laser, è possibile intervenire sul muscolo con risultati ben più incisivi ed efficaci.

Con il superamento del disturbo si avvia la fase di riabilitazione dove grazie all’esecuzione di esercizi specifici, il paziente può consolidare i risultati terapeutici e renderli più duraturi.

Prevenzione

Le principali forme di prevenzione sono collegate all’attività fisica. Tenere il corpo e i muscoli allenati aiuta a ridurre il rischio di incorrere nella sindrome sternocleidomastoidea, soprattutto se si allena con costanza il collo e i muscoli che lo compongono.

Dal momento che tra le cause principali, e oggi più frequenti, troviamo la postura scorretta, correggere determinati comportamenti e abitudini può garantire molti benefici nel breve e lungo termine. A partire dalla posizione che si assume quando si è al computer o al cellulare, quando si guida o si dorme, avere delle accortezze specifiche può aiutare il muscolo a non irrigidirsi. Fare delle pause durante il lavoro per cambiare posizione e rilassare il collo, ad esempio, è un’ottima abitudine e un buon metodo per evitare dolore lungo il muscolo SCOM.

Sindrome da Smartphone dolore al collo

Abbiamo visto come anche l’ansia, lo stress e altri stati emotivi posso causare questo tipo di dolore. In questi casi non sempre prevenire è possibile, poiché non sempre è facile evitare di “sentirsi” in un certo modo. Alcune attività aiutano a mantenere il controllo su se stessi e gestire al meglio le situazioni di pressione, o anche semplicemente a rilasciare lo stress accumulato nel corso della giornata, o della settimana. La meditazione, lo yoga, esercizi a corpo libero o tecniche di respirazione sono tutti ottimi esempi, nonché ottimi modi per prevenire questo disturbo.

Quali competenze sono necessarie per curarlo

Tra le competenze necessarie per diagnosticare e trattare il dolore allo sternocleidomastoide, la principale è sicuramente quella del riabilitatore. Poter riconoscere i trigger point del muscolo e le tecniche manuali da eseguire è fondamentale per trattare il disturbo.

Poiché anche la psicologia e gli stati d’animo giocano un ruolo importante nella comparsa della sindrome dell’SCM, possedere nozioni di osteopatia e altre terapie omeopatiche può apportare incredibili benefici al paziente e ottimizzare il trattamento.

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Quando il riposo non è sufficiente per superare il dolore al collo, richiedere un parere specialistico diventa necessario. Solo grazie alla diagnosi di un medico è possibile avere chiaro il quadro della situazione.

In questi casi Lo Studio FisiomediCal è al tuo fianco e mette a disposizione specialisti altamente qualificati, esperienza sul campo e tecnologie innovative. Grazie a queste caratteristiche è possibile pensare trattamenti personalizzati per ogni paziente e le sue necessità. Sfruttando la combinazione di più metodologie di cura, inoltre, sono molte le possibilità di un recupero ottimale.

Per ulteriori informazioni e fissare la prima visita, chiama il numero 06 32651337. Studio Fisiomedical si trova a Roma Nord in Via Andrea Sacchi, 35.

 

Dolore allo sterno

Dolore allo sterno: cos’è e dove è localizzato

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Il dolore allo sterno è spesso associato erroneamente a un attacco cardiaco, sebbene in alcuni casi possa effettivamente essere quella la causa. Dal momento che questa tipologia di dolore è localizzata al centro del petto, è solo naturale pensare subito al peggio e convincersi che il cuore sia coinvolto. Sono molto gli organi importanti che si trovano nella zona dello sterno, come i polmoni o l’esofago. Per questo motivo il dolore può essere connesso a diverse cause, più o meno gravi, fisiche ma anche psicologiche.

Proprio a seconda della causa scatenante, il dolore accusato può variare e manifestarsi in modo più o meno intenso, come una fitta lancinante di pochi istanti o un fastidio diffuso di diverse ore. Per quanto riguarda la zona, abbiamo anticipato che è localizzato solitamente al centro del petto, dove si trova il cuore e i grandi vasi, ma può anche manifestarsi in altre zone del petto, o addirittura della schiena, mandibola e collo, se connesso ad altri organi.

Affinché il medico sia in grado di intervenire in modo adeguato e con un trattamento specifico in base ai sintomi accusati dal paziente, è importante riconoscere le caratteristiche del dolore allo sterno.

Sintomi

Il dolore allo sterno è di per sé un sintomo che può segnalare una serie di problematiche più o meno gravi. Le situazioni più gravi, che si risolvono in emergenze mediche e chirurgiche, sovvengono quando il dolore si manifesta all’improvviso. Una fitta lancinante a livello dello sterno potrebbe presagire un infarto miocardico acuto, un’embolia polmonare o un aneurisma dissecante dell’aorta.

Se invece il dolore diventa più acuto con la respirazione, i problemi associati potrebbero essere meno gravi e non richiedere la cura d’urgenza. Questi sono solitamente di origine muscolo-scheletrica, intercostale o pleurica.

Una terza possibilità è di tipo costrittivo, con un’improvvisa difficoltà nella respirazione. In questi casi l’origine è di tipo psicologico e si ricollega a stress, ansia e forti cambi d’umore.

Il dolore allo sterno può comparire assieme a ulteriori sintomi come:

  • nausea;
  • sudorazioni;
  • vertigini;
  • dolori alle spalle, schiena collo e braccia;
  • oppressione sul torace;
  • aumento del ritmo cardiaco;
  • disturbi gastrointestinali.

Dolore allo sterno e Arresto cardiaco: sintomi

Come abbiamo anticipato in apertura di articolo, il dolore allo sterno è spesso associato all’infarto. Come fare quindi per capire se il dolore è effettivamente presagio di arresto cardiaco, o sintomi di altri disturbi?

Quando si parla di infarto, la fitta allo sterno è scatenata dalla morte di una porzione del muscolo cardiaco. Già da solo questo sintomo è sufficiente per l’accesso al Pronto Soccorso, ma la realtà è che se il dolore non è associato ad altri sintomi, le possibilità che si tratti di arresto cardiaco sono scarse.

I sintomi associati sono:

  • dispnea (difficoltà a respirare);
  • senso di costrizione al petto;
  • dolore al braccio sinistro (raramente in quello destro).

I sintomi possono variare nelle donne, le quali potrebbero avvertire anche un senso di stanchezza, nausea e bruciore allo stomaco.

Cause: eziologia

Sono tante le cause che possono scatenare il dolore allo sterno, con una gravità molto variabile. Molti organi importanti si trovano nella zona del petto, dove il dolore si localizza, come il cuore, i polmoni, lo stomaco e parte dell’intestino. Di seguito vengono riportate alcune tra le cause principali all’origine di questa sintomatologia.

  • Costocondrite: una delle cause più comuni, ossia un’infiammazione delle cartilagini collegate alle costole superiori della gabbia toracica. L’infiammazione può avvenire dopo aver fatto attività fisica, con fitte intercostali, oppure essere il risultato di lesioni toraciche. Il dolore è più acuto quando si tossisce ed è localizzata sul lato dello sterno.
  • Lesione ai muscoli e alle ossa della zona dello sterno: a seguito di traumi o interventi chirurgici che interessano il torace, è possibile che si presenti questa causa. I sintomi collegati sono un leggero dolore con possibile gonfiore nella parte superiore del torace. Le ossa fanno rumore quando si stimola l’articolazione delle spalle. Se si tratta di fratture allo sterno il dolore sarà diffuso e intenso, poiché sono molti i movimenti che facciamo quotidianamente nei quali è coinvolto il torace.

 

  • Malattie polmonari: sono numerose le patologie a carico del sistema respiratorio che possono provocare dolore allo sterno. Per fare alcuni esempi si possono citare la bronchite, la tracheite e la polmonite. Il dolore è spesso accompagnato da altri sintomi come la febbre e la dispnea. Starnutire, tossire o anche solo inspirare acuisce il sintomo, in questi casi. Alle malattie polmonari se ne aggiungono diverse particolarmente gravi come l’embolia polmonare, la tubercolosi e il cancro ai polmoni.
  • Disturbi gastrointestinali: poiché lo sterno è in corrispondenza con esofago, stomaco e il primo tratto dell’intestino, un dolore localizzato in questa zona può essere causato da questo genere di disturbi. In questi casi i sintomi che si aggiungono sono il bruciore al petto, bocca amara, difficoltà nel deglutire, tosse, nausea, mal di gola e inappetenza.
  • Patologie dell’apparato cardiocircolatorio: tra queste, quelle che causano il sintomo in questione sono l’arresto cardiaco, lo spasmo coronarico, la miocardite e la pericardite.
  • Condizioni Psicologiche: anche la psiche ha un forte impatto sul dolore toracico, infatti il sintomo si presenta quando si soffre di attacchi di panico, forti stati d’ansia o periodi di forte stress. In questi casi l’organismo riduce i livelli di anidride carbonica presente nel sangue, senza aumentare quelli ossigeno. La conseguenza diretta è l’iperventilazione, un disturbo respiratorio che provoca sia dolore allo sterno ma anche l’intorpidimento dei polpastrelli e della bocca.

Diagnosi

Il consiglio è sempre quello di rivolgersi a un medico quando si accusano dolori allo sterno. Questo perché uno specialista è in grado di capire se il dolore è dovuto a cause non preoccupanti, come un reflusso gastrico, o se il sintomo interessa cuore o polmoni. Poiché sono molte le cause che potrebbero provocare questo sintomo, avere un quadro clinico chiaro e completo non è cosa semplice. Il medico curante eseguirà una serie di esami per definire la natura del dolore e prescrivere le cure necessarie.

