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Cosa sono le distorsioni della caviglia

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Le distorsioni della caviglia sono delle piegature o torsioni forzate ed innaturali dell’articolazione della caviglia, che potrebbero portare a stiramento o rottura di muscoli, legamenti o tendini che interessano l’area.

Si parla di:

  • lassità, quando il comparto legamentoso si distende, determinando una escursione articolare oltre i limiti fisiologici;
  • instabilità, quando si avvertono segni di cedimento dell’articolazione a seguito di una rottura più o meno totale dei legamenti.

La distorsione alla caviglia è il più frequente trauma muscolo-scheletrico dell’arto inferiore; basti pensare che in Italia si verificano circa 7.000 casi al giorno.

Le distorsioni alla caviglia più frequenti sono quelle che interessano la parte esterna e provocano sul momento:

  • gonfiore;
  • dolore localizzato davanti e sotto il malleolo peroneale;
  • limitazione nei movimenti;
  • nei casi più gravi possono apparire ecchimosi o ematomi.

Più raro è il caso in cui la distorsione interessa la parte interna del piede, la quale provoca dei danni più gravi.

L’entità di una distorsione alla caviglia dipende dall’energia esercitata su di essa, per cui i fattori causali non sono solo i tipi di caduta o la velocità della corsa, ma anche il peso del paziente, il meccanismo con cui avviene l’infortunio, debolezza delle strutture di sostegno, quali tendini, e molto altro.

Una distorsione della caviglia può essere classificata in vari modi a seconda che questa interessi:

  • la propriocettività, legata al tempo di risposta tra stimolo e attivazione del muscolo;
  • la struttura scheletrica, ovvero deviazioni della stessa in varo o valgo;
  • la cartilagine;
  • la struttura legamentosa.

Di quest’ultima è possibile identificare 4 gradi di gravità:

  • grado 0, non ci sono rotture legamentose;
  • grado 1, si verifica una rottura del legamento peroneo-astragalico anteriore;
  • grado 2, alla rottura del grado 1 si aggiunge anche quella del legamento peroneo calcaneare;
  • grado 3, si è in presenza della rottura di tre legamenti.

I traumi distorsivi possono essere, inoltre, di due tipi:

  • acuti, derivanti da urti, contrasti, scontri e altri;
  • cronici, a seguito di carichi notevoli e prolungati.

Attività a rischio

Una distorsione alla caviglia avviene quando il movimento dell’articolazione va ben oltre quello stabilito in natura, e di solito questo succede a seguito di un trauma: questo può essere dovuto a:

  • una caduta;
  • un atterraggio scorretto dopo un salto;
  • un cambio improvviso di direzione;
  • al camminare su una superficie irregolare, fangosa o ghiacciata.

Le attività a rischio, pertanto, sono tutte quelle attività in cui è possibile che si manifesti uno di questi fattori sopracitati, o altri simili.

Invece, le attività sportive più a rischio e quelle in cui è presente un maggiore rischio di questo tipo di infortunio sono:

  • la pallavolo, presenta una frequenza di distorsione alla caviglia del 56%;
  • il basket, dove gli sportivi colpiti da questo trauma sono il 55%;
  • il calcio, 51%
  • la corsa di resistenza, con una frequenza di distorsione del 40%.

Soggetti a rischio

I soggetti più a rischio di una distorsione della caviglia sono gli sportivi, e questo perché sono costantemente sottoposti a sforzi e stimoli della zona interessata.

Ma ciò non esclude altre tipologie di persone.

Maggiormente soggetti al rischio di distorsione sono anche:

  • coloro che hanno già avuto una precedente distorsione la quale ha provocato una lassità dei legamenti della caviglia;
  • chi soffre di debolezza muscolare, debolezza a livello di tendini o legamenti, o chi è affetto da danni nervosi alle gambe;
  • chi utilizza certi tipi di scarpe, come quelle con il tacco a spillo.

Cura

Una distorsione della caviglia si cura, in sostanza, con due tipi di trattamenti.

Inizialmente il trattamento è di tipo conservativo e consiste in:

  • riposo dell’articolazione;
  • applicazione di ghiaccio;
  • elevazione dell’arto;
  • farmaci antiinfiammatori.

In alcuni casi può essere utile bloccare l’arto interessato con bendaggi o, in casi più gravi, con apparecchio gessato.

Dopo questa prima fase, previo controllo ambulatoriale per valutare la progressione della guarigione, si può iniziare il ciclo di terapie fisiche, che aiutano a ridurre i tempi di guarigione, e ad impostare il protocollo riabilitativo.

Le terapie fisiche che possono venire prescritte sono:

Nei casi più gravi di distorsione della caviglia, dove il trattamento conservativo e il sottoporsi a terapie fisiche non porta risultati, si procede con l’intervento chirurgico.

Affinché si arrivi a una guarigione completa è consigliabile evitare di:

  • prendere peso;
  • svolgere attività senza scaldarsi accuratamente;
  • eccedere con l’impegno muscolo-articolare;
  • utilizzare calzature inadatte;
  • ignorare i sintomi;
  • trascurare le terapie.

Riabilitazione

Lo scopo della riabilitazione dopo una distorsione della caviglia è quello di recuperare la propriocettività, la forza e stabilità dell’articolazione e la prevenzione delle recidive.

Sugli obiettivi suddetti prende forma il percorso riabilitativo basato principalmente sulla ginnastica propriocettiva, la quale può essere accompagnata da bendaggi funzionali per prevenire l’insorgere di ricadute con la ripresa dell’attività motoria.

La ginnastica propriocettiva mira a rieducare la sensibilità propriocettiva con lo scopo di recuperare la sensibilità articolare capace di rispondere ai diversi stimoli che provengono dal terreno; questa viene svolta, in genere, in presenza di un fisioterapista e prevede l’utilizzo di una pedana o tavoletta ad hoc per recuperare l’equilibrio della caviglia.

Può essere utile, inoltre, l’utilizzo dell’elettrostimolazione per aiutare nel percorso di rinforzo dei muscoli della caviglia, oppure esercizi di potenziamento muscolare in acqua.

La terapia riabilitativa si differenzia da persona a persona, anche in base al grado di distorsione e sulle strutture colpite. Ad esempio

  • se è la struttura scheletrica ad essere stata colpita, i tempi di recupero sono più prolungati;
  • se invece si parla di lesione cartilaginea, a seguito di un intervento chirurgico, l’attività sportiva può essere ripresa dopo 4-5 mesi da esso.

Generalmente, nei casi in cui il trauma interessa i legamenti e la propriocettività, il tempo necessario per il recupero funzionale completo, sia che si sta trattando un trattamento conservativo che chirurgico, varia, a seconda dei pazienti, dalle 3 alle 5 settimane.

Dopo questo periodo si può tornare tranquillamente al lavoro, mentre per la ripresa dell’attività sportiva è bene aspettare le 10 settimane, ovvero che la distorsione sia guarita completamente ed evitare così il rischio di recidive o peggioramento della situazione.

Al contrario, negli sportivi professionisti i tempi di recupero sono più corti perché si dà maggiore spazio alla riabilitazione.

Anche dopo che il trauma è stato curato, il 10-30% dei pazienti lamentano una sintomatologia cronica caratterizzata da tendinopatie, rigidità, dolore, insufficienza muscolare o instabilità del collo del piede; per questo motivo, la riabilitazione, è un tassello fondamentale per la guarigione completa.

Prevenzione

Prevenire la distorsione della caviglia è possibile, seguendo dei piccoli accorgimenti che miglioreranno anche la salute quotidiana e le performance atletiche.

Innanzi tutto, prima di iniziare l’attività sportiva si deve dedicare del tempo al riscaldamento; questo serve non solo all’articolazione per abituarsi al movimento, ma anche al sistema nervoso che si deve adattare sia alla condizione del terreno, sia al gesto atletico.

Se invece ci si trova nelle fasi iniziali di una nuova attività, è buona pratica aumentare l’intensità dello sforzo in maniera graduale, così da dare tempo all’articolazione di rinforzarsi ed abituarsi ai nuovi movimenti.

Anche la scelta di una calzatura comoda e di alta qualità rientra tra la prevenzione della distorsione della caviglia: la scarpa con il tacco di una donna, scarpe basse che non fasciano la caviglia in novelli escursionisti o le scarpe con i tacchetti dei calciatori e rugbisti possono aumentare il rischio di distorsione se non si fa molta attenzione o non si è ben allenati.

Se, inoltre, si è reduci da un infortunio precedente, è consigliabile utilizzare un bendaggio funzionale.

Infine, per evitare la distorsione della caviglia, la si deve tenere allenata; un modo è quello di camminare con scarpe di ottima qualità per 30-60 minuti ogni giorno in modo corretto, cioè appoggiando prima il tallone e poi tutta la pianta del piede.

A chi rivolgersi

Non appena si è verificata una distorsione alla caviglia, si deve:

  • mettere immediatamente del ghiaccio sulla zona, al fine di ridurre l’infiammazione, il gonfiore e l’eventuale ematoma che si verrà a formare se la distorsione è molto grave;
  • immobilizzarla;
  • camminare senza appoggiare il piede a terra.

Qualora si riporti una distorsione di questo tipo in luoghi lontani da possibili soccorsi, è consigliato non togliere la calzatura poiché il gonfiore potrebbe impedire al piede di rientrarvi.

Successivamente, ci si deve recare al pronto soccorso o, comunque, consultare un medico, il quale, dopo un primo esame fisico, in cui diagnosticherà la distorsione e prescriverà dei farmaci o creme che agiscano sull’infiammazione, dolore e gonfiore, effettuerà una radiografia per escludere la presenza di lesioni ossee.

Potrà, inoltre, essere utile anche una ecografia, risonanza magnetica o TAC al fine di escludere eventuali lacerazioni a carico dei tessuti molli, ovvero tendini, muscoli e legamenti.

Una volta svolti tutti gli esami, ci si deve rivolgere a un fisioterapista per il trattamento conservativo e per stilare insieme il piano di riabilitazione; sarà proprio il fisioterapista ad accompagnare il paziente per tutto il percorso e a monitorare costantemente i progressi della guarigione.

Infine, il fisioterapista saprà dare dei consigli su cosa fare e cosa non fare affinché non si verifichino ricadute o recidive.

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Fratture da stress del 5 metatarso: cosa sono

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Le fratture da stress sono delle lesioni piuttosto rare che interessano l’osso e non sono di origine traumatica, bensì microtraumatica.

Esse sono delle piccole rotture incomplete delle ossa dovute a sollecitazioni ripetute che, con il tempo, creano dei microtraumi.

Le fratture da stress colpiscono le strutture ossee principalmente dell’arto inferiore, quindi tibia, metatarso e altre ossa tarsiali, e si manifestano soprattutto negli sportivi, in particolar modo in coloro che praticano sport ripetitivi come la corsa.