Per prima cosa si esegue una valutazione clinica raccogliendo i dati personali del paziente, ulteriori sintomi, le variabili associate al dolore (localizzazione, durata, tipologia e altro) e la storia clinica per valutare la possibile presenza di rischi per malattie cardiache o polmonari.

Con i dati a disposizione, il medico procederà per alcune indagini di laboratorio (esami del sangue e delle urine) per avere un quadro più chiaro.

In fine, si procede con una serie di esami strumentali indispensabili per escludere le cause più gravi collegate al dolore. Questi esami sono l’elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo, l’angiografia, la radiografia, ecocardiografia e la TAC. Non sempre sono richiesti tutti gli esami.

Trattamento

Ovviamente, il trattamento dipende dalla causa scatenante e non esiste un iter di cura che sia valido a prescindere da questo fattore. In base alla patologia riscontrata a seguito degli esami, si esegue con la cura più indicata.

Se la causa è riconducibile alla costocondrite, la cura consiste generalmente nell’assunzione di FANS, farmaci antinfiammatori non steroidei, come l’ibuprofene e il ketoprofene. In questo modo si riduce l’infiammazione. Questo unito al riposo e impacchi caldi/freddi portano al superamento del dolore fisico. La fisioterapia gioca un ruolo importante in questa circostanza, così come diverse terapie fisiche quali i crioultrasuoni e la tecarterapia.

Cause del dolore allo sterno

Se il dolore è provocato da disturbi gastrointestinali la terapia è pensata per eliminarli. Questo risultato si ottiene attraverso una dieta specifica, l’assunzione di farmaci e antibiotici (in caso di batterio), nonché gastroprotettori e antiacidi.

Nel caso in cui sia un problema polmonare la causa del dolore, il trattamento è a base di antidolorifici e antibiotici.

In linea generale, dunque, per trattare il dolore allo sterno si deve prima individuare la causa, e poi agire per quanto possibile e curare il disturbo che ha provocato il sintomo.

Prevenzione

Non è facile parlare di prevenzione per il dolore allo sterno. Come abbiamo visto, infatti, questo sintomo può dipendere da numerosi fattori e ogni causa scatenante si previene in modo diverso, ammesso che sia effettivamente possibile farlo.

Se si parla di costocondrite, per esempio, fare attività fisica, avere muscoli tonici e proteggersi bene dal freddo quando ci si allena in inverno, sono tutti buoni consigli per evitare traumi e freddate.

Per i problemi dell’apparato respiratorio, ad esempio, non fumare è l’arma di prevenzione migliore. Allo stesso modo, aiuta ridurre l’esposizione all’aria inquinata e alle sostanze tossiche. Una dieta equilibrata, bere a sufficienza e osservare le regole di igiene basilari (lavarsi bene e con frequenza le mani) sono ugualmente importanti.

Come abbiamo visto anche ansia e stress possono causare forti dolori allo sterno, motivo per cui condurre una vita bilanciata ed evitare situazioni particolarmente stressanti può aiutare a prevenire questo sintomo.

Quali competenze sono necessarie per curarlo

Le competenze necessarie per trattare questo disturbo dipendono, ovviamente, dalla causa che lo scatena. Possono variare di molto in base alla natura della patologia. In ogni caso il medico specialista deve avere un’eccellente conoscenza dell’anatomia umana per comprendere al meglio il quadro clinico.

In base alla diagnosi e al trattamento più indicato per il paziente, lo specialista curante dovrà possedere delle competenze che possono comprendere anche la fisioterapia. La multidisciplinarietà del problema, infatti, coinvolge diverse figure professionali come il cardiologo, il gastroenterologo e l’ortopedico, per citarne alcune. In generale, il disturbo viene trattato da più professionisti che lavorano in modo sinergico per curare la patologia e riabilitare il paziente nel miglior modo possibile.

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Lo Studio FisiomediCal è un centro d’eccellenza che vanta numerosi professionisti del settore, specializzati in molti ambiti della medicina. Le competenze dell’equipé medica e l’utilizzo delle migliori tecnologie attualmente disponibili sono due aspetti fondamentali quando si parla della cura del paziente, missione ultima dello studio e di tutti i suoi componenti.

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Cos’è il muscolo ileopsoas

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Il muscolo ileopsoas è un gruppo muscolare composto da muscolo iliaco e grande psoas (o psoas maior). Possiamo considerarlo uno dei più importanti nel nostro organismo, poiché permette di eseguire delle azioni basilari per la vita quotidiana, come alzarsi dal letto, praticare sport di diversa natura e persino sedersi sul divano o a tavola. I muscoli dell’ileopsoas sono i connettori principali tra le gambe e il tronco, per questo sono tanto importanti.

Il grande psoas è quindi uno dei muscoli che compongono l’ileopsoas ed è un muscolo di ampie dimensioni, a forma di fuso, che è localizzato nella regione lombare laterale e connette la colonna vertebrale con il bacino inferiore. Il muscolo iliaco, invece, è situato sull’ala interna dello osso iliaco e contribuisce alla flessione dell’articolazione dell’anca.

In alcuni individui (circa il 50% della popolazione), può essere presente un terzo muscolo all’interno del complesso dell’ileopsoas: il piccolo psoas (o psoas minor). Questo muscolo rudimentale è situato ventralmente rispetto alla controparte grande ed è considerato muscolo interno dell’anca.

Dove si trova

Il complesso muscolare ileopsoas si trova nella regione lombare  e ha origine sulle facce laterali della dodicesima vertebra toracica e si estende fino alle prime cinque vertebre lobari. Si sviluppa poi obliquamente passando sotto al legamento inguinale terminando sul piccolo trocantere, ossia la sporgenza ossea del femore. Tra i due muscoli che compongono l’ileopsoas si interpone il nervo femorale.

Il grande psoas è il più profondo del complesso muscolare che coinvolge bacino e zona lombare (CORE) ed è l’unico che collega gli arti inferiori alla colonna vertebrale.

Perché è importante

L’ileopsoas ha un’incredibile importanza strutturale ed inoltre , l’ileopsoas è collegato al diaframma, ed è quindi coinvolto nei processi di respirazione.

La sua posizione lo collega inoltre ad altri numerosi organi come il colon, l’appendice e i reni, infatti in caso di coliche, la prima reazione spontanea è piegarsi su se stessi. Quando si subiscono forti stress, il muscolo ileopsoas risulta contratto e può provocare diversi disturbi. Per questo motivo è conosciuto anche come muscolo dell’anima.

Oltre a questi numerosi e importanti collegamenti,  ha  un’importanza  anche per aspetti motori e strutturali: senza questo muscolo non saremmo in grado di compiere la maggior parte delle attività quotidiane, dalle più banali alle più complesse, come camminare, sedersi, o prendere a calci un pallone. Inoltre, partecipa al mantenimento dell’equilibrio del bacino.

Possibili problematiche

Quando siamo fortemente sotto stress, il nostro corpo rilascia adrenalina e il cervello manda degli input al corpo, provocando una contrazione e irrigidimento dello psoas. Inoltre, dal momento che sono i principali muscoli flessori, se non sono allenati a dovere possono causare problematiche anche ai muscoli circostanti.

Il problema più comune che si può riscontrare è sicuramente l’infiammazione muscolare, che porta l’ileopsoas in contrattura, andando a provocare tutta una serie di altri disturbi che possono risultare anche piuttosto gravi. Tra questi vari disturbi dobbiamo citare:

  • Dolore pelvico: localizzato nella regione tra osso sacro e iliaco, lungo l’articolazione;
  • Lombalgia: mal di schiena di varia intensità;
  • Dolore all’inguine, nella parte anteriore, spesso scambiato per artrosi;
  • Mestruazioni dolorose;
  • Problemi agli organi localizzati nell’addome.

In quanto collegato al sistema nervoso centrale, inoltre, in caso di disturbi muscolari, l’ileopsoas influenzerà tutto il corpo alterando la respirazione, nonché la normale circolazione dei fluidi.

Rivolgiti al nostro esperto

Sintomi

Il sintomo principale per capire se siamo in presenza di un ileopsoas infiammato è piuttosto evidente il più delle volte: il muscolo è teso e dolorante quando sollecitato, ad esempio nel salire o scendere le scale. Tuttavia, può capitare che i sintomi non siano così palesi e possono passare inosservati perché legati ad altre patologie, come accade in caso di pubalgia.

Ileopsoas cause e sintomi

Per capire effettivamente se si soffre di ileopsoas infiammato, il fisioterapista può sottoporre il paziente ha un semplice esercizio: in posizione supina, con le gambe poste fuori dal lettino, il paziente deve portare il ginocchio dell’arto dolorante al petto, abbracciandolo con entrambe le mani. Se l’arto opposto si solleva, vuol dire che il muscolo ileopsoas è probabilmente infiammato o. Questo esame, conosciuto come test di Thomas, non garantisce certezze, ma è un primo utile strumento per inquadra meglio il problema a livello generale e viene effettuato dopo essersi accertati delle condizioni generali del paziente, che potrebbero falsare il test.

Cause

L’ileopsoas si irrigidisce per diversi motivi, come per esempio la mancanza di allungamento o debolezza muscolare. In questi casi, si avverte dolore più o meno intenso non appena il muscolo viene sottoposto a lavori che non è solito svolgere, come addominali o squat: il complesso muscolare capta delle tensioni anomale e si contrae di conseguenza.

Dal momento che il muscolo dell’anima è collegato con numerosi altri organi viscerali, il suo benessere dipende anche dallo stato di salute degli stessi. A causa delle numerose innervazioni in comune, è possibile che disfunzioni a carico degli organi connessi (come reni e utero) si ripercuotano anche a livello muscolare.

Trattamento

L’infiammazione del muscolo ileopsoas, se non dipendente dalla disfunzione di altri organi, viene affrontata con trattamenti manuali per allungare il muscolo. Infatti, esistono alcune tecniche di massaggio precise per sollecitare i possibili trigger point del muscolo. Una loro corretta esecuzione può risultare in un immediato miglioramento della condizione.

L’obiettivo della terapia è quello di riequilibrare il muscolo e ristabilire un nuovo stato di tensione, sia a livello muscolare, che articolare. Per farlo le tecniche manuali sono sicuramente le più indicate, ma come già spiegato in altri articoli, la combinazione di più metodologie garantisce i risultati migliori.

Prevenzione

Il modo migliore per prevenire disturbi al muscolo ileopsoas è allenandolo, proprio come si dovrebbe fare con ogni altro muscolo del nostro corpo. Infatti, la rigidità e un accorciamento muscolare possono derivare proprio da una debolezza dell’ileopsoas. Esistono numerosi esercizi, facilmente eseguibili anche a casa, per allungare il muscolo e prevenire eventuali danni.

Esercizi per ileopsoas

Proprio in funzione dei suoi numerosi collegamenti, abbiamo visto come anche una vita stressante possa causare disturbi al muscolo ileopsoas. Una condizione mentale stabile e tecniche di riduzione dello stress, come la mindfulness, possono portare enormi benefici in merito alla prevenzione.

Dove trovare un centro d’eccellenza a Roma

Nel caso in cui si dovesse accusare dolore nella zona lombare o nei pressi dell’anca, è necessario richiedere una visita specialistica. Solo in questo modo sarà possibile valutare la presenza di un’infiammazione o altri disturbi al complesso muscolare ileopsoas. Solo in questo modo sarà possibile distinguere questo da altri disturbi e procede con precisione attraverso trattamenti mirati per ristabilire una condizione ottimale.

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Lo Studio Fisiomedical può contare su una squadra di professionisti esperti, nonché sulle migliori tecnologie. Grazie alla rosa di competenze che i medici della nostra clinica possono vantare, ogni paziente riceverà il trattamento migliore per un recupero ottimale in tempi brevi. Per un consulto e una prima visita specialistica, è possibile fissare un appuntamento chiamando il numero 06 32651337. La clinica si trova a Roma Nord, in Via Andrea Sacchi, 35.

Cos’è la spondilite anchilosante

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La spondilite anchilosante è una patologia infiammatoria che colpisce le articolazioni della colonna vertebrale e il sistema muscolo scheletrico, rendendoli meno flessibili. I movimenti del paziente vengono limitati e nei casi più gravi si viene a creare una vera propria fusione delle articolazioni della colonna vertebrale che impedisce alcuni movimenti basilari, come sollevare la testa verso il cielo.

È una malattia sistemica, cronica e autoimmune, catalogata tra le spondiloartriti, tra cui si identifica come una delle più frequenti e gravi. La sua pericolosità sta inoltre nel suo essere lieve e subdola nello stadio iniziale, con dolori localizzati lungo la colonna vertebrale. Solo in una fase avanzata la patologia si diffonde ad altre articolazioni, come spalle, anche, ginocchia, caviglie, fino ad alcuni apparati come l’occhio e l’intestino.

L’infiammazione articolare è causata dall’infiltrazione di elementi del sistema immunitario nelle cartilagini e se non curata tempestivamente porta al blocco osseo. La spondilite anchilosante può portare all’invalidità totale del paziente per questo andrebbero eseguiti controlli tempestivi in caso di dolori localizzati alla colonna vertebrale. Colpisce in media tre volte di più gli uomini rispetto le donne e i sintomi si manifestano a partire dai 20 fino ai 40 anni.

Sintomi

Il primo sintomo che si manifesta è la lombalgia, quindi un mal di schiena a livello lombare. Rispetto a una normale lombalgia, è caratterizzata da un fastidioso dolore iniziale, prolungato, che peggiora con il riposo e migliora con l’attività fisica. Di norma, un normale mal di schiena migliora dopo una notte di riposo e colpisce all’improvviso a seguito di sforzi, traumi o postura scorretta. Proprio perché è facilmente reversibile con dell’attività fisica, spesso la lombalgia infiammatoria viene ignorata o sottovalutata. A causa di questo, il rischio è quello di non intervenire prontamente e diagnosticare la spondilite quand’è ormai troppo tardi.

Soindilite anchilosante cause

Al degenerare delle condizioni, dovute all’evoluzione della patologia, il dolore diventa più intenso ed esteso. Già in questa fase avanzata il paziente potrebbe non essere più in grado di compiere azioni quotidiane, come piegarsi, torcere il busto o raccogliere oggetti da terra.

Nei casi più gravi, si possono presentare alcune complicazioni in base alla zona affetta e alla gravità della spondilite anchilosante. Queste complicazioni sono piuttosto rare, ma vanno citate per completezza:

  • Difficoltà respiratoria: si verifica con il coinvolgimento delle ossa del torace;
  • Infiammazione dell’occhio (uveite): il paziente accusa dolore all’occhio, sviluppa una condizione di fotosensibilità e vista appannata;
  • Infiammazione dell’aorta: che può estendersi fino alla valvola aortica con tutte le conseguenze che prevede.

Rivolgiti al nostro esperto

Cause

Non sono note le cause della spondilite anchilosante. Quello che si conosce al riguardo di questa grave patologia è che coinvolge determinati geni: HLA-B27 nei soggetti di razza caucasica, i più colpiti. Dalle ricerche effettuate è emerso che questo gene attivi il sistema immunitario identificando per errore le articolazioni come materiale estraneo. Questo causa l’infiammazione alla base della spondilite anchilosante.

Grazie al sostegno dei dati raccolti fino ad oggi dalla medicina moderna, sappiamo inoltre che altri fattori giocano un ruolo importante nello sviluppo della malattia. Tra questi il sesso maschile, l’età, la presenza di malattie croniche intestinali (come rettocolite ulcerosa o morbo di Crohn) o di psoriasi.

Diagnosi

Dal momento che è facile scambiare una spondilite anchilosante da una semplice lombalgia, non è semplice intervenire in tempi utili. La diagnosi precoce è infatti fondamentale ed è necessario effettuare una visita specialistica nel caso in cui si accusi dolore cronico o rigidità alle articolazioni della colonna o degli arti.

Il medico curante solitamente procede con una visita medica per verificare e valutare la mobilità della colonna vertebrale del paziente. Questa viene associata a degli esami di laboratorio per controllare la presenza del gene HLA-B27 e l’aumento di alcuni indici fondamentali come quelli di infiammazione. In aggiunta vengono effettuati degli esami radiografici per evidenziare le alterazioni della colonna, se la malattia è in stato avanzato, o una risonanza magnetica per le infiammazioni in fase precoce.

Cura

Anche se la malattia viene diagnostica in tempo, il paziente deve sapere che non esiste una cura per la spondilite anchilosante. Tuttavia, sono disponibili diversi farmaci capaci di ridurre l’infiammazione e alleviare il dolore. Questi possono essere o antinfiammatori non steroidei (FANS) per le fasi iniziali, o farmaci anti-TNFα per controllare l’infiammazione sia a livello osseo, che cutaneo e intestinale.

Rivolgiti al nostro esperto

Altre strade sono state prese in considerazione per trattare questo tipo di patologia, sebbene non abbiano riscontrato risultati scientifici adeguati. Uno degli approcci innovativi prevede una dieta ricca di omega 3, che dovrebbe tenere a bada l’infiammazione della spondilite. Sebbene questo approccio non sia risolutivo, è senza dubbio provato che gli omega 3 svolgano un’azione antinfiammatoria e aiutino a contrastare dolore e rigidità muscolare. Di conseguenza, una dieta del genere è sicuramente consigliata e può apportare benefici al paziente. In generale, infatti, seguire un’alimentazione corretta può migliorare lo stile di vita, soprattutto se la dieta è accompagnata dall’assunzione farmacologica prescritta da un professionista.

Prevenzione

Purtroppo, non esistono mezzi efficaci per prevenire la spondilite anchilosante. Alcuni comportamenti possono aiutare il paziente al quale è stato diagnosticata la patologia, tuttavia non è possibile intervenire a priori per minimizzare le probabilità di riscontrarla.

spondilite anchilosante prevenzione

L’attività fisica e una dieta bilanciata si rivelano ottimi strumenti per alleviare il dolore e ostacolare la rigidità muscolare e articolare, purtroppo però non sono sufficienti a prevenire una malattia del genere.

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Nonostante l’impossibilità nel trattare la spondilite anchilosante, intervenire in modo precoce per limitare i danni quanto più possibile, alleviando il dolore e combattendo l’infiammazione, è la via da percorrere. Lo Studio FisiomediCal di Roma Nord, in via Andrea Sacchi, 35 fornisce le cure migliori per i suoi pazienti, con strumenti all’avanguardia e un personale altamente qualificato.

Grazie alla combinazione di più competenze, la clinica riesce a somministrare le cure più indicate per ogni paziente, studiandole in base alle esigenze di ognuno. Per fissare una prima visita specialistica, chiama il numero 06 32651337.