Nonostante ciò, non è detto che una frattura da stress non si possa verificare in altre parti del corpo; nei lanciatori o nei giocatori di baseball, infatti, queste si presentano nel gomito.

Rientrano nelle fratture da stress:

  • le fratture da marcia, le quali riguardano principalmente le ossa metatarsali del piede;
  • le fratture da insufficienza, che si verificano in presenza di una condizione patologica particolare come l’osteoporosi;
  • fratture da fatica, generate da traumi ciclici ripetitivi.

Il piede è il più soggetto a frattura da stress; in questo ambito, in ordine di frequenza, possiamo riscontrare:

  • frattura del colletto del II metatarso, tipica del piede greco, ovvero piede in cui il secondo raggio è più lungo degli altri;
  • frattura del V metatarso, molto frequente nei casi di piede supinato con sovraccarico della parte esterna;
  • frattura dello scafoide;
  • frattura dell’apofisi calcaneare.

Una frattura da stress del V metatarso è un infortunio che colpisce l’osso lungo dell’ultimo dito del piede.

Questa può capitare:

  • a chi si allena molto;
  • a chi ha una struttura scheletrica più debole;
  • a chi intensifica troppo l’attività sportiva, aumentando i carichi e non dando al proprio corpo il giusto tempo di recupero e di adattamento al nuovo lavoro. In questo caso i meccanismi di rimodellamento osseo non riescono più a “guarire” le microlesioni, per cui l’osso si crepa e causa dolore a tal punto da sospendere l’attività sportiva per almeno un mese.

La gravità delle fratture da stress è collegata, infatti, al tempo di guarigione: le ossa sono dei tessuti a metabolismo lento che, pertanto, hanno un processo riparativo molto lungo, spesso della durata di mesi.

Una frattura da stress, infine, è molto difficile da diagnosticare poiché, se non vengono svolti gli esami giusti, può essere confusa con altre patologie, anche più gravi; il rischio di una cattiva diagnosi è il sottoporsi a trattamenti non necessari per il corpo che non risolvono il problema.

Sintomi

Il sintomo classico di una frattura da stress è il dolore, generalmente localizzato in un punto preciso ma che spesso tende ad assumere connotazioni diffusive e a variare in concomitanza con gli stadi evolutivi della frattura.

Inizialmente questo è lieve e tende a peggiorare continuando a camminare o caricare l’area interessata mentre, con il riposo diminuisce o addirittura sparisce.

Con il tempo, però, il dolore diventa persistente e aumenta progressivamente fino ad arrivare a un’intensità tale, nel giro di 2 o 3 settimane, da impedire qualsiasi gesto atletico.

Inoltre, nella zona interessata, si può avvertire anche una sensazione di calore e, in alcuni casi, un ispessimento palpabile rappresentato dal callo osseo, il quale in genere si forma dopo circa 10 giorni.

Ulteriore sintomo visibile è arrossamento e gonfiore della zona dolorante mentre i lividi compaiono raramente.

Cause

Una frattura da stress ha origine microtraumatica e si caratterizza con una lesione incompleta dell’osso, soprattutto a livello delle gambe e a volte delle braccia; questa avviene perché i normali processi riparativi dell’osso non riescono più a controllare le microlesioni che si verificano durante l’attività sportiva.

A seconda dell’attività svolta può essere coinvolta:

  • la clavicola; sollevamento pesi, caccia;
  • lo scafoide; corsa a ostacoli, calcio, basket;
  • il perone; corsa, pattinaggio;
  • la tibia; corsa, danza, basket, calcio;
  • i metatarsi; corsa, salto con la corda, uso di tacchi alti;
  • il calcagno; marcia militare con scarpe rigide;
  • il sesamoide; corsa, salti.

Nel caso di frattura da stress del V metatarso, il continuo impatto con il terreno causa uno stress meccanico sulla struttura microtrabecolare dell’osso; a lungo andare, un piccolo numero di microtrabecole cede, accrescendo lo stress su quelle adiacenti.

Con il tempo, questo processo coinvolge la maggior parte dell’osso, generando dolore durante l’esercizio.

Le cause dell’insorgenza di una frattura da stress, sostanzialmente, sono 3:

  • variazione qualitativa e quantitativa del carico allenante: oltre a un aumento dell’impatto tra osso e terreno, il muscolo che si trova ad affrontare una nuova situazione non è in grado di garantire l’ammortizzazione necessaria;
  • il sesso: le donne presentano un rischio sei volte superiore agli uomini di incorrere in frattura da stress, anche se il tempo di guarigione è di circa la metà. Fattori che influiscono sul sesso sono il regime alimentare ipocalorico (provoca un rischio di circa otto volte in più rispetto al sesso maschile) o povero di carne, e disturbi mestruali. Inoltre, negli uomini sono più frequenti le fratture a carico di tibia o perone, mentre nella donna di ossa metatarsali e caviglia;
  • l’età: un’età più avanzata favorisce le fratture da stress, ma queste possono insorgere con un periodo breve di latenza anche fino ai 20 anni, età fino alla quale l’osso non è in grado di sopportare sforzi meccanici troppo intensi.

Ulteriori cause possono essere:

  • ossa deboli a causa dell’osteoporosi;
  • patologie ai piedi, come piedi piatti, archi plantari rigidi e altre;
  • mancanza di nutrienti, soprattutto vitamina D e calcio;
  • utilizzo di calzature non adeguate, troppo usurate o rigide.

Infine, chi ha sofferto in passato di una o più fratture da stress è a maggior rischio di svilupparne ancora.

Trattamento

Il trattamento di una frattura da stress dipende dalla sede e dalla sua gravità.

In genere il trattamento di una frattura da stress del V metatarso è di tipo conservativo e prevede il riposo e l’astensione dall’attività sportiva per almeno 1 mese o più; in questo periodo di tempo è bene pensare, soprattutto per gli sportivi, alle cause scatenanti del problema, in modo da evitarne la ricaduta una volta ripresa l’attività fisica.

Assieme al periodo di riposo può essere utile sottoporsi a trattamenti di biostimolazione e ultrasuoni; inoltre è consigliato utilizzare le stampelle, o delle scarpe ortopediche, per non sovraccaricare la zona del piede interessata e per non interferire con il processo di guarigione.

Nella fase iniziale di una frattura da stress, si richiede un riposo dalle attività sportive di 2-3 settimane per guarire completamente; in questo periodo è possibile svolgere attività fisica complementare, come nuoto o bicicletta, solo a condizione che questa non provochi dolore.

Se, invece, l’atleta continua ad allenarsi nonostante il dolore, la lesione può peggiorare fino ad arrivare a frattura completa, richiedendo quindi un trattamento più impegnativo e comportando il rischio di complicanze come non guarigione (pseudoartrosi) o recidiva.

Nel caso in cui una frattura da stress non venga curata in maniera adeguata, il dolore potrebbe diventare cronico.

Il sintomo principale di una frattura da stress, ovvero il dolore, viene trattato solitamente con farmaci antidolorifici o antinfiammatori.

Particolarmente utile a favorire la cicatrizzazione ossea e ad accelerare i processi di riconsolidamento della linea di frattura è sottoporsi a sedute di magnetoterapia.

Nei casi di frattura da stress in stadi avanzati, l’ortopedico può prescrivere una terapia farmacologica che aiuti la cicatrizzazione ossea.

L’approccio chirurgico va preso in considerazione solo se il trattamento conservativo non ha dato i risultati sperati, o in casi specifici selezionati, come lesione della rotula o anche la presenza di una lunga crepa a livello femorale; in questo caso è utile impiantare con la chirurgia un “chiodo” per prevenire la rottura completa dell’osso.

Prevenzione

Prevenire una frattura da stress è possibile seguendo dei piccoli accorgimenti.

Inizialmente è necessario fare attenzione all’attività fisica eccessiva, causa primaria di frattura da stress.

Durante la pratica dello sport, infatti, è necessario non esagerare con i carichi di lavoro e, nel caso in cui l’intensità dell’attività sportiva deve essere aumentata, è opportuno farlo in maniera graduata, in modo da dare al corpo il tempo di adattarsi al nuovo carico di lavoro.

È da tenere presente il fatto che il sistema scheletrico ha bisogno di un tempo maggiore per adattarsi a una nuova sollecitazione a differenza del sistema muscolare.

Per prevenire una frattura da stress è bene, inoltre, conoscere i fattori di rischio, tenerli sotto controllo e mettere in pratica delle azioni per prevenire il problema.

Se, oltretutto, uno di questi fattori ci riguarda in prima persona, allora, è necessario avere maggiore cautela sia nella pratica di attività cicliche e ripetitive sia nell’alimentazione.

I fattori di rischio sono:

  • diete ipocaloriche;
  • bassi livelli di vitamina D;
  • assunzione di farmaci che riducono la forza e la densità minerale ossea;
  • amenorrea;
  • osteoporosi;
  • sesso femminile;
  • età avanzata.

In questi casi è utile assumere integratori per il calcio e la vitamina D, e iniziare un regime alimentare ipocalorico in maniera graduale.

Un ulteriore modo per impedire l’insorgenza della frattura da stress, soprattutto nella zona dei piedi, è di utilizzare scarpe di alta qualità che non siano troppo usurate o eccessivamente rigide. In questo caso è d’aiuto utilizzare delle solette ad hoc che ammortizzino l’impatto con il suolo.

A chi rivolgersi

Una frattura da stress è difficile da riconoscere perché può essere confusa con altre patologie ossee come periostiti o tendinopatie inserzionali.

La prima cosa da fare, pertanto, è rivolgersi al proprio medico di fiducia, il quale farà una prima diagnosi, prescriverà una radiografia e, se il problema non può essere affrontato con la semplice medicina generale, ci indirizzerà verso un ortopedico.

Quest’ultimo, dopo aver osservato la radiografia, può decidere se farci fare o meno ulteriori accertamenti.

La richiesta di eseguire altri esami oltre la radiografia avviene a seguito di diversi fattori:

  • la frattura da stress è posizionata in un punto non visibile dai raggi X, pertanto è necessario svolgere una TAC o una risonanza magnetica, quest’ultima da ripetere dopo 2/4 settimane nel caso in cui risultasse negativa con persistenza di dolore (eventualità molto rara);
  • la radiografia risulta negativa (eventualità comune negli stadi iniziali) ma il dolore persiste, in questo caso è necessario escludere altre patologie come infezioni o tumori ossei;
  • non si ha certezza che si tratti di frattura da stress, perciò è utile eseguire altri esami per escludere ogni dubbio, quali risonanza magnetica, scintigrafia ossea e Pet.