 

Cos’è la sciatalgia

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La sciatalgia, anche nota come sciatica, è un disturbo che colpisce la parte bassa della schiena e le aree anatomiche interessate dal nervo sciatico, come la gamba. Questa condizione si caratterizza per un dolore più o meno intenso, dovuto alla compressione del nervo sciatico o delle sue radici a livello spinale. Questo dolore è generalmente localizzato in una sola gamba e può aggravarsi a seguito di particolari movimenti o stimoli. Per esempi alzarsi o sedersi, piegarsi in avanti o starnutire possono acuire il dolore.

Alla base del dolore c’è la compressione del nervo sciatico, che può essere causata da numerosi fattori, come l’ernia al disco, la sindrome piriforme, la gravidanza avanzata, la stenosi vertebrale o tumori spinali del tratto lombo-sacrale. Ulteriori sintomi che possono presentarsi in seno a una sciatalgia, sono il formicolio della zona interessata, l’intorpidimento, la debolezza muscolare e in alcuni casi anche una difficoltà nei movimenti.

Si vedrà nel dettaglio più avanti come viene effettuata una corretta diagnosi per questo disturbo, ma è bene affermare da subito che spesso un esame fisico e l’anamnesi sono sufficienti. Questo non esclude la possibilità di effettuare ulteriori esami per indagini più accurate. Il trattamento di questo disturbo varia in base alla sua gravità e se in alcuni casi è sufficiente una terapia farmacologica, in atri è necessario l’intervento chirurgico.

Sintomi

Il principale sintomo di una sciatalgia è il dolore acuto nella parte lombare, che si può estendere fino alla gamba interessata. Il dolore percepito varia ampiamente di paziente in paziente: per alcuni può essere lieve e acutizzarsi solo in alcune circostanze, per altri può essere insistente, diffuso e penetrante. In precedenza, si è affermato che il dolore si localizza in una sola metà del corpo ma talvolta può estendersi su entrambi gli arti. In questi casi si parla di sciatica bilaterale.

Un campanello d’allarme importante da tenere d’occhio è dato dall’acuirsi del dolore a seguito di sforzi, starnuti o anche colpi di tosse. Secondo l’approccio olistico e diversi casi clinici, il male percepito può diventare più forte anche in situazioni di forte stress e ansia, dovuti alla routine o eventi importanti.

Sintomi della Sciatalgia

Il male fisico non è l’unico sintomo di una sciatalgia, infatti concorrono alla sintomatologia del disturbo anche altri fattori, come:

  • Formicolio;
  • Debolezza muscolare;
  • Difficoltà motorie.

Fare attenzione a quale parte del corpo è coinvolta dai singoli sintomi: è piuttosto raro che siano tutti localizzati nella stessa porzione anatomica. Di solito, infatti, il dolore viene percepito dal paziente in un punto determinato, mentre gli altri sintomi sono localizzati altrove.

Hai questi dolori?

Cause

Le cause di una sciatalgia sono numerose. Il disturbo, come spiegato in apertura di articolo, dipende dalla compressione del nervo sciatico o dalle sue radici spinali. Questo nervo ha origine nella parte bassa della schiena e si estende lungo tutta la gamba, fino al piede. I motivi che possono generare la compressione del nervo sciatico sono principalmente:

  • Ernia del Disco: il materiale discale contenuto all’interno del disco vertebrale fuoriesce comprimendo il nervo. È uno dei casi più comuni;
  • Stenosi: il ristringimento patologico del canale vertebrale che contiene il midollo spinale e le radici nervose;
  • Discopatia degenerativa: un’alterazione del disco intervertebrale;
  • Spondilolistesi: una patologia tipica della colonna vertebrale per la quale una vertebra scivola sull’altra andando a comprimere i nervi;
  • Sindrome del Piriforme: il piriforme è un muscolo che a seguito di contratture o traumi può irrigidirsi e comprimere il nervo sciatico;
  • Tumori spinali: una delle cause più rare della sciatalgia. L’aumento della massa tumorale nel tratto lombo-sacrale può creare una forte compressione sulla colonna vertebrale comprimendo il nervo sciatico.

Queste elencate sono le cause principali, nonostante ce ne siano altre da riportare doverosamente. Le donne possono soffrire di sciatalgia negli stadi avanzati di gravidanza, quando il peso a livello lombare diventa difficile da sostenere. Un’altra possibile causa è da rinvenire nelle lesioni traumatiche del nervo sciatico, da attribuire a fratture scomposte delle ossa della coscia o della gamba.

Dolore Sciatalgia

Diagnosi

L’esame della storia clinica del paziente e l’esame fisico sono spesso sufficienti per diagnosticare una sciatalgia. I sintomi sono abbastanza caratteristici per identificare con facilità il quadro clinico. Al netto di questo aspetto, gli specialisti sono soliti prescrivere alcuni test di approfondimento per indagare le cause del disturbo. Come si è visto in precedenza, infatti, la sciatalgia può essere causata da disturbi differenti che richiedono trattamenti specifici. Avere un quadro clinico completo e dettagliato facilità e ottimizza immensamente la terapia e il recupero.

Tra i possibili esami richiesti dal medico curante possono comparire le analisi del sangue, esami radiologici, TAC e risonanza magnetica. Il professionista che prende in cura il paziente affetto di sciatalgia può optare per questi esami a seconda delle cause che sospetta.

Cura

In base alla gravità della sciatalgia e della causa scatenante si deciderà il tipo di trattamento.

Talvolta, se i sintomi non sono particolarmente dolorosi e se alla base del disturbo non c’è una patologia grave, intervenire con medicinali o altre terapie è sconsigliato secondo numerosi medici. In questi frangenti, infatti, il rimedio migliore è il riposo. Nel caso in cui il dolore dovesse essere persistente o il riposo non dovesse bastare a superare la sciatalgia, si opta per trattamenti di tipo farmacologico, fisioterapici o, in casi particolari, chirurgici.

  • Farmaci: vengono somministrati antinfiammatori FANS, miorilassanti, antidepressivi triciclici o anticonvulsivanti per alleviare il dolore neuropatico e corticosteroidi per endovena nei casi particolarmente ostici;
  • Fisioterapia: consiste in un programma di riabilitazione attraverso esercizi utili al paziente per correggere la postura e soprattutto per rinforzare i muscoli della schiena e la flessibilità. Generalmente viene associata ad altre metodologie di cura sia fisiche che manuali per ottenere risultati ottimali;
  • Chirurgia: trattamento scelto solo nei casi più gravi, per i quali le precedenti terapie non hanno sortito benefici o non sarebbero efficaci (come per un tumore spinale). L’intervento è particolarmente delicato, poiché consiste nella “liberazione” del nervo sciatico da ciò che ne causa la compressione.

Per intervenire sul nervo sciatico a casa, è bene osservare un breve periodo di riposo, sia per le attività lavorative “pesanti” che per quelle sportive. Allo stesso tempo, l’inattività fisica può peggiorare la sintomatologia, motivo per cui, moderare le attività è la scelta migliore. Anche impacchi di ghiaccio, alternati a quelli caldi possono aiutare a sfiammare il nervo sciatico, soprattutto se eseguiti in parallelo a esercizi mirati di stretching.

Prevenzione

Non esistono misure preventive capaci di evitare con totale certezza una sciatalgia, ma si può agire in modo tale da ridurre al minimo le probabilità di soffrire di questo disturbo. È consigliabile svolgere regolarmente l’attività fisica, in quanto l’inattività, come detto alcune righe sopra, può aggravare i sintomi o predisporre l’organismo a questo disturbo. Adottare una postura corretta evita le più comuni alterazioni della colonna vertebrale, di conseguenza minimizza l’incidenza di una sciatalgia. Una particolare attenzione dev’essere posta quando si sollevano pesi: farlo nel modo corretto evitando torsioni eccessive della schiena aiuta a evitare danni e infortuni.

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Lo Studio FisiomediCal si trova a Roma Nord, in via Andrea Sacchi, 35. La clinica è equipaggiata con le migliori tecnologie disponibili e uno staff altamente specializzato. Grazie alle diverse competenze a disposizione dell’equipe medica, lo studio può somministrare terapie personalizzate e altamente efficaci, combinando più metodologie di cura per ottenere risultati ottimi in tempi ridotti.

Per chiedere un consulto e fissare una prima visita chiamare il numero 06 32651337.

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Ernia Cervicale Discale

Ernia Cervicale: cos’è e dov’è localizzata

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L’ernia cervicale, o più precisamente ernia discale cervicale, è la fuoriuscita del materiale gelatinoso custodito all’interno del nucleo di un disco intervertebrale nel tratto cervicale. La fuoriuscita di tale materiale produce una pressione sulle radici nervose degli arti superiori o, talvolta, del midollo.

Nonostante l’ernia cervicale sia una malattia benigna e quindi non minacci la vita del paziente né si estenda ad altri organi, produce un dolore intenso e costante che può rivelarsi altamente invalidante.

L’ernia discale cervicale è localizzata nel rachide cervicale, ossia il primo tratto della colonna vertebrale. Questo è composta da 7 vertebre, identificate con la lettera C e numerate dall’1 al 7. Le prime due (C1 e C2) non presentano un disco intervertebrale e sono quindi esenti da erniazione. Quelle che più sono soggette a questo tipo di disturbo sono le vertebre del rachide cervicale inferiore (da C3 a C7). Il tratto del rachide cervicale inferiore si distende da qualche centimetro al di sotto della nuca fino alla parte alta del busto.

uomo affetto da ernia cervicale

Quanti tipi ne esistono

Le ernie sono generalmente classificate in base a tre variabili: la sede topografica, il grado di fuoriuscita del nucleo polposo e in base all’età dell’ernia. Nel caso dell’ernia discale cervicale si distinguono due tipologie specifiche:

  • Ernia molle, che consiste nell’erniazione esclusiva del nucleo polposo, caratterizzata dall’espulsione del disco cervicale nel canale neurale. Può insorgere a seguito di traumi, come un colpo di frusta, che causano la degenerazione e l’usura del disco
  • Ernia dura, dovuta alla degenerazione del nucleo polposo associata spesso ad osteofitosi, ossia una condizione patologica caratterizzata da malformazioni ossee a forma di becco (osteofiti) dei corpi vertebrali. Un altro motivo potrebbe essere la presenza di stenosi, o restringimento, del canale neurale.

In entrambi i casi l’anello fibroso (anulus) si rompe per la pressione esercitata dal nucleo polposo che fuoriesce, provocando seri disturbi nel paziente.

Sintomi

Come riconoscere la presenza di un’ernia cervicale?

Il primo campanello d’allarme risiede nel forte dolore al collo (cervicalgia), che si irradia fino al braccio (brachialgia) e possibilmente anche all’avambraccio e alla mano, a seconda della radice spinale compressa. Il dolore è particolarmente intenso, al punto da costringere il paziente al riposo forzato, unico atteggiamento capace di donare sollievo.

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Oltre al dolore, possono comparire sintomi secondari che chiariscono ulteriormente la patologia, come:

  • Debolezza muscolare nel braccio coinvolto dall’erniazione
  • Mal di testa
  • Mobilità ridotta del braccio e possibili deficit motori
  • Formicolii alle braccia e sensazione di punture diffuse nell’arto
  • Torcicollo
  • Maggiore dolore al mattino

Solo nei casi più gravi, quando l’ernia discale arriva a invadere il canale cervicale, il midollo osseo viene compresso e tali sintomi possono estendersi anche alla gamba. In questi casi si parla di mieloradicolopatia.

Cause: eziologia

Abbiamo già affermato che nel caso di un’ernia discale cervicale l’anulus, ossia l’anello fibroso di contenimento, si lacera portando alla fuoriuscita del nucleo polposo. Questa lacerazione viene provocata da una serie di fattori che portano alla degenerazione delle fibre dell’anello, come un trauma, carichi eccessivi o degenerazione fisiologica, per esempio.

Scendendo nel dettaglio, quindi, il paziente può contrarre un’ernia cervicale adottando un atteggiamento o una postura del corpo errati, come accade quando si passa molte ore seduti a una scrivania senza le necessarie precauzioni. L’aumento di carichi a danno della schiena, sollecitazioni ripetute e vibrazioni sul rachide possono provocare la lacerazione dell’anulus. Anche eventi traumatici, come un colpo di frusta, potrebbero causare l’erniazione. Oltre a queste cause va considerata la degenerazione fisiologica del disco causata dall’invecchiamento.

Cause e sintomi ernia cervicale

Altre possibilità, sebbene meno frequenti, possono ritrovarsi in possibili deficit muscolari, con conseguente debolezza dei muscoli del territorio di innervazione o la presenza di spondilosi cervicale.

Diagnosi

Per accertarsi che i sintomi accusati dal paziente siano effettivamente provocati da un’ernia cervicale, la diagnosi procede seguendo degli steps ben strutturati. Come prima cosa si effettua l’anamnesi. Consiste nella raccolta di informazioni di vario carattere per conoscere meglio lo stato del paziente. Sono relative al dolore, la posizione topografica, la presenza di altre patologie e le possibili cause sulla base dell’esperienza del paziente stesso. Per comprende meglio la situazione, il dottore effettua l’indagine clinica attraverso manovre manuali che lo aiutano a chiarire determinati punti, dopodiché si procede con test di imaging, utili per confermare l’ernia discale cervicale. I test di imaging che possono essere richiesti sono:

  • Risonanza Magnetica: utile per evidenziare i legamenti e altre componenti degenerative vertebrali, oltre che possibili protuberanze anomale del disco o compressioni del midollo
  • Radiografia: sfrutta i RX per creare una lastra utile per comprende la situazione generale del paziente e le anomalie maggiori relative al rachide cervicale;
  • TAC: simile alla radiografia, questa tecnica diagnostica sfrutta le radiazioni ionizzanti per ottenere immagini della zona interessata più dettagliate e precise;
  • Elettromiografia: attraverso l’utilizzo di aghi, si valuta la conduzione del nervo che si vuole testare.

Trattamento

Come per diverse altre patologie, la terapia attuabile può seguire due strade, una conservativa e l’altra di tipo chirurgico.

Terapia Conservativa in caso di Ernia Cervicale

Si opta generalmente per questo terapia con l’obiettivo di ridurre la pressione ai danni delle radici dei nervi per alleviare il dolore e viene preferito alla terapia chirurgica a meno che non si debba intervenire celermente. L’approccio conservativo prevede un approccio di tipo manuale (osteopatia, kinesi, ginnastica posturale), associate a medicinali antinfiammatori e antidolorifici.

Nello specifico, questi farmaci possono essere F.A.N.S. (farmaci antinfiammatori non steroidei) per ridurre il dolore percepito, coritcosteroidei nei casi particolarmente dolorosi oppure con iniezioni epidurali con analgesici o antidolorifici quando il dolore è difficilmente sopportabile. Possono essere prescritti anche dei rilassanti muscolari in caso di spasmi causati dall’ernia.

Quando si opta per una terapia conservativa, l’utilizzo di più metodologie di cura, parallele alle manipolazioni, può apportare grandi benefici al paziente. Terapie alternative come l’agopuntura, l’osteopatia o un corso di ginnastica posturale possono permettere un approccio sinergico, ottimizzando i tempi e i risultati di recupero.

Intervento chirurgico

Quando la terapia conservativa non ha portato i risultati sperati, o il paziente si presenta con dolori intensi e insopportabili, allora si procede con la terapia chirurgica.

La procedura che viene utilizzata nella maggior parte dei casi prende il nome di discectomia anteriore e consiste nella rimozione del disco danneggiato dall’ernia da una piccola incisione del collo sul tratto anteriore. Il disco rimosso è sostituito attraverso un processo di innesto detto fusione, che sfrutta un altro frammento osseo estratto dal bacino del paziente. In alcuni casi, oltre all’osso vengono innestate anche viti o placche di metallo per ottimizzare il processo. Il rischio che questa procedura fallisca è altamente improbabile, ma la buona riuscita della terapia dipende anche da come il paziente affronta il periodo di convalescenza. Se sono sufficienti due-tre giorni di ricovero in ospedale e circa due settimane per un recupero completo, devono poi trascorrere 40 giorni di convalescenza in cui sarà necessario adottare posture corrette, evitare la guida e gli sforzi fisici.

Prevenzione

Per prevenire l’ernia cervicale si devono evitare tutti quegli atteggiamenti scorretti che potrebbero causare la degenerazione e la lacerazione del disco fibroso contenente il nucleo polposo. Per esempio, quando si siede per molte ore alla scrivania è necessario adottare una postura corretta: la schiena e il bacino ben aderenti alla poltrona e i piedi con le piante poggiate al pavimento o su un rialzo. Quando si sollevano dei carichi pesanti, si deve effettuare la manovra con cautela. Il modo migliore è piegare le ginocchia così da distribuire equamente il peso e tenere la colonna vertebrale in posizione corretta.

L’esercizio fisico è un’altra importante arma di prevenzione: da una parte, tonifica e rafforza i muscoli a sostegno della colonna vertebrale, dall’altra, aiuta a perdere peso e quindi ridurre il carico ed evitare possibili compressioni dei dischi vertebrali. In merito a questo secondo punto, anche una dieta bilanciata e sana può aiutare.

Quali Competenze sono necessarie

Affinché la terapia si svolga in modo ineccepibile e venga effettuata seguendo gli steps necessari, il medico curante deve avere competenza specifica di problematiche vertebrali e conoscere le procedure riabilitative da mettere in atto, quali ad esempio tecniche manuali e terapie fisiche specifiche. Nel caso in cui vengano consigliate terapie alternative, come l’agopuntura e l’osteopatia, le competenze necessarie aumentano. In questi casi rivolgersi a una clinica d’eccellenza che può contare su diverse professionalità è altamente consigliabile.

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Dove trovare un centro d’eccellenza a Roma

Lo Studio Fisiomedical vanta un’equipe di professionisti esperti specializzati in numerosi ambiti. Può inoltre contare sulle migliori tecnologie disponibili, spesso necessarie per un trattamento completo.

Nel caso dell’ernia discale cervicale, lo studio Fisiomedical ha a disposizione tutte le strumentazioni e le competenze necessarie per trattare il disturbo in tempi brevi e con ottimi risultati. Per un consulto e una prima visita specialistica, è possibile fissare un appuntamento chiamando il numero 06 32651337. La clinica si trova a Roma Nord, in Via Andrea Sacchi, 35.

Dolore al ginocchio Cisti di Baker

Cosa sono le cisti di Baker

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La cisti di Baker è una sacca piena di liquido che si forma nella parte posteriore del ginocchio. Solitamente sorge in seguito a un danno all’articolazione e sebbene in alcuni casi sia asintomatica, in altri può provocare dolore, gonfiore e rigidezza.