Tutto ciò perché:

  • possono passare diverse settimane o più di un mese prima che una frattura da stress diventi visibile ai raggi X;
  • la risonanza magnetica può visualizzare le fratture da stress entro la prima settimana dalla lesione, quindi ai primi stadi, distinguere tra fratture da stress e lesioni dei tessuti molli.

Dopo che l’ortopedico ha diagnosticato la frattura da stress del 5 metatarso, è necessario seguire tutte le indicazioni forniteci per una guarigione rapida e completa:

  • utilizzare stampelle per evitare di caricare il 5 metatarso;
  • utilizzare scarpe ortopediche per i piccoli spostamenti in modo da aiutare la circolazione sanguigna;
  • seguire la terapia consigliata, sia farmacologica, che fisica (di solito si consiglia la magnetoterapia), che entrambe.

Una volta curata la frattura da stress del 5 metatarso, si deve contattare un fisioterapista con il quale iniziare un percorso di ripresa del tono muscolare, perso con il riposo della gamba con frattura da stress e con l’utilizzo delle stampelle.

Obbligatoria, invece, è la fisioterapia per gli sportivi, nei quali la perdita del tono muscolare è più evidente e tornare ai volumi precedenti risulta più faticoso.

Dove ci trovi a Roma

Un centro medico e fisioterapico specializzato in fratture da stress è lo Studio FisiomediCal, a Roma Nord.

Lo studio FisiomediCal è formato da un team di professionisti specializzati in fratture da stress che ti seguirà da una prima diagnosi fino alla guarigione completa.

Se pensi di avere una frattura da stress chiama il Numero Verde 800.096690 per prendere un appuntamento o vieni a trovarci in Via Andrea Sacchi n.35, nel cuore del quartiere Flaminio.

 

Cos’è la coordinazione motoria

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La coordinazione motoria è la capacità di eseguire l’idea mentale di un movimento, che sia esso semplice o complesso, con la massima efficacia ed il minor dispendio di energia.

Coordinare, infatti, significa collegare più contrazioni e decontrazioni muscolari al fine di realizzare un movimento finale armonico ed il più equilibrato possibile.

I principali elementi che intervengono nella coordinazione sono:

  • le capacità percettive;
  • le capacità coordinative;
  • quelle di anticipazione;
  • la fantasia motoria;
  • il livello di sviluppo dello schema motorio.

Vediamo più nello specifico le prime due.

Capacità percettive

Le capacità percettive si distinguono in capacità:

  • propriocettive, che consentono di raccogliere stimoli provenienti dall’interno del nostro organismo. Questa tipologia di capacità ci trasmette l’informazione a proposito della posizione delle varie parti del nostro corpo nello spazio, nonché il rapporto tra loro, e ci permette, ad esempio, di portare il cibo alla bocca;
  • esterocettive, ovvero quelle che ci segnalano le condizioni dell’ambiente esterno, attraverso l’ausilio dei sensi della vista, udito, olfatto, gusto e tatto. Sono queste capacità che ci permettono di sentire, tra le varie cose, il tipo di terreno che calpestiamo o la forma di un oggetto.

Capacità coordinative

Le capacità coordinative rappresentano l’insieme delle capacità utilizzate per apprendere, controllare e organizzare un movimento; per questo motivo costituiscono le basi per tutte le azioni che l’uomo può compiere.

Il loro sviluppo dipende strettamente dal sistema nervoso, nello specifico dall’apparato percettivo e senso-motorio.

Le capacità coordinative si dividono in:

  • capacità coordinative generali, cioè di apprendimento, controllo e adattamento motorio;
  • capacità coordinative speciali, cioè equilibrio, orientamento, differenziazione, reazione, ritmo, trasformazione e coordinazione segmentaria.

Eccole alcune nello specifico:

  • regolazione dei movimenti riflessi: azioni che il corpo esegue in determinate circostanze in modo involontario, istintivo e rapido a seguito di un determinato stimolo. Un esempio per tutti è il riflesso di ritrarre la mano a seguito del contatto con una superficie eccessivamente calda. Questa capacità si distingue in semplice e complessa; la prima si ha quando lo stimolo è conosciuto, la seconda quando, invece, lo stimolo è sconosciuto e imprevedibile;
  • coordinazione oculo-manuale: interviene quando è necessario coordinare un movimento della mano con le informazioni fornite dalla vista, ad esempio quando si deve lanciare una palla a un compagno;
  • orientamento spazio-temporale: permette al corpo di organizzare le proprie azioni in base allo spazio e al tempo. Un esempio appropriato è il passaggio della palla a un compagno durante una partita a calcio, con successiva corsa per riceverla indietro e tirare in porta;
  • capacità di equilibrio: riferita sia all’equilibrio statico (come sollevare una gamba), che dinamico (andare in bicicletta), che di volo (quando il corpo non è in appoggio né a terra né su un attrezzo). È la capacità del soggetto di mantenere o recuperare una posizione stabile del corpo;
  • capacità ritmiche: permettono di rendere più armoniose le azioni cicliche quali correre, nuotare, pedalare e altre;
  • lateralizzazione: processo per il quale alcune parti simmetriche del corpo imparano a svolgere funzioni diverse ma complementari. L’esempio tipico è l’apertura di un vasetto; se la mano destra svita il coperchio, la sinistra tiene il vasetto fermo. Questa capacità non porta allo sviluppo di un arto piuttosto che dell’altro, poiché entrambi gli arti lavorano per svolgere funzioni diverse.

A cosa serve

La coordinazione motoria è una capacità molto importante perché rappresenta un prerequisito funzionale in grado di influenzare moltissimo il gesto sportivo; tuttavia, non essendo una capacità condizionale, non è responsabile della potenzialità fisica dell’atleta.

I bambini con disturbo della coordinazione motoria, infatti, riescono nel movimento, ma risultano impacciati, scoordinati e lenti ed hanno serie difficoltà nell’ideazione, nella programmazione o nell’esecuzione del movimento.

La coordinazione motoria, quindi, serve per:

  • eseguire movimenti precisi;
  • apprendere facilmente e velocemente nuovi movimenti;
  • adattare velocemente le precedenti esperienze motorie a nuove situazioni.

Quando si sviluppa

In genere le competenze motorie di base sono assimilabili a quelle di un adulto già intorno ai 7 anni di età, mentre fino ai 13 anni è considerato il periodo più favorevole per il miglioramento delle capacità coordinative.

Questo sono anche gli anni in cui arriva a compimento tutto un sistema complesso fatto di corpo, movimento e motricità; vista, udito, tatto, apparato vestibolare, sistema propriocettivo, cervello e muscoli lavorano insieme e producono in modo coordinato il movimento.

Per tenere monitorate le prassie e la coordinazione motoria del bambino nella quotidianità, si possono far eseguire, sia realmente che simulando il movimento, le seguenti azioni:

  • calciare una palla o scavalcare un ostacolo;
  • salutare, battere il cinque, indicare un aereo in cielo;
  • pettinarsi, aprire la porta con le chiavi, avvitare un barattolo;
  • bere, spegnere le candeline, fare le pernacchie.

Elemento importante per la corretta elaborazione degli stimoli sensoriali è la pratica dello sport. Questo, assieme al gioco all’aperto, contribuisce a perfezionare il controllo motorio e la coordinazione, andando a migliorare, direttamente ma inconsciamente;

  • la tenuta del tessuto muscolo-scheletrico e la postura;
  • le funzionalità endocrina e cardiovascolare;
  • la qualità del sonno;
  • i sensi;
  • l’autostima e l’emotività.

Per imparare a coordinare un nuovo gesto, anche in ambito sportivo, si può procedere come di seguito:

  1. osservare attentamente chi esegue il movimento;
  2. chiedere informazioni e indicazioni per la giusta riuscita del movimento;
  3. ripetere molte volte l’azione appresa;
  4. ripetere anche mentalmente per il consolidamento dei gesti complessi;
  5. ripetere lo stesso esercizio in situazioni variate.

In genere, le tappe per l’apprendimento motorio sono 3:

  1. coordinazione grezza; si impara il ritmo e la struttura del movimento;
  2. si migliora, raffina e automatizza il movimento, il quale tuttavia risulta ancora condizionato da alcune condizioni ambientali e psichiche, quali la fatica e le emozioni;
  3. abilità motoria; stabilizzazione del movimento, che non richiede più grande attenzione.

Esercizi per migliorare la coordinazione motoria

A differenza di altre forme di sollecitazione motoria, la coordinazione non può essere migliorata seguendo un metodo unilaterale, bensì vanno variati e combinati diversi metodi ed allenamenti, spazi, tempi di esecuzioni e stimoli.

Si va a lavorare principalmente sul raggiungimento di piccoli obiettivi alla volta, rinforzando soprattutto la motivazione e lo scopo del movimento, per migliorare così l’esecuzione del gesto.

Il prerequisito fondamentale per arrivare alla corretta esecuzione del gesto tecnico è la padronanza degli schemi motori di base, quali camminare, correre, strisciare, rotolarsi, tuffarsi e altri simili.

Durante lo svolgimento degli esercizi è opportuno far attenzione al carico di lavoro, che deve essere quello naturale, e al ritmo di esecuzione degli esercizi; questo deve permettere la corretta esecuzione. Infine, il recupero tra gli esercizi non è obbligatorio, ma va tenuto in considerazione qualora subentrassero stanchezza muscolare o organica.

Ecco di seguito alcune tipologie di esercizi da poter fare tranquillamente a casa, sia da soli che in squadra, sia con la supervisione di uno specialista.

Coordinazione ed equilibrio

Gli esercizi per migliorare la coordinazione e l’equilibrio sono numerosi. Ecco quali sono:

  • i giochi con la palla, sono versatili e si adattano ad ogni età. Consentono, in più, di perfezionare anche la mira e la rapidità del movimento;
  • i giochi di squadra, insegnano anche a rispettare spazi e tempi e a bilanciare le azioni fisiche in base al proprio ruolo;
  • le costruzioni, stimolano la coordinazione occhio-mano, permettono di associare azioni e movimenti a forme e spazi, e migliorano la capacità di affrontare piccoli ostacoli;
  • la musicoterapia, che si esplicita in attività quali balli di gruppo e karaoke, è indicata per il trattamento dei problemi di coordinazione gestuale e vocale, favorisce inoltre l’auto-percezione fisica e la capacità espressiva.

Coordinazione delle braccia

Ci sono esercizi che prevedono la combinazione di movimenti delle braccia, da eseguire in entrambi i sensi, per migliorare la coordinazione tra gli arti:

  • semi-circonduzioni delle braccia;
  • slanci alternati delle braccia sul piano sagittale;
  • circonduzioni simultanee delle braccia;
  • circonduzioni simultanee delle braccia in direzioni opposte.