Si deve il suo nome al dottore William Baker, primo a riconoscere e definire questo disturbo nel lontano 1877. Le cisti di Baker sono conosciute anche come cisti poplitee. Per trattare questo disturbo vengono impiegate diverse terapie e tecniche, di natura differente per ottimizzare i risultati. Solo nei casi più gravi, quando la cisti si presenta con delle fuoriuscite di liquido, si ricorre alla chirurgia.

A occhio nudo, la cisti si presenta come un nodulo dietro al ginocchio, nel punto in cui il muscolo della coscia si congiunge con quello del polpaccio. Le dimensioni variano di caso in caso: talvolta è estremamente piccola, in altri può raggiungere una grandezza di alcuni centimetri. È piuttosto comune che se ne formi più di una per volta, ma estremamente raro che entrambe le ginocchia soffrano dello stesso problema contemporaneamente.

Sintomi

Come anticipato, in alcuni casi la cisti di Baker (o cisti poplitea) può non portare alcun tipo di sintomo, sebbene nella maggior parte dei casi si venga a forma una sacca contente il liquido sinoviale fuoriuscito dalla sacca poplitea. La massa, che può avere diverse dimensioni, si presenta come un nodulo duro e doloroso al tatto.  Oltre alla formazione di questo corpo nella parte posteriore del ginocchio, il paziente può accusare ulteriori sintomi quali:

  • Dolori articolari localizzati nel ginocchio
  • Gonfiore del ginocchio e/o della gamba
  • Eritema
  • Sensazione di stanchezza nelle gambe
  • Rumore al movimento dell’articolazione
  • Rigidezza articolare

I sintomi sopraelencati sono segnali tipici della presenza di una Cisti di Baker ma non sopraggiungo necessariamente tutti e possono presentarsi con gradi diversi di severità in base al danno all’articolazione. Come già anticipato, è possibile che nessuno di questi sintomi venga riscontrato, lasciando il paziente ignaro del problema. In questi rari casi, ci si accorge della presenza di una Cisti di Baker solo grazie a esami collaterali, come una risonanza magnetica.

Le complicazioni peggiori possono avvenire in seguito alla rottura della cisti e la fuoriuscita del liquido che andrà a invadere il muscolo gastrocnemio del polpaccio, che per tutta risposta svilupperà una protuberanza arrossata e pruriginosa.

Cause: eziologia

Le cause che portano all’insorgere di una o più cisti di Baker si dividono in due gruppi e sono riconosciute come:

  • Cisti di Baker primaria (o idiopatica): è tipica dell’età giovanile (infanzia) ed è dovuta alla produzione anomala di liquido sinoviale in seguito a stress ripetuti sull’articolazione che porta al rigonfiamento della sacca;
  • Cisti di Baker secondaria: caratteristica dell’età adulta, è causata da altre patologie che colpiscono l’articolazione, come lesione al menisco, artrosi e simili.

Soprattutto nel caso di una Cisti secondaria, la produzione di liquido sinoviale in eccesso è la risposta dell’organismo per proteggere la salute del ginocchio lubrificandolo. Questa sovrapproduzione porta a un accumulo di liquido con una conseguente pressione all’interno dell’articolazione. La pressione, di conseguenza, spinge il liquido nella “sacca” poplitea e forma la cisti.

Nonostante i sintomi più gravi possano provocare non poco dolore nel paziente, le cisti di Baker sono generalmente formazioni benigne, trattabili con diverse terapie più o meno invasive.

Diagnosi: trattamento

La diagnosi è il più delle volte semplice e finché la cisti di Baker non causa disturbi particolari, non è necessario procedere con trattamenti e cure. Questo perché dopo un tempo più o meno lungo, la sacca si riassorbe spontaneamente, motivo per cui non è indispensabile intervenire. Tuttavia, questa possibilità è molto più plausibile nei bambini e negli adolescenti rispetto che negli adulti. Nel caso in cui è indispensabile intervenire con un trattamento mirato per guarire questa condizione, le strade da percorre sono molteplici ma gli obiettivi della terapia sono tendenzialmente due:

  • Alleviare i sintomi della cisti grazie a medici antinfiammatori non steroidei (F.A.N.S.), trattamenti fisioterapici e applicazioni di ghiaccio;
  • Limitare i danni articolari al ginocchio attraverso iniezioni di corticosteroidi, aspirazione del liquido sinoviale, riposo con arto sollevato e interventi specifici per curare i disturbi che potrebbero aver provocato la cisti.

Solo nel caso in cui la cisti abbia raggiunto dimensioni degne di nota e il paziente lamenti dolori eccessivi si valuta l’ipotesi della chirurgia. L’artroscopia applicabile per limitare i danni articolari è già un primo intervento chirurgico, ma di natura meno invasiva rispetto alla possibile recisione della cisti, che viene eseguita solo se nient’altro ha funzionato.

È bene aggiungere che per ridurre i sintomi della cisti, la fisioterapia rimane una valida opzione, soprattutto grazie all’impiego di diverse terapie fisiche che adoperano tecnologie quali: Laser, Tecar, Ipertermia e Ultrasuoni. Sfruttando più metodologie per trattare il disturbo si possono ottimizzare i risultati, infatti grazie alla loro azione combinata vengono stimolati i tessuti e i processi di guarigione, riducendo drasticamente i tempi di recupero.

Prevenzione

La cisti di Baker si presenta, soprattutto nella sua forma secondaria, come conseguenza di danni all’articolazione del ginocchio. Per questo motivo il modo migliore per prevenire tale disturbo corrisponde alla prevenzione di danni articolari. È consigliabile l’attività fisica per tonificare i muscoli e renderli più resistenti e ritardare o prevenire altre patologie come l’artrosi. Mantenere un peso forma ideale, aiutandosi con una dieta bilanciata, è fondamentale per alleggerire il carico sulle articolazioni inferiori.

Quali specialisti sono coinvolti

Quando il paziente presenta cisti di Baker, o sospetta questo disturbo, deve rivolgersi ad un medico specializzato. Il fisioterapista è sicuramente una delle figure più indicate per trattare questa patologia, in quanto può consigliare un percorso terapeutico composto da più trattamenti per ottimizzare i tempi di guarigione. In caso di più metodologie impiegate, possono intervenire altre figure professionali, come l’osteopata.

In generale si consideri che migliore è il centro di riferimento, maggiori saranno le possibilità di trattare il disturbo e di conseguenza maggiore il numero di professionisti coinvolti. Non tutte le cliniche dispongono di tutte le tecnologie più avanzate o le figure professionali maggiormente specializzate.

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Le cisti di Baker generalmente non sono motivo di eccessiva preoccupazione, questo però non vuol dire che vadano sottovalutate. Il trattamento migliore risiede sicuramente nella possibilità di combinare più terapie funzionali al recupero rapido e completo, con trattamenti fisici e manuali. Lo Studio Fisiomedical dispone non solo delle tecnologie più avanzate, ma anche di numerosi professionisti ed esperti altamente qualificati nel trattamento di numerose patologie.

Per maggiori informazioni chiamare il numero 06 32651337 e fissare la prima visita in studio in via Andrea Sacchi, 35, a Roma Nord.

Approccio Olistico Dolore alla colonna vertebrale

Quali problemi possono affliggere la colonna vertebrale

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La colonna vertebrale è la struttura portante del nostro corpo: sostiene il cranio, il tronco le gambe e le braccia. Ha una forma sinusoidale e conta in tutto quattro curve. Oltre alla funzione di sostegno, la nostra colonna funge anche da “armatura” per il midollo spinale, la porzione extracranica del sistema nervoso centrale. A causa della sua dimensione, posizione e del lavoro strutturale che svolge per il nostro organismo, la colonna vertebrale è spesso soggetto di problematiche di varia natura.

Tra queste, le più comuni e diffuse sono:

  • Ernia Discale: si può verificare a tutti i livelli della colonna e avviene quando il nucleo polposo della vertebra si sposta lateralmente e comprime una radice nervosa. Il sintomo principale è il dolore alla schiena che si irradia nel tempo agli arti inferiori e/o superiori;
  • Stenosi: interessa il canale vertebrale all’interno del quale è contenuto il midollo e i nervi. Consiste nella restrizione di questo canale con conseguente compressione del suo contenuto che porta a dolori diffusi alla schiena nella zona interessata e in base a questa agli arti inferiori o superiori;
  • Spondilolistesi: consiste nello scivolamento di una vertebra sull’altra a livello lombare, generando dolore nella zona interessata e agli arti inferiori.
  • Patologie traumatiche: derivanti da fattori esterni che vanno a compromettere l’integrità della colonna vertebrale, come le fratture vertebrali
  • Patologie oncologiche: possono interessare sia le strutture nervose, come i neurinomini e i tumori intramidollari, o le vertebre, come i meningiomi.

Per fronteggiare queste patologie, che sono solo alcune di quelle diagnosticabili, è importante ricorrere a tutti i mezzi che la medicina moderna mette a disposizione. Prima di ricorre alla chirurgia, un approccio olistico, come l’osteopatia, può apportare grandi benefici al paziente e incrementare l’efficacia delle terapie alle quali dovrà sottoporsi. È la combinazione di più metodologie a garantire i migliori risultati.

Problemi alla colonna vertebrale

Quali sono le tecniche e metodologie utili

Ozonoterapia

L’Ozonoterapia è un metodo curativo altamente funzionale per il trattamento di alcune patologie della colonna vertebrale, come l’ernia al disco. Il trattamento si avvale di una miscela di ossigeno e ozono medicale, le cui proprietà biochimiche permettono di ottenere ottimi risultati per la salute.

Quando l’ozono contenuto nella miscela entra in contatto con i tessuti dell’organismo, si scompone e lega alle molecole del sangue favorendo l’ossigenazione del corpo e il trattamento di diverse patologie.

Agopuntura

L’agopuntura affonda le proprie radici nella medicina tradizionale cinese ed è una dei trattamenti olistici più diffusi in Italia grazie all’efficacia dimostrata.

La teoria alla sua base prevede dei canali energetici presenti all’interno del corpo che donano equilibrio all’organismo e assicurano il benessere fisico. Questi canali si irradiano in tutto il corpo e se “bloccati”, arrecano disturbi alla persona che possono scaturire in patologie più o meno gravi.

Grazi all’impiego di aghi sottilissimi è possibile rimuove i blocchi e migliorare il benessere fisico, psicologico e mentale del paziente. Su quali canali agire è deciso dal professionista in seguito alla condizione generale di chi si sottopone al trattamento.

Osteopatia

L’Osteopatia è un approccio sanitario olistico che sfrutta tecniche di terapia manuale e si concentra sulla globalità dell’organismo invece che sul semplice disturbo localizzato. La sua peculiarità ed efficacia risiede proprio nel lavorare tanto sul profilo fisico quanto su quello psicologico. Questo perché c’è una forte correlazione tra i due fattori e disturbi quali lo stress, la depressione e l’ansia possono avere ripercussioni sul fisico e viceversa.

Osteopatia a Roma

Individuate le zone dove il movimento del corpo è ostacolato e provoca dolore si procede con delle apposite manovre manuali che favoriscono i meccanismi di autoregolazione e autoguarigione dell’organismo. L’osteopatia è spesso impiegata nel trattamento di disturbi legati alla colonna vertebrale.

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Tecarterapia

La Tecarterapia – o solo Tecar – è una termoterapia endogena che sfrutta il trasferimento energetico per accelerare i processi di recupero dell’organismo di diverse patologie e disturbi, anche per la colonna vertebrale. Il trasferimento energetico avviene grazie al calore indotto dal passaggio di corrente elettrica generata da un dispositivo medico. Esistono due modalità di applicazione: capacità, per i tessuti molli, e resistiva, per i disturbi ossei, articolari e della cartilagine.

Ampiamente utilizzata nella medicina sportiva, la Tecar produce effetti da varia natura a seconda della potenza generata dall’apparecchio. Il suo obiettivo finale, in ogni caso, è ridurre il dolore e accelerare la riparazione dei tessuti.

Crioultrasuoni

I crioultrasuoni sono un altro dispositivo medico, come la tecar, che al contrario però, sfrutta l’azione analgesica del freddo in combinazione con l’effetto antinfiammatorio degli ultrasuoni per trattare infortuni e lesioni e i gonfiori post-operazione. Queste due tecniche garantiscono ottimi risultati se applicate insieme e sortiscono differenti effetti:

  • Meccanici, dovuti alla stimolazione delle cellule muscolare che producono proteoglicani e fibre collagene;
  • Termici, causati dall’aumento della circolazione a livello superficiale e diminuzione a livello muscolare;
  • Biologici, provocati dalla differenza di temperatura tra superficie e parte profonda del muscolo.

Kinesio taping

Il kinesio taping è una tecnica, conosciuta anche come bendaggio funzionale, che immobilizza un’articolazione o una parte del corpo con delle fasciature elastiche per ridurre i tempi di recupero e alleviare il dolore. Questa tecnica è estremamente diffusa in ambito sportivo, ma i suoi applicativi non si limitano agli atleti: può essere sfruttato in numerose altre circostanze, soprattutto in combinazione con altre terapie.

Il terapista deve essere un esperto conoscitore dell’anatomia e della biomeccanica affinché il bendaggio sia preciso e limiti il movimento al meglio, infatti sull’epidermide sono presenti dei ricettori nervosi che comunicano con i muscoli in profondità.

Cyriax

La Cyriax è una terapia manuale sviluppata dall’omonimo dottore inglese negli anni Trenta, che ha lo scopo di trattare infiammazioni e le conseguenze dei traumi a carico dei tessuti molli. Attraverso delle tecniche manuali particolari effettuate direttamente sulla parte del corpo interessata, il fisioterapista può agire su tutta la larghezza del tessuto. La Cyriax è infatti conosciuta anche come Massaggio Trasverso Profondo (MTP).

Ha diversi utilizzi tra cui quello dedicato alla manipolazione vertebrale che si applica direttamente sulla colonna. Con la MTP è possibile migliorare la postura, alleviare il dolore e ridurre lo stress.

Ginnastica Posturale

La ginnastica posturale è un’attività fisica che si caratterizza per gli esercizi incentrati sulla rieducazione motoria e funzionale di chi la pratica. Una postura scorretta può portare a dismorfismi e asimmetrie della colonna vertebrale e degenerare in disturbi e patologie di vario genere. La ginnastica posturale ha proprio l’obiettivo di riassestare l’equilibrio corporeo lavorando sulla postura al finché torni a essere funzionale.

Nonostante non ci siano particolari controindicazioni e si possa praticare già dai 10 anni, per alcuni pazienti potrebbe risultare dannosa. Il percorso da seguire e gli esercizi da svolgere vengono decisi dal fisioterapista e sono spesso accompagnati a terapie e altri trattamenti per un recupero completo.

Perché la combinazione di più metodologie porta al successo

Anni di ricerca e pratica hanno evidenziato gli effetti della medicina olistica nella risoluzione e nel trattamento di diverse patologie e disturbi. In particolare, quando si accusano problemi alla colonna vertebrale, ricorrere a diverse metodologie e tecniche è altamente consigliabile.

Raramente oggi si ricorre all’intervento chirurgico come primo step, poiché le nuove tecnologie e tecniche sviluppate in medicina consento di agire in modi meno invasivi e spesso risolutivi. Quello che però fa veramente la differenza durante il trattamento di un disturbo legato alla colonna vertebrale (o altre parti del corpo) è la combinazione di più metodologie: la loro efficacia è infatti complementare e sfruttare i benefici di una sola terapia non sortisce lo stesso effetto che hanno più terapie che lavorano sinergicamente.

L’approccio olistico, inoltre, si interfaccia con il paziente non solo rispetto al dolore fisico ma anche dal punto di vista psicologico, prendendo in esame l’intero organismo e ottimizzando i processi di guarigione.

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Dove trovare un centro specializzato a Roma

In caso di problemi alla colonna vertebrale, Fisiomedical mette a disposizione dei suoi clienti una squadra di specialisti altamente qualificata e competente. Grazie all’esperienza acquisita e alle migliori tecnologie, Fisiomedical garantisce un trattamento di qualità, modellato sulle necessità personali di ogni paziente.

Per ulteriori informazioni e fissare la prima visita, chiama il numero 06 32651337. Studio Fisiomedical si trova a Roma Nord in Via Andrea Sacchi, 35.

caviglie gonfie

Caviglie Gonfie: definizione

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Le caviglie gonfie sono un disturbo molto diffuso, soprattutto tra persone anziane o in sovrappeso, tra chi soffre di problemi alle vene o donne in dolce attesa, o ancora tra le persone che stanno in piedi o in posizione seduta per troppo tempo.

Alla base del gonfiore di questa zona del corpo c’è un accumulo di liquidi, dovuto al fatto che il sistema linfatico non li drena adeguatamente.

Il gonfiore alle caviglie può essere di due tipi:

  • bilaterale, ovvero che riguarda entrambe le caviglie;
  • monolaterale, riguarda cioè solo la caviglia destra o sinistra.

Sintomi

Il sintomo del gonfiore alle caviglie è un edema, un gonfiore appunto, localizzato nella zona della caviglia, ma che può estendersi anche al piede, ai polpacci e alle cosce.

Se, assieme a questo sintomo, se ne manifestano altri, come rossore o calore della zona, vomito, mal di testa o febbre, è necessario rivolgersi immediatamente a un medico.

caviglie gonfie sintomi e cause

Cause

Le cause del gonfiore delle caviglie sono molteplici e di varia natura.

La causa principale è l’accumulo di liquidi che il sistema linfatico non riesce a drenare; pertanto le caviglie gonfie possono presentarsi nelle donne incinte, a causa degli squilibri ormonali dovuti alla condizione, o nella settimana precedente alle mestruazioni, periodo in cui il corpo femminile è particolarmente predisposto alla ritenzione idrica.

Anche l’estate, soprattutto se particolarmente calda, può contribuire all’emergere di questo disturbo, o ad accentuarlo, a causa della dilatazione dei vasi.

Un’ ulteriore causa è la posizione tenuta durante il giorno: stare in piedi, o seduti, per troppo tempo aumenta la pressione venosa che risulta massima a livello delle caviglie.

Tuttavia, nel caso in cui il gonfiore riguarda una sola caviglia, è possibile che il problema sia legato a un evento traumatico o a malattie delle articolazioni o della circolazione sanguigna.

Inoltre, tra le patologie che si possono associare alle caviglie gonfie ci sono:

Diagnosi

Una diagnosi corretta delle caviglie gonfie è fondamentale per andare a lavorare sulle cause che le hanno provocate.

Solitamente è necessaria una visita dal proprio medico di base per la diagnosi.