Capacità di reazione

Gli esercizi che prevedono la camminata in varie andature con l’inserimento improvviso di ulteriori esercizi sviluppano la capacità di reazione:

  • camminare o correre liberamente nello spazio prestabilito cercando di non urtare compagni e attrezzi;
  • svolgere l’esercizio al punto sopra correndo lateralmente o all’indietro;
  • correre liberamente ed al segnale andare in massimo piegamento delle gambe, per poi riprendere la corsa;
  • eseguire l’esercizio al punto sopra sedendosi a terra o sdraiandosi in posizione supina al segnale.

Coordinazione oculo-manuale

Gli esercizi per sviluppare la coordinazione oculo-manuale possono essere svolti con una pallina da tennis, e sono:

  • lanciare la palla verso il muro riprendendola con la mano di lancio o con l’altra mano, variando le distanze di lancio;
  • eseguire lo stesso esercizio al punto sopra ma facendo rimbalzare la palla a terra prima di prenderla o a terra prima che tocchi il muro;
  • lanciare la palla verso il soffitto facendola arrivare il più vicino possibile a esso, senza toccarlo;
  • lanciare la palla su un bersaglio disegnato sul muro.

Capacità di ritmo

Esercizi utili a migliorare la capacità di ritmo sono:

  • muoversi liberamente in uno spazio delimitato utilizzando sempre lo stesso ritmo, anche in posizione quadrupedica o in leggera corsa;
  • corsa saltellata
  • corsa balzata;
  • corsa calciata dietro toccando le mani con i talloni;
  • corsa a ginocchia alte (skip);
  • camminare palleggiando con una pallina da tennis, o eseguendo un palleggio a terra ogni tre passi, anche in leggera corsa.

Circuito completo

Infine, ecco di seguito un piccolo circuito pensato ad hoc per migliorare la coordinazione motoria, da svolgere 2 o 3 volte alla settimana.

  • 8-10 saltelli su un piede verso dietro, da eseguire per ciascuna gamba;
  • andatura sia verso avanti che verso dietro a cosce semi-flesse su una riga, di lunghezza 2,5/3mt, tracciata al suolo;
  • camminare su 10-12 appoggi o mattoncini non perfettamente allineati;
  • saltelli tra 8-12 bastoncini o righe posti parallelamente al suolo;
  • vari movimenti di equilibrio per un totale di 20-30 sec., tra cui giri completi del corpo, oscillazione di una gamba sul piano sagittale, oscillazione di una gamba sul piano frontale;
  • camminare all’indietro su una riga tracciata al suolo lunga circa2,5/3 mt.

Dove ci trovi a Roma

Se stai cercando un centro specializzato in coordinazione motoria a Roma Nord, il centro FisiomediCal è il posto che fa per te.

FisiomediCal è un centro di medicina e riabilitazione dove un team di professionisti ti affiancherà durante il tuo percorso per migliorare la coordinazione motoria.

Sarà, inoltre, disponibile a dissipare ogni tuo dubbio e rispondere ad ogni tua domanda.

Vieni a conoscerci in Via Andrea Sacchi n.35, nel quartiere Flaminio, oppure chiama il Numero Verde 800.096690 per prenotare una visita.

Gli esercizi per prevenire e curare la sindrome della bandelletta ileotibiale

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Prevenire e curare la sindrome della bandelletta ileotibiale è possibile.

È possibile eseguire alcuni esercizi per evitare la manifestazione di questa sindrome, mentre in alcuni casi, dopo un’analisi accurata del medico, questi esercizi sono utili per evitare recidive.

Tutti gli esercizi devono essere svolti in maniera corretta, facendo attenzione all’esecuzione del gesto ed accertarsi che questo avvenga senza sforzi.

Inoltre, durante le prime esecuzioni, è utile farsi seguire da un fisioterapista o da un medico specializzato in medicina dello sport.

Importante è, infine, non allenarsi mai sul dolore poiché si rischia di peggiorare lo stato infiammatorio.

Gli esercizi per prevenire la sindrome della bandelletta ileotibiale

Gli esercizi utili a prevenire la sindrome della bandelletta ileotibiale servono sia a ridurre la tensione muscolare, sia a migliorare la flessibilità e rinforzare i muscoli stabilizzatori; pertanto questi esercizi saranno principalmente di rinforzo della muscolatura del core, tecniche di releasing miofasciale e stretching.

Questi possono essere eseguiti, oltre che per prevenire il dolore, anche per agevolare il recupero, nel caso in cui si abbia già sofferto di questa sindrome.

Poiché sono esercizi utili a prevenire la sindrome della bandelletta ileotibiale, bisogna inserirli nella routine di allenamento, e non iniziare a praticarli solo una volta che iniziano a comparire i primi sintomi di infiammazione.

Esercizi per il rilassamento muscolare

Sono esercizi che servono a ridurre la tensione muscolare.

Massaggio con la pallina

Innanzitutto, sedersi e formare con il ginocchio un angolo di 90 gradi, piegandolo.

Posizionare, quindi, la pallina da massaggio sotto la coscia, nel punto in cui questa è più tesa, ed eseguire dei movimenti a forma di stella aumentando gradualmente la pressione.

Dopo un po’ la zona risulta essere più rilassata.

Lateral quad roll

In questo esercizio si lavora su un lato.

Posiziona, dunque, un foam roller sotto la gamba ed incrocia la gamba che si trova sopra, come illustrato.

A questo punto, far scivolare il foam roller dal ginocchio alle anche, evitando però la zona dei tendini e legamenti.

Ripetere l’esercizio per 60-90 secondi per lato.

Esercizi di stretching

Sono esercizi che migliorano la flessibilità ed aiutano a mantenere una corretta lunghezza dei muscoli. Si tratta per lo più di esercizi di stretching statico.

Supine scorpion

Da posizione supina (a pancia in su), piegare un ginocchio e, ruotando il busto, appoggiarlo a terra, anche aiutandosi con la mano.

Il braccio corrispondente alla gamba piegata deve essere allungato. In questo modo si avvertirà l’allungamento della coscia.

Ripetere l’esercizio per entrambi i lati, 60-90 secondi per lato.

La versione avanzata del supine scorpion è quella per la quale il ginocchio non va piegato, ma rimane disteso, come nell’illustrazione di seguito.

Allungamento degli adduttori

Da posizione eretta con le gambe divaricate, portare il carico su una gamba mandando in allungamento l’adduttore opposto.

In questo esercizio, il ginocchio piegato non dovrà mai superare la punta del piede in avanti per non rischiare problemi all’articolazione, inoltre, se si varia la posizione del tronco da flessa (nell’illustrazione) a più estesa, la muscolatura interessata all’adduzione si allungherà maggiormente.

Ripetere l’esercizio per 2 serie da 30 secondi, per entrambi i lati.

Allungamento del gastrocnemio

In posizione eretta di fronte ad un muro e appoggiato ad esso con le mani, posizionare i piedi come nell’illustrazione:

  • uno più vicino al muro e con il ginocchio piegato:
  • l’altro più distante dal muro e con il ginocchio disteso.

Da questa posizione portare avanti il bacino; l’esercizio permetterà una flessione dorsale passiva della caviglia portando all’allungamento del gastrocnemio.

L’esercizio dovrà essere ripetersi per 2 serie da 30 secondi, per entrambe le gambe.

Allungamento del quadricipite

Da posizione eretta, afferrare da dietro, con una mano, la gamba corrispondente e mantenere la posizione per 30 secondi; si avvertirà l’allungamento del quadricipite.

L’altro braccio servirà per l’equilibrio e potrà essere tenuto disteso perpendicolare al corpo, o appoggiato a un qualsiasi piano.

Per svolgere questo esercizio è bene far attenzione a due fattori:

  • le due ginocchia devono essere vicine tra loro;
  • più il bacino sarà retro-verso, più manderà in tensione i flessori dell’anca.

Ripetere l’esercizio per 2 serie in entrambe le gambe, per un totale di 4 serie.

Allungamento del bicipite femorale

Fondamentale in questo esercizio è il rilassamento poiché, se c’è contrazione, l’esercizio non riesce.

Procurarsi un rialzo e duna volta messo il piede con la punta verso l’alto su di esso, ruotare il tronco verso la gamba flessa, come nell’illustrazione.

Per cambiare il livello di tensione sarà necessario variare la posizione del piede di appoggio: più esso è intra-ruotato, più si manderà in tensione il bicipite femorale.

L’esercizio va ripetuto per 2 serie da 30 secondi per lato.

Allungamento ileo-psoas

Appoggiare a terra un piede e il ginocchio opposto e allungare in alto il braccio corrispondente a quest’ultimo.

Da questa posizione mandare in retroversione il bacino, facilitando l’allungamento in estensione dell’anca.

Bisogna fare attenzione, però, a non superare la punta del piede con il ginocchio flesso e a non piegare il busto in avanti; la schiena deve rimanere dritta per tutta la durata dell’esercizio.

Il tutto va ripetuto per 2 serie da 30 secondi l’una, in entrambe le gambe.

Esercizi di performance

Sono esercizi utili per l’aumento della stabilità.

Mezzo squat isometrico

Appoggiare la schiena contro una parete, allineare le ginocchia alle caviglie e far attenzione a che le prime non sporgano in avanti rispetto alle seconde.

Da questa posizione, scendere lentamente con il busto lungo la parete, come se ci si dovesse sedere su una sedia; i muscoli coinvolti sono quadricipiti.

Mantenere la posizione per circa 20 secondi.

Cat & camel

Da una posizione di quadrupedia, in cui le mani sono allineate sotto le spalle e le ginocchia sotto le anche, inspirare ed espirare prestando attenzione a due particolari movimenti:

  • eseguire un arco con la schiena, simile a un gatto, durante l’inspirazione;
  • inarcare la schiena e guardare avanti, l’opposto del primo movimento, durante l’espirazione.

Single leg squat front and back

In piedi su una gamba, mettere il peso su quella gamba, distendere l’altra in avanti ed abbassarsi con il corpo verso il suolo (prima illustrazione)

A questo punto fare uno squat, mantenere la posizione per qualche secondo per poi tornare alla posizione iniziale.

Ripetere lo stesso esercizio, questa volta con la gamba distesa all’indietro (seconda illustrazione).

Eseguire il tutto per 3 serie da 10 ripetizioni.

Plank

Da posizione prona, con i piedi uniti e le braccia lungo i fianchi, posizionare i gomiti sotto le spalle con gli avambracci paralleli tra loro.

Da qui, fare forza sulle braccia e sulle punte dei piedi per sollevare il corpo e mantieni la posizione per circa 20 secondi.

È necessario fare molta attenzione alla posizione del corpo per non farsi male:

  • caviglie, anca e spalle devono essere allineate;
  • la schiena non deve essere inarcata.

Nel caso in cui i punti suddetti si verificano a causa di uno sforzo eccessivo, è possibile eseguire lo stesso esercizio con le ginocchia a terra.

Flessione della coscia

Dalla stazione eretta, sollevare in avanti una gamba cercando di farla arrivare parallela al pavimento e perpendicolare al proprio corpo.

Mantenere la tensione e ripetere l’esercizio per entrambe le gambe.

Durante lo svolgimento dell’esercizio il corpo deve rimanere perfettamente dritto; se si ha difficoltà in questo, ci si può appoggiare anche ad un muro, facendo attenzione a mantenere la caviglia, il bacino e le spalle ben aderenti ad esso.

Single leg bridge with resistance

Da posizione supina, piegare le ginocchia ed allargare leggermente le gambe, sollevando di poco i fianchi da terra.

A questo punto, mettere il peso sulla gamba sinistra e portare il ginocchio destro verso il petto facendo in po’ di resistenza. Riportare, quindi, in basso il bacino e successivamente di nuovo in alto.

Ripetere per ogni lato per 3 serie da 10.

Gli esercizi per curare la sindrome della bandelletta ileotibiale

Al comparire dei primi dolori da sindrome della bandelletta ileotibiale, si deve sentire subito il parere di un medico specializzato o fisioterapista, il quale potrà indicare un allenamento terapeutico fatto su misura; nella maggior parte dei casi, infatti, seguire un protocollo standard non darà i risultati voluti.

È obbligatorio, in ogni caso, eseguire gli esercizi in maniera perfetta e solo una volta passata la fase acuta della sindrome; durante questa fase, inoltre, è altamente sconsigliato l’utilizzo di un foam roller direttamente sulla bandelletta perché potrebbe peggiorare lo stato infiammatorio.

Di seguito gli esercizi da svolgere per curare la sindrome della bandelletta che, come appena detto, dovranno essere personalizzati dopo la consultazione di uno specialista.

Ponte glutei

In posizione supina, portare i talloni vicino ai glutei e distanziare di pochi centimetri le ginocchia e le piante dei piedi; le braccia sono aperte e i palmi delle mani aderiscono al pavimento.

A questo punto, spingendo con i talloni al suolo, sollevare il bacino e tenere questa posizione per qualche secondo per poi tornare delicatamente alla posizione di partenza.

Clam shells with loop band

Disteso su un lato, posizionare una fascia elastica, specifica per gli esercizi di rinforzo muscolare, tra le ginocchia, leggermente piegate, e le cosce.

Il braccio che sta a terra dovrà essere allungato come il corpo, mentre l’altro può essere utilizzato per stabilizzare il corpo al suolo.

A questo punto aprire e chiudere le ginocchia in maniera controllata; i muscoli dei fianchi e del core si attiveranno.

Se si stanno eseguendo da poco questi tipi di esercizi, è consigliato sfruttare solo la forza di gravità, evitando l’utilizzo di elastici.

Ripetere l’esercizio per 3 serie da 10 per lato.

Questo tipo di esercizio è utile anche in fase di prevenzione della sindrome della bandelletta ileotibiale.

Posizione della sfinge

Da posizione prona, con punte dei piedi unite e le braccia lungo i fianchi, posizionare i gomiti sotto le spalle facendo attenzione a che gli avambracci siano paralleli tra loro.

Spingere, poi, il petto in fuori fra le braccia e contemporaneamente abbassare le spalle e unire le scapole dietro.

Il bacino va spinto leggermente a terra.

Mantenere la posizione per circa 20 secondi.

Pidgeon pose


Come nell’illustrazione, un ginocchio è appoggiato a terra tra le mani, mentre l’altra gamba è distesa all’indietro.

Nel caso in cui si dovesse avvertire troppa pressione sul polpaccio è necessario aprire leggermente la coscia della gamba piegata.

La schiena, inoltre, dovrà essere dritta e distesa.

La durata dell’esercizio è di 60-90 secondi, per lato.

Nella versione avanzata, le braccia scivolano in avanti, portando il corpo in avanti verso il suolo.

L’esercizio pidgeon pose è utile anche per la prevenzione della sindrome.

Foam roller

Utilizzare un foam roller per eseguire un automassaggio per il rilassamento della muscolatura interessata.

Fare molta attenzione alla pressione esercitata, poiché potrebbe peggiorare l’infiammazione.

Inoltre, è obbligatorio evitare l’utilizzo di questo attrezzo durante la fase acuta.

Dove trovare un centro specializzato a Roma Nord

Stai cercando un centro specializzato nella sindrome della bandelletta ileotibiale a Roma Nord?

Il centro medico riabilitativo FisiomediCal, sito in zona Flaminio, è il posto giusto.

Qui uno staff composto da oltre 20 specialisti saprà guidarti nella riabilitazione della sindrome della fascetta ileotibiale.

Il centro, inoltre, è specializzato in ginnastica posturale ed è dotato di una palestra di circa 60 mq, attrezzata per eseguire esercizi di stretching o di ginnastica dolce.

Cos’è il dolore sacro iliaco

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Il dolore sacro iliaco è un dolore nella parte bassa della schiena, all’altezza del bacino, che incrementa con il movimento, la palpazione, il fare attività in cui si flette anche leggermente la colonna vertebrale, o il mantenimento di una posizione seduta per troppo tempo.

Questo dolore deriva dalla sacroileite, una condizione comune a molte persone che causa circa il 25-30% dei casi di mal di schiena nella parte lombare della colonna vertebrale.

Nonostante si tratti di un dolore ben localizzabile e facilmente riconoscibile, a volte viene confuso con altre problematiche come l’ernia al disco o alla discopatia lombare.

La sacroileite è l’infiammazione di una (unilaterale) o entrambe (bilaterale) le articolazioni sacro-iliache, o del bacino.

L’articolazione colpita da questa infiammazione, come si può intuire, è l’articolazione sacro-iliaca, ovvero il punto di contatto tra il bacino, attraverso le due ossa iliache, e la colonna vertebrale, attraverso l’osso sacro.

Questo complesso si manifesta più come un incastro che come un’articolazione, tanto che i movimenti che è in grado di effettuare sono molto limitati.

La funzione dell’articolazione sacro-iliaca è quella di ammortizzare e distribuire il peso della colonna vertebrale verso gli arti inferiori, per questo motivo è sottoposta continuamente a enormi sollecitazioni.

La sacroileite può essere:

  • acuta, forte ed insorta da poco;
  • cronica, non fortissima ma presente in maniera continuativa.

Sintomi

Il sintomo principale della sacroileite è un dolore riferito alla zona lombare della bassa schiena e natiche, e può colpire:

  • direttamente l’articolazione;
  • i glutei;
  • l’inguine;
  • anteriormente o posteriormente la coscia;

senza però giungere fino al piede, come potrebbe fare una sciatalgia.

Il motivo per cui il dolore di questa infiammazione si irradi così tanto non è ancora chiaro, ed è la principale motivazione che porta molto spesso ad attribuire il colore a cause più comuni come discopatia o altre.

L’intensità del dolore dipende dallo stadio dell’infiammazione in cui ci troviamo:

  • negli stadi iniziali il dolore si presenta principalmente alla palpazione, in posizione seduta, in posizione eretta continua o se si eseguono movimenti sotto alto carico;
  • negli stadi avanzati il dolore si avverte anche stando sdraiati o durante le normali attività quotidiane, come il camminare o chinarsi per lavarsi i denti.

Oltre al dolore, un altro sintomo percepibile in particolari condizioni infiammatorie, è il calore e rossore nella parte dolente.

Altro segno classico che caratterizza i pazienti affetti da sacroileite è la rigidità dei movimenti; in questo caso i movimenti del tratto lombare e di tutta la colonna sono difficoltosi e macchinosi.

Ci sono infine delle azioni o dei comportamenti che peggiorano lo stato doloroso. Questi sono:

  • eseguire falcate durante la camminata o la corsa;
  • salire le scale;
  • saltare;
  • ruotarsi nel letto;
  • stare tante ore in piedi;
  • passare tante ore seduti, soprattutto su sedute scomode;
  • tenere una postura scorretta;
  • sostenere il peso del corpo in maniera disequilibrata, tipo stando più su una gamba che sull’altra.

Cause

Le cause di una sacroileite sono molteplici, tanto da parlarne in termini di “eziologia (causa) multifattoriale”, e diverse da persona a persona.

In generale, però, possiamo raggruppare i motivi in tre grandi gruppi:

  • meccanici;
  • riflessi dai visceri;
  • legati ad altre patologie.

Motivi meccanici

I motivi meccanici sono tra le cause più comuni e più semplici da gestire ed individuare, e sono legati al malfunzionamento dei muscoli, creando iper-sollecitazione all’articolazione.

È il caso dei trigger point; alcune fibre di alcuni muscoli vanno in disfunzione per una serie di fattori, quali sovraccarico, posture alterate o altri generando, a livello biochimico, una serie di alterazioni con deposizione di sostanze infiammatorie. Questo, però, si presenta come una semplice contrattura che genera dolore.

Un altro esempio di causa meccanica è sicuramente una lesione traumatica, ovvero un impatto improvviso come una caduta o un incidente stradale, che può danneggiare l’articolazione sacro-iliaca; in alternativa i motivi possono essere anche ernia del disco, fratture ossee, patologie dell’anca e stress.

Ancora, l’applicazione di forze elevate o l’assunzione di posture scorrette possono agevolare la manifestazione di questa infiammazione.

La gravidanza è un ulteriore motivo che potrebbe portare a sacroileite: il peso aggiuntivo e l’andatura alterata può, infatti, causare ulteriore stress sull’articolazione in questione e portare così a un’usura anomala.

Cause reumatologiche

In questo caso la sacroileite è il sintomo tipico di alcune malattie reumatologiche, come;

Riflessi dai visceri

Questa tipologia di causa non è frequentissima e deriva dal riflesso di problemi viscerali, ovvero problemi legati principalmente a intestino e ovaio.

In rari casi, la sacroileite può verificarsi anche a seguito di infezioni, come può essere l’infezione delle vie urinarie.

 

Ci sono, infine, dei fattori che aumentano la probabilità di infiammazione all’articolazione sacro-iliaca. Questi sono:

  • storia di infezioni articolari o cutanee;
  • lesioni o traumi alla colonna vertebrale, bacino o glutei;
  • endocardite;
  • consumo di droghe illecite per iniezione.

Rimedi e cure

La sacroileite deve essere trattata in un centro di fisioterapia dove lo specialista darà al paziente tutte le indicazioni e informazioni necessarie per agevolare il miglioramento clinico.

Il trattamento della sacroileite può essere di due tipi:

  • conservativo;
  • invasivo.

Trattamento conservativo

Prima di prendere in considerazione la chirurgia, è sempre meglio affidarsi alle terapie conservative.

Queste sono:

  • terapie manuali, servono per ripristinare eventuali disfunzioni di movimento dell’articolazione sacro-iliaca e del tratto lombo-sacrale e lombare;
  • esercizi muscolari, ad hoc per allungare i muscoli retratti;
  • terapie fisiche, le quali danno uno stimolo biologico in più rispetto alla stimolazione manuale.

Le terapie manuali devono essere svolte da un medico o da un fisioterapista. Questa tipologia può essere svolta in due modi:

  • mediante mobilizzazione: l’articolazione interessata viene tesa durante la fisioterapia con lo scopo di migliorare la mobilità;
  • mediante manipolazione: il medico scioglie il blocco applicando brevemente una forza sull’articolazione interessata.

L’esercizio fisico è una componente essenziale e deve essere svolto anche se ciò risulta doloroso; nella maggior parte dei casi, questo coincide con la fisioterapia.

Mediante l’esecuzione di esercizi specifici e mirati, si ottiene una stabilizzazione e uno scarico dell’articolazione sacro-iliaca.

I mezzi fisici più utilizzati, invece, sono:

Ulteriori attività utili a curare la sindrome sacroiliaca sono i trattamenti a caldo come bagni, impacchi, pezze calde o lampade a infrarossi.

Il medico può, inoltre, predisporre una cosiddetta terapia infiltrativa, durante la quale vengono iniettati farmaci anestetizzanti, antinfiammatori e antidolorifici, quali il cortisone.

Infine, in alcuni casi, può essere di aiuto l’applicazione di ghiaccio sulla zona della schiena dolente per almeno due volte al giorno, oltre all’adozione di una postura, durante il sonno, che produca sollievo nella zona inferiore della colonna.

Trattamento invasivo

Il trattamento invasivo deve essere preso in considerazione solo a seguito di un fallimento della terapia conservativa.

Esistono diverse tecniche invasive alle quali ricorrere per una sacroileite, le più comuni sono:

  • la denervazione, ovvero lo “spegnimento” delle vie nervose che producono dolore;
  • la stimolazione elettrica, cioè l’impianto di uno stimolatore elettrico in corrispondenza dell’osso sacro che crea un effetto antalgico;

In rari e particolari casi si ricorre alla chirurgia, ma questa è altamente sconsigliata poiché si tratta di un’operazione complessa che comporta un’alterazione dei meccanismi biomeccanici articolari della zona lombosacrale e delle articolazioni del bacino.

L’intervento chirurgico, in questo caso, consiste nel bloccare l’articolazione e si basa sul fatto che, abolendo il movimento dell’articolazione, di conseguenza scompare anche il dolore che ne deriva.

Recentemente l’intervento può essere eseguito anche con tecnica mini-invasiva che consiste nel posizionare tre barrette di titanio, attraverso l’articolazione stessa, con delle sole mini-incisioni.

Prevenzione

Non sempre è possibile prevenire una sacroileite.

In alcuni casi non è in nostro potere evitare il problema; questo dipende dalla causa che scatena l’infiammazione.

Nei casi, ad esempio, di malattie quali artrosi, lupus o psoriasi, o infezioni, l’unico modo per prevenire la sacroileite è attivarsi per prevenire le appena citate problematiche, o curarle.

Una situazione simile di impotenza l’abbiamo in gravidanza.

Anche sulla sacroileite derivante da trauma non possiamo agire con degli interventi preventivi specifici poiché l’unica maniera per evitare tale problema è lo stare attenti a non subire traumi.

È possibile però andare ad agire su altri fattori che possono portare al rischio di infiammazione, come l’assumere una postura corretta durante la giornata, soprattutto se si passa tanto tempo su una seduta, e il cercare di tenere il peso del corpo il più bilanciato possibile, evitando, quindi, di appoggiarsi troppo su una gamba piuttosto che su un’altra.

A chi rivolgersi

Se si sospetta di avere una sacroileite è molto importante rivolgersi al medico di base in modo da diagnosticare la problematica ed escludere altre patologie che possono confondersi con questa infiammazione.

Il medico effettuerà un primo approccio alla condizione per poi indirizzare il paziente verso un fisioterapista specializzato, il quale sarà incaricato di curare la sacroileite.

Il medico può avvalersi di ulteriori esami e test per eseguire una diagnosi corretta; uno dei test più importanti è la cosiddetta “Batteria di Laslett”, ovvero una batteria di test che va a stressare l’articolazione sacroiliaca per capire se effettivamente ci troviamo di fronte a una infiammazione di questa o se è necessario seguire altre ipotesi.

Altri esami utili e necessari a confermare la diagnosi di sacroileite sono quelli radiografici o anche esami del sangue, comprensivi di indici che permettono di identificare la presenza di una malattia reumatica.

L’esame di massima affidabilità, però, è l’infiltrazione di anestetico direttamente nell’articolazione sacro-iliaca; la sparizione dei sintomi indica che la provenienza del problema sta nella sacroileite.

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Cos’è la sindrome della bandelletta ileotibiale

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La sindrome della bandelletta ileotibiale è una problematica che si verifica a seguito di un sovraccarico della componente tendinea del tensore della fascia lata, ovvero del muscolo della parte laterale della coscia.

La bandelletta ileotibiale (ITB) è un tendine, una banda densa e fibrosa che origina dall’osso pelvico, continua lungo la parte esterna della gamba e si avvicina all’articolazione del ginocchio, fino ad arrivare alla parte laterale-superiore della tibia; lo scopo principale è di rendere stabile la componente antero-laterale del ginocchio.

Questa sindrome è conosciuta, informalmente, come “ginocchio del corridore”, ed è una delle più comuni tra podisti (ne colpisce circa il 12%); colpisce però anche runner e ciclisti e non è infrequente nemmeno tra calciatori, cestisti e pallavolisti, ovvero coloro che praticano sport da campo caratterizzati da frequenti movimenti di arresto.

Nel caso del ciclismo, la patologia in questione non è specifica di questa pratica sportiva, ma può presentarsi a seguito di fattori che costringono il ginocchio a lavorare in maniera anomala, generando ripercussioni sul movimento della pedalata.

Ulteriore categoria a rischio sono coloro che iniziano l’attività fisica in maniera non graduale, impedendo ai propri tessuti e al proprio corpo di adattarsi agli stimoli meccanici legati all’azione muscolare durante l’attività sportiva.

Sintomi

I sintomi della sindrome della bandelletta ileotibiale si presentano di solito in due fasi:

  • la fase acuta;
  • la fase cronica.

Inizialmente ci troviamo nella fase acuta.

Qui il primo sintomo è un forte dolore percepito nella porzione distale tra la banda ileotibiale ed il condilio femorale laterale, unito a bruciore ed impotenza funzionale.

Il dolore, di norma si manifesta in maniera continua e non acuta, tendendo ad aumentare nel momento in cui si piega il ginocchio. Il dolore

  • può essere localizzato all’esterno del ginocchio;
  • può scendere e colpire anche il polpaccio;
  • può salire fino alla parte esterna della coscia, includendo, a volte, anche l’anca.

Inizialmente più che di dolore, si parla di fastidio, non invalidante, che compare durante l’allenamento. Una volta terminato, scompare anche il dolore. Tuttavia, una volta che l’atleta inizia nuovamente la pratica sportiva, questo fastidio ritorna, fino al momento in cui lo si avverte anche durante lo svolgimento di attività non sportive.

Durante l’allenamento, inoltre, il dolore peggiora con la corsa in discesa o dopo che il piede entra in contatto con la superficie del terreno.

Si entra nella fase cronica, invece, quando il dolore si manifesta anche alla palpazione de comparto esterno del ginocchio, entrando così nella fase terminale dell’evoluzione della patologia.

Essendo questo lo stadio più grave, è assolutamente consigliato fare tutto il possibile per diagnosticare in tempo la sindrome e curarla durante la fase acuta, fase in cui possono insorgere meno complicazioni.

Cause

Questa sindrome si sviluppa a causa di una notevole frizione tra le componenti anatomiche implicate in questa patologia.

Durante la flessione o estensione superiore ai 30° del ginocchio, la bandelletta si sposta posteriormente, nel primo caso, e anteriormente, nel secondo caso, rispetto al condilio laterale; in casi di normalità la frizione è ridotta, nel nostro caso, invece, la frizione è notevole e provoca una risposta di tipo infiammatorio.

Le cause della sindrome della bandelletta ileotibiale, quindi, possono essere molteplici.

Tra i fattori anatomici spicca:

Tra i fattori sportivi, invece, abbiamo:

  • utilizzo di scarpe esageratamente ammortizzate, fonte di instabilità;
  • ripetitività del gesto che crea un sovraccarico da scorrimento;
  • ripetuti microtraumi dovuti ad attività sportiva che scatenano il processo infiammatorio;
  • repentini aumenti di carico negli esercizi di potenziamento, chilometraggio e ritmo di corsa.

Nel ciclismo, invece, durante la pedalata, di solito viene effettuata una flesso-estensione ritmica del ginocchio con carichi di lavoro variabili; qui entra in gioco la bandelletta che conferisce stabilità al ginocchio assicurando il mantenimento dei fisiologici rapporti tra femore, rotula e ossa della gamba.

Nel caso di anomalie biomeccanche, al contrario, si genera una frizione tra bandelletta e condilio laterale del femore, generando ripercussioni anche sul movimento della pedalata.

Tutto ciò avviene, in questa specifica pratica sportiva, a causa di:

  • altezza o arretramento eccessivo della sella, il ginocchio lavora in estensione maggiore aumentando il tempo di frizione tra i tessuti;
  • tacchette ruotate all’interno, che generano un’intrarotazione eccessiva della tibia mettendo in tensione la bandelletta;
  • movimenti laterali errati del ginocchio durante la pedalata;
  • pratica parallela di altri sport.

Diagnosi

Diagnosticare la sindrome della bandelletta ileotibiale non è semplice, poiché essa può essere confusa con una patologia meniscale, con una tendinite distale del bicipite femorale, gonartrosi laterale, esiti della ricostruzione del legamento crociato anteriore ed altre problematiche.

È proprio dall’esclusione di tutte queste patologie che si riconosce l’infiammazione della bandelletta ileotibiale; per questo motivo sono necessarie un esame clinico ben eseguito e un’anamnesi accurata per identificare correttamente la patologia.

La diagnosi, dunque, si basa sull’esame obiettivo che mette in evidenza dolori alla pressopalpazione nella zona del seno tarsiale.

Per avere maggiore certezza riguardo la diagnosi, può essere richiesto dal medico anche un esame radiografico o ecografico.

Raramente si richiede una risonanza magnetica nucleare la quale, oltre a escludere un problema di menisco, permette l’esclusione anche di una calcificazione a livello della borsa di scorrimento o una fibrotizzazione o rigonfiamento della stessa.

Rimedi

Il trattamento iniziale della sindrome della bandelletta ileotibiale è sempre conservativo e varia in base al livello di gravità della patologia e dalla tipologia del paziente.

Di massima il trattamento prevede, nella fase acuta, in cui la cura è più agevole:

  • utilizzo del ghiaccio per 20 minuti, alternato ad altrettanti minuti senza ghiaccio;
  • assunzione di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS).

Mentre nella fase cronica, dove la guarigione è più lenta:

  • diminuzione dei carichi di allenamento;
  • sottoporsi a massaggio trasverso prodotto e decontratturante sulla fascia lata per agire direttamente sulla bandelletta;
  • praticare stretching, anche dei muscoli adduttori, per correggere, fin dove possibile, eventuali disequilibri che aumentano le tensioni esterne.

Da evitare, in presenza di questa patologia è, invece, l’esecuzione di squat durante il sollevamento pesi e l’allungamento della muscolatura laterale, perché potrebbe aumentare la sollecitazione della bandelletta ed aumentarne l’infiammazione.

Di grande aiuto sono anche le terapie fisiche e manuali, come:

In alcuni casi è bene prendere in considerazione anche alcune opzioni metodiche riabilitative come ad esempio la rieducazione posturale, per correggere la postura e il bilanciamento del peso del corpo sulle gambe.

Il trattamento chirurgico va preso in considerazione solo in casi selezionati che resistono alla terapia conservativa.

Per ciò che concerne la ripresa dell’attività sportiva, questa deve avvenire in maniera graduale dopo quasi un mese di stop, prestando attenzione a molteplici fattori come

  • il tipo di terreno su cui si corre, che non deve essere sconnesso o caratterizzato da repentini cambi tra salite e discese;
  • la tipologia di scarpe e tacchette nel caso del ciclismo;
  • la tecnica di corsa e di pedalata.

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Prevenzione

Prevenire la Sindrome ileotibiale non è facile.

Nel caso di soggetti che svolgono l’attività sportiva da poco, è consigliato:

  • non sottoporsi a sessioni di allenamento troppo intense;
  • evitare di aumentare la distanza percorsa e la velocità in maniera brusca e improvvisa;
  • non correre su sentieri accidentali o con pendenze troppo elevate.

In linea di massima, invece, tra chi svolge già attività fisica, la prevenzione di questa infiammazione è possibile attraverso:

  • l’utilizzo di scarpe adeguate e non usurate. Dopo circa 300 miglia, una scarpa da corsa perde il 50% circa della sua capacità di assorbimento degli urti;
  • il rinforzo degli abduttori dell’anca;
  • l’aumento della distanza e del ritmo in modo misurato. Le tirature più lunghe dovrebbero essere fatte a un ritmo più lento rispetto alle tirature più brevi;
  • fare attenzione ai terreni su cui si corre. Evitare quindi superfici in calcestruzzo o curvate;
  • utilizzare una tecnica corretta di corsa ed evitare così l’eccessivo dondolamento delle anche.

Nel ciclismo, invece, si previene la sindrome della bandelletta ileotibiale facendo attenzione

  • alla regolazione della sella;
  • all’utilizzo di tacchette sulla base di caratteristiche individuali;
  • al controllo dei movimenti laterali del ginocchio; in questo caso è utile anche potenziare i muscoli delle gambe.

A chi rivolgersi

Se si sospetta una infiammazione alla bandelletta ileotibiale si deve contattare subito il proprio medico di fiducia per evitare di entrare nella fase cronica dell’infiammazione. Sarà proprio il medico di fiducia, in un secondo momento, ad indirizzarci verso lo specialista più adatto a noi.

In alternativa ci si può rivolgere a un dottore specialista in medicina sportiva, poiché questa sindrome si scatena generalmente a causa di pratiche sportive errate.

Inoltre, ci si può rivolgere anche a un ortopedico, in grado di diagnosticare problemi congeniti o funzionali del sistema muscolo-scheletrico derivanti da infezioni, traumi sportivi, problematiche legate alle articolazioni ed altro.

Infine, durante la riabilitazione, fase importantissima per una completa guarigione e per un ritorno all’attività fisica precedente, ci si deve affidare a un fisioterapista; sarà lui a consigliarci gli esercizi da svolgere e a seguirci per tutto il percorso riabilitativo.

Perché scegliere gli specialisti di Studio FisiomediCal a Roma

Se stai cercando degli specialisti sulla sindrome della bandelletta ileotibiale, affidati allo studio FisiomediCal.

Qui, un team di oltre 20 specialisti, ortopedici e fisioterapisti collaborano in stretta sinergia per la presa in carico globale del paziente, accompagnandolo dalla prima visita alla guarigione completa.

Lo studio FisiomediCal si trova in Via Andrea Sacchi 35, a Roma Nord, in zona Flaminio

braccio intorpidito

Cosa si intende per braccio intorpidito

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Quando si parla di braccio intorpidito ci riferiamo ad una condizione che provoca sempre una certa preoccupazione nei soggetti che lo accusano.

Giova certamente fare una distinzione, ossia se l’arto interessato è quello superiore sinistro piuttosto che quello superiore destro.

L’intorpidimento al braccio sinistro può manifestarsi con diversi caratteri, quali formicolio, indolenzimento o perdita della sensibilità.

Per quanto riguarda l’intorpidimento al braccio destro esso si presenta come una sensazione di torpore con una conseguente perdita della sensibilità dell’arto.

Questa manifestazione risulta principalmente da traumi, problemi posturali ed eccessivo utilizzo del braccio, come nel caso dell’esecuzione di attività ripetitive durante il giorno.

Sintomi

Non risulta propriamente corretto parlare di “sintomi” del braccio intorpidito, in quanto esso stesso viene considerato un sintomo riconducibile all’insorgere di altre patologie quali ad esempio:

  • artrite reumatoide;
  • artrosi cervicale;
  • epicondilite;
  • ernia del disco;
  • sclerosi multipla;
  • sindrome del tunnel carpale;
  • sindrome dello stretto toracico;
  • attacchi di panico.

Ciò non deve affatto spaventare, perché nella maggior parte dei casi l’intorpidimento dell’arto risulta essere un disturbo occasionale dettato da una semplice problematica posturale.

Cause

Per quanto riguarda l’intorpidimento del braccio sinistro esso può essere causato da un’ampia varietà di condizioni:

  • eccessivi sforzi a cui l’arto interessato è stato sottoposto;
  • ripetute sollecitazioni durante l’arco della giornata;
  • l’assunzione ripetuta di una posizione scorretta;
  • difetti posturali;
  • traumi derivanti da fratture o lussazioni.

L’intorpidimento del braccio destro condivide le stesse cause di quello sinistro con l’aggiunta dell’eccessivo utilizzo dell’arto in generale.

Fra le cause comuni ad entrambi gli arti troviamo quelle che derivano direttamente da patologie che originano della spalla (periartrite scapolo-omerale) e dal gomito (borsite, gomito del tennista).

C’è la possibilità che questi dolori possano derivare anche da problemi cardiovascolari e neuropatie centrali o periferiche.

Dato l’ampio spettro di cause qui sopra presentate è sempre consigliabile una visita specialistica al fine di inquadrare al meglio la propria problematica e, soprattutto, in maniera più specifica.

Giova ricordare che una delle cause che maggiormente distingue l’intorpidimento del braccio sinistro da quello dell’arto destro è che il primo si può ricondurre a principi di problematiche cardiache.

Ciò non vuol dire affatto che esso sia da associare “sempre” a determinate problematiche, anche in virtù del fatto che, se c’è un infarto del miocardio in atto, il sintomo assume delle specifiche caratteristiche che lo rendono molto più riconoscibile.

Rimedi

braccio intorpidito2

Poichè quando si parla di braccio intorpidito non parliamo di una vera e propria patologia, ma di un sintomo, il trattamento deve necessariamente derivare dalla risoluzione della causa che lo ha determinato.

Quando invece il disturbo risulta essere associato ad un’errata postura, piuttosto che ad un forzato utilizzo dell’arto, sarà sufficiente assumere una posizione differente, o agitare la parte interessata, ed esso cesserà nel giro di breve tempo.

A chi rivolgersi

Quando l’intorpidimento al braccio si presenta in maniera periodica e sfocia in dolori più o meno acuti è altamente consigliabile recarsi in una clinica, o al pronto soccorso più vicini, piuttosto che consultare il proprio medico, in maniera tale da poter essere indirizzati da uno specialista.

L’intorpidimento, se seguito da dolore, potrebbe anche essere sintomo di una frattura o di una lesione, soprattutto se questo dolore viene provato solo assumendo una determinata posizione.

In tal caso si consiglia di non effettuare sforzi ripetuti dell’arto interessato e recarsi presso la clinica o la struttura ospedaliera più vicina

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Se si è in presenza di un intorpidimento occasionale allora la situazione non deve destare eccessiva preoccupazione, soprattutto se l’origine è riconducibile ad un trauma o ad un eccessivo sforzo fisico.

Nel caso in cui il sintomo persista, può essere utile rivolgersi al medico che, a seguito di una visita, individuerà lo specialista a cui rivolgervi.

Di solito, gli specialisti che operano in questo campo possono essere:

  • reumatologi;
  • ortopedici;
  • fisiatri;
  • cardiologi.

Dove trovi il nostro centro specializzato a Roma

Se cerchi un centro specializzato nel trattamento del braccio intorpidito a Roma, affidati allo studio FisiomediCal, un centro medico riabilitativo con oltre 20 specialisti e 30 anni di esperienza alle spalle.

Ci trovi in zona Flaminio, Roma Nord, in Via Andrea Sacchi 35. Il nostro team sarà pronto ad accoglierti e accompagnarti nel percorso di guarigione.

Cos’è la periostite

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Per periostite, in campo medico, si intende un processo infiammatorio del periostio, la membrana connettivale che avvolge la parte esterna dell’osso, lasciando però scoperte le superfici articolari e le zone di inserzione tendinee. La periostite avviene a seguito della formazione di una placca ossea con margini ben differenziati, oppure dalla sopraelevazione irregolare della superficie ossea.

Questa patologia può interessare un solo osso o più elementi dello scheletro; in sé non è grave, ma se trascurata può peggiorare.

Esistono diverse tipologie di periostite a seconda della causa e dalla zona colpita.

Periostite della mandibola

Può succedere che la periostite si localizzi nella regione della mandibola.

In questo caso la causa principale è una paradontite o la rimozione di un dente, ipotermia, mal di gola o influenza.

Questa tipologia si manifesta vicino al dente dolente, subito dopo la comparsa di dolore alle gengive, portando, alcuni giorni dopo, all’aumento del dolore e successiva formazione di ascesso.

Altri sintomi sono febbre alta e diffusione del dolore su orecchio, tempia e occhi.

I casi di periostite della mandibola possono essere due:

  • periostite mascellare; il dolore e gonfiore si trova sotto l’occhio
  • periostite mandibolare; si manifesta con edema della mascella inferiore.

Periostite infettiva

Un ulteriore caso di periostite è quella infettiva e dipende da vari agenti patogeni che giungono al periostio direttamente o in maniera indiretta.

L’infiammazione del periostio può essere anche una conseguenza di malattie infettive dell’organismo, per questo è bene sempre consultare il medico non appena si avvertono i primi sintomi.

Forme particolari di questo tipo di periostite sono:

  • sifilitica, che rappresenta inoltre uno dei primi sintomi avvertiti da soggetti affetti da sifilide e con il tempo potrebbe portare alla comparsa di ulcere sulla pelle;
  • tubercolare, che si sviluppa se la tubercolosi si concentra sul periostio.

Periostite a decorso metastatico

La periostite a decorso metastatico è quella patologia che colpisce il periostio della sezione distale di ossa lunghe: femore, tibia, omero.

La forma più diffusa di periostite è quella tibiale, probabilmente la causa più comune di dolore allo stinco, causata da un sovraccarico funzionale all’origine del muscolo tibiale posteriore all’osso. In questo caso è coinvolto il periostio della tibia nelle aree in cui si inseriscono i muscoli soleo e tibiale posteriore, e la fascia che le ricopre.

Altri termini per parlare di questa infiammazione sono:

  • sindrome mediale della tibia
  • sindrome del muscolo soleo
  • sindrome del muscolo tibiale posteriore

A seconda della zona in cui è localizzato il dolore, si possono distinguere due tipi di periostite tibiale:

  • anteriore, quando il dolore è localizzato nella parte frontale della tibia
  • posteriore, quando il dolore si trova nella parte interna della gamba, lungo la tibia.

Solitamente questa infiammazione è causata dall’attività fisica, per cui colpisce maggiormente atleti che praticano uno sport in cui l’uso dei muscoli delle gambe è particolarmente richiesto, come calcio, basket, danza, o sport che richiedono impatti ripetitivi, quali il karate o il full-contact.

Sintomi

Il principale sintomo della periostite tibiale è un forte dolore circoscritto al margine mediale della tibia, con possibile gonfiore annesso.

Inizialmente il dolore non è ben localizzato e scompare dopo aver percorso pochi chilometri, ma con il tempo si ripresenta in maniera costante e circoscritta, rendendo impossibile l’allenamento, fino ad arrivare al punto in cui si avverte il dolore anche a riposo o durante la flessione plantare delle dita e del piede.

Altri sintomi sono:

  • iperestesia
  • calore locale
  • brividi
  • tumefazione
  • processi infiammatori purulenti, processo lungo durante il quale un contenuto purulento si inserisce nella superficie interna del periostio, tra questo e l’osso, determinando il verificarsi di ascessi.

Esistono due forme di periostite:

  • periostite acuta: il quadro clinico risulta abbastanza severo e l’evoluzione piuttosto rapida anche se tende a regredire altrettanto velocemente. Solitamente si manifesta con arrossamento, edema, dolori e febbre;
  • periostite cronica: il quadro clinico è più blando, ma tende a permanere per periodi di tempo abbastanza lunghi. Questa tipologia conduce spesso a un ispessimento fibroso del periostio o alla formazione di crescenze ossee.

Cause

La causa di una periostite è in genere un processo infettivo o un trauma; nel caso di periostite tibiale, un’eccessiva sollecitazione della muscolatura tibiale, o un utilizzo improprio, possono causare dei microtraumi ripetuti, con probabilità di infiammazione e gonfiore del tessuto attorno alla tibia.

I soggetti più a rischio sono donne, corridori, cestisti e tutti coloro che praticano attività sportive che comprendono salti o il correre su superfici dure o correre in punta di piedi a lungo, come il calcio, il basket, il rugby, la pallavolo e altri.

La periostite traumatica è dovuta a diversi fattori che aumentano il carico a danno della tibia:

  • dismetria degli arti inferiori;
  • problemi posturali o deambulatori;
  • scarsa flessibilità o troppa tensione muscolare;
  • malformazioni del piede (piede valgo, cavo o piatto);
  • sovrappeso e fumo;
  • carenza di vitamina D;
  • eccessivo carico di lavoro senza un allenamento adeguato;
  • corsa su terreni sconnessi o su superfici troppo dure;
  • variazioni di percorso nella corsa;
  • scarpe non idonee o eccessivamente consumate;
  • errori nell’allenamento, come una corsa sbagliata o l’incremento di intensità troppo repentino.

Nel caso, invece di periostite infettiva, le cause vanno ricercate nella causa dell’infezione, come la tubercolosi per la periostite tubercolare, o la sifilide nel caso della periostite sifilitica.

Diagnosi

Oltre al dolore e gonfiore localizzati, la periostite può essere diagnosticata attraverso l’esame obiettivo che consiste in:

  • presso-palpazione
  • flessione plantare delle dita del piede

In entrambi i casi il paziente avvertirà dolore.

Una corretta diagnosi è fondamentale per organizzare la cura da seguire poiché molto spesso la periostite può essere scambiata per:

  • frattura da stress;
  • sindrome del compartimento anteriore, patologia che interessa principalmente i pattinatori e provoca l’incremento della pressione al di sotto della fascia che causa un rallentamento del flusso sanguigno;
  • sindrome del muscolo tibiale anteriore, patologia causata dall’aumento della pressione dei liquidi interstiziali, dovuti a microtraumi tipici di una maratona o di allenamenti duri in pista, o all’ipertrofia del tibiale stesso.

È quindi consigliato sottoporsi, per escludere le patologie suddette, a esame radiografico e, in alcuni casi, a risonanza magnetica o indagine scintigrafica.

Per determinare lo stadio della malattia potrebbero essere prescritti degli esami di laboratorio.

Bisogna fare, inoltre, particolare attenzione a chi soffre di reumatismi, leucemia, gonorrea, actinomicosi, lebbra, vaiolo e febbre tifoide, poiché la periostite può complicare tali malattie.

Rimedi

Il trattamento della periostite può essere conservativo o chirurgico, in base alla gravità della malattia.

Il trattamento conservativo prevede, durante la fase acuta, il riposo assoluto con astensione dall’attività sportiva per almeno un mese, e applicazione di ghiaccio nella zona dolente in combinazione all’utilizzo di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), per evitare che questa patologia cronicizzi.

Nella fase subacuta, invece è consigliato ridurre i carichi di allenamento o alternare le attività sportive.

Nel caso di periostite non determinata da traumi, ma da processi infettivi, è necessaria la somministrazione di farmaci antibiotici; è necessario, in questo caso, trattare i sintomi della malattia di base, come nei casi della tubercolosi e sifilide.

Se si tratta, invece, di periostite della mandibola, se la causa è un dente malato, si va a rimuovere quest’ultimo.

Il trattamento chirurgico va preso in considerazione solo se quello conservativo non ha raggiunto i risultati sperati e in casi di periostite avanzata.

Si ricorre alla chirurgia, quindi, nei casi di periostite ossificante e per trattare i processi infiammatori purulenti; in quest’ultimo caso, dopo la formazione dell’ascesso, viene eseguito un taglio per rimuoverlo.

Utili per curare una periostite sono anche manipolazioni da parte di soggetti competenti, poiché un massaggio scorretto può peggiorare la situazione, bendaggi ad hoc, come taping, e terapie fisiche; quindi si consigliano crioterapia, soprattutto nelle prime fasi, ultrasuoni e tecarterapia, queste ultime per aumentare la circolazione.

Scopri le terapie manuali

Ben accette sono anche l’agopuntura e le onde d’urto, anche se la ricerca è ancora insufficiente per determinare l’effettiva utilità.

Si possono eseguire anche impacchi di argilla per ridurre l’infiammazione locale, così come antinfiammatori su prescrizione medica ed eventualmente infiltrazioni locali di cortisone o di ossigeno-ozono.

In un secondo momento è necessario partecipare a delle sedute di fisioterapia per recuperare l’eventuale tono muscolare perso, e la corretta postura, in alcuni casi anche attraverso l’uso di plantari.

Per ciò che concerne la ripresa dell’attività sportiva, è preferibile riprenderla solo a guarigione avvenuta e dopo aver ripristinato la muscolatura poiché si rischia di rendere inutile la terapia o prolungare il problema.

Nel caso di periostite tibiale, gli sport che si possono praticare durante la convalescenza, sotto consiglio del medico e senza eccessivi sforzi, sono:

  • la cyclette;
  • il nuoto;
  • lo yoga;

ovvero attività che permettono di rimanere in forma senza esercitare troppa pressione sulle tibie ed aumentando il livello di attività gradualmente. Dopo ogni allenamento è bene eseguire molto stretching.

Assumendo, infine, Vitamina C, Vitamina E e aminoacidi si potrebbe velocizzare la guarigione.

Prevenzione

Il modo migliore per prevenire la periostite da trauma è:

  • l’allungamento e il rafforzamento dei muscoli, specie polpacci e muscoli del piede;
  • l’utilizzo di calzature di alta qualità ed in grado di assorbire gli shock;
  • l’evitare la corsa su superfici dure, di correre eccessivamente o di saltare in punta dei piedi;
  • variare il livello di attività con gradualità;
  • alternare esercizi ad alto impatto con quelli a meno impatto, ad esempio corsa e nuoto;
  • dimagrire se si è in sovrappeso;
  • praticare un adeguato riscaldamento prima dell’attività fisica e stretching una volta terminata.

Nel caso di problemi al piede, come iperpronazione (piede inclinato verso l’interno), è bene utilizzare delle solette o ortesi ad hoc, prescritte dal medico.

A chi rivolgersi

Se si ha l’impressione di soffrire di periostite, e bene consultare subito il medico che saprà consigliare la soluzione più adatta ed evitare che il problema peggiori.

Sarà proprio il medico a prescrivere una radiografia ed una eventuale risonanza magnetica o scintigrafia ossea.

Ci si può rivolgere anche a un chirurgo ortopedico, nel caso di periostite traumatica, o eventualmente a un esperto di medicina sportiva, soprattutto nei casi di trauma da attività sportiva.

Nel caso in periostite tibiale aggravata da piedi piatti o in pronazione eccessiva è bene rivolgersi a un podiatra, lo specialista dei piedi, il quale può consigliare inserti di sostegno per le scarpe per ridurre la pressione sulle tibie.

È raccomandato anche rivolgersi a un fisioterapista poiché può, oltre a valutare il danno, illustrare alcuni esercizi da svolere, suggerire un programma di attività adatto e soprattutto informare il paziente quali sono gli esercizi da evitare.

Perché rivolgersi agli specialisti di Studio FisiomediCal a Roma

Lo studio FisiomediCal è un centro