In particolar modo, ci si deve rivolgere ad esso se si soffre di malattie cardiovascolari, renali o epatiche e si inizia ad accusare il gonfiore alle caviglie.

È bene rivolgersi ad esso anche nel caso in cui il disturbo duri nel tempo o se associato ad arrossamenti (o calore) della zona o febbre; in questo caso sarà lo specialista a prescrivere test specifici.

Una diagnosi corretta nelle donne incinte, invece, è fondamentale per preservare la salute del feto; in questo caso, se il disturbo si accentua improvvisamente e se è collegato a nausea, vomito, minzione ridotta e problemi visivi è necessario rivolgersi subito al dottore.

Cura e trattamento

Per curare le caviglie gonfie esistono molti rimedi e strategie di ogni genere, che vanno dal movimento a soluzioni dietetiche.

Il primo consiglio è quello di fare attività fisica; molto spesso è sufficiente anche solo sollevare i talloni al fine di attivare la circolazione o fare una passeggiata nonostante la pratica di uno sport, come il nuovo, la corsa o la bicicletta sia sicuramente più efficace.

Un altro modo per aiutare il sistema linfatico a drenare i liquidi è di stendersi con le gambe sollevate su un rialzo prima di andare a dormire, meglio se associato a un automassaggio e all’applicazione di creme o gel specifici che evitano il ristagno dei liquidi.

Poiché l’obesità è un fattore che incide nella manifestazione di questo disturbo, per curarlo è consigliabile raggiungere e mantenere il proprio peso forma.

Anche limitare l’apporto di sale nei cibi può aiutare a ridurre il gonfiore; se il problema è un ristagno dei liquidi, questo viene agevolato dal sale. Una volta ridotto l’uso in cucina non si avrà più la tendenza a trattenere i liquidi.

In alcuni casi viene consigliato l’utilizzo di calze elastiche a compressione graduata, ad hoc per combattere le caviglie gonfie. Al contrario si devono evitare abiti troppo stretti che riducono la circolazione.

Se invece il gonfiore è associato a un trauma, possono essere utili degli impacchi di ghiaccio per ridurre l’ematoma e far diminuire il gonfiore, il tutto associato ad una buona fasciatura. Qui il riposo è fondamentale.

Nel caso in cui il gonfiore non scompare anche dopo aver eseguito tutto il possibile per combattere la ritenzione idrica, è necessario rivolgersi subito a un medico che, a seguito di una diagnosi, stabilirà la terapia più adatta.

caviglie gonfie cura e trattamento

Prevenzione

Prevenire il gonfiore alle caviglie è possibile seguendo dei piccoli accorgimenti.

Innanzi tutto, è bene combattere la sedentarietà con del movimento quotidiano, sia attraverso la pratica di uno sport, sia con camminate, ma anche con il minor utilizzo dei mezzi per spostarsi preferendo, quando possibile, muoversi a piedi.

Di fondamentale importanza è l’utilizzo di calzature idonee e di ottima qualità sia durante la vita quotidiana che per praticare sport.

Anche l’alimentazione è un valido alleato per contrastare la formazione del gonfiore alle caviglie in diversi modi:

  • ridurre l’uso del sale, che favorisce il ristagno dei liquidi;
  • evitare di mangiare cibo spazzatura, che influisce notevolmente sull’aumento del peso;
  • seguire una dieta per mantenere un peso forma ideale, in questo modo il peso corporeo non graverà sulle caviglie.

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Lo studio vanta di alcuni tra i migliori fisioterapisti specializzati nella tua problematica; inoltre, grazie alle migliori tecnologie e alle tecniche innovative, il servizio eccellente è garantito.

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Tallonite

Tallonite: cos’è e quanto è diffusa

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La tallonite è il termine comune con il quel si indica la Talalgia Plantare, o Tallodinia, una patologia infiammatoria che interessa la parte posteriore del piede, ovvero il calcagno.

Il problema si presenta con un dolore di tipo acuto nella zona interessata e può insorgere per diversi motivi come lo stare in piedi troppo a lungo.

Tuttavia, la tallonite si presenta anche tra gli sportivi; colpisce in particolare coloro che praticano attività in cui è prevista una maggiore sollecitazione alla zona calcaneare come la corsa, il calcio, la pallavolo, la marcia e il basket.

Sintomi

Il sintomo della tallonite è il dolore acuto e trafittivo tipico dell’infiammazione, alcune volte anche molto intenso, che colpisce la parte del retropiede inferiore.

Solitamente il dolore è più accentuato:

  • al mattino, o appena svegliati, o comunque ogni volta che ci si mette in piedi dopo essere stati seduti o sdraiati per lungo tempo;
  • alla fine della giornata, per via degli sforzi a cui è sottoposto il piede nello stare in piedi o nel camminare durante tutto il giorno.

Il dolore, inoltre, è di maggiore intensità se assieme alla tallonite si manifesta anche la spina calcaneare.

Tallonite causa

Cause

Le cause di una tallonite sono molteplici e di vari generi.

Tra queste abbiamo lo stare in piedi troppe ore oppure l’utilizzo di scarpe inadeguate, come calzature troppo strette o con tacchi troppo alti.

Anche il modo in cui si posizionano i piedi durante una camminata, se errato, può dare origine a questa condizione dolorosa, soprattutto se c’è un malfunzionamento del piede in flessione verso l’esterno e l’interno o a seguito di problemi del piede, come il piede cavo.

Lo stesso effetto lo possono avere una postura scorretta, obesità e sovrappeso, che potrebbero far gravare il peso del corpo più su un piede piuttosto che sull’altro.

Una categoria particolarmente colpita dalla tallonite è quella degli sportivi, in particolar modo coloro che praticano attività sportiva nella quale si tende a sollecitare in maniera energica il tallone e il calcagno, soprattutto se le scarpe utilizzate non sono adatte o di buona qualità.

In questo caso l’infiammazione, chiamata tendinopatia inserzionale, colpisce principalmente gli sportivi che praticano una delle seguenti discipline:

La tallonite si presenta, inoltre, a seguito di un trauma ripetuto, come una frattura da stress, o un trauma improvviso.

Altra causa di questo fastidio può essere una patologia ossea, come spina calcaneare e artrosi; infine, la tallonite si può manifestare anche per via di malattie reumatiche, come la spondilite anchilosante, l’artrite reumatoide, la condrocalcinosi, la psoriasi e altre, o malattie metaboliche, come la gotta.

Diagnosi

A causa della quantità e della varietà delle cause che possono provocare la tallonite, risulta di fondamentale importanza una diagnosi corretta e precoce, in modo da poter agire sul problema in maniera mirata ed in tempi ristretti, ed evitare così complicazioni o peggioramenti.

Per la diagnosi è necessaria una visita specialistica, durante la quale vengono svolti diversi esami, come quello radiografico e posturale, e test, come la risonanza magnetica e l’ecografia.

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Cura e trattamento

Solitamente la tallonite guarisce nel giro di 1-3 settimane, a seconda del tipo e dell’entità del problema; più la forma è cronica, più viene richiesto un tempo più lungo di guarigione.

Tuttavia, rimane di fondamentale importanza un intervento tempestivo.

Per prima cosa è necessario sospendere l’attività motoria fin dai primi sintomi di dolore e limitare al massimo il carico sul piede dolente aiutandosi con oggetti ad hoc, come le stampelle, per non rischiare di causare problemi anche ad altre strutture corporee quali bacino e ginocchia: è necessario un riposo funzionale di almeno 15 giorni.

Se necessario, in caso di forte dolore, è possibile assumere farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) o antidolorifici; in alternativa, per gli amanti della medicina naturale, si può applicare qualche goccia di olio essenziale, dal potere antinfiammatorio, sulla zona interessata insieme all’assunzione di integratori quali omega 3 ed estratti di ribes nero.

Durante la fase acuta del trauma è consigliato, inoltre, applicare del ghiaccio sulla zona dolente, per combattere l’infiammazione.

In alcuni casi possono essere utili delle sedute di terapie fisiche, da abbinare ad esercizi propriocettivi e di sensibilizzazione plantare, come:

Infine, è bene eseguire sempre esercizi di stretching della fascia plantare, del polpaccio e del tendine di achille.

La chirurgia, invece, è riservata solo a casi particolarmente seri che non possono essere curati con la sola terapia conservativa.

Consigli utili: cosa fare e cosa non fare

Quando ci troviamo in presenza di una tallonite cosa dobbiamo fare e cosa non dobbiamo fare?

Innanzi tutti, al manifestarsi dei primi fastidi al tallone è necessario:

  • applicare del ghiaccio;
  • interrompere le attività sportive;
  • sostituire le calzature o in alternativa, se sono scarpe da ginnastica, inserire le solette antishock;
  • applicare sulla zona interessata una crema all’arnica o all’aloe vera.

Inoltre, è consigliato evitare i rimedi fai-da-te come l’assunzione di farmaci non prescritti dal medico, e continuare a camminare e svolgere pratica sportiva con l’assunzione di antidolorifici per non sentire più il dolore: questo porterà inevitabilmente a un peggioramento della situazione.

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Grazie a uno staff di professionisti e specialisti, potrai seguire un percorso riabilitativo adatto a te che ti porterà a guarire definitivamente dal tuo problema; essi inoltre, saranno sempre a tua disposizione per ogni dubbio o chiarimento.

Per prenotare una visita o anche solo per un consulto contattaci attraverso il modulo dedicato, oppure chiama il numero verde Numero Verde 800.096690 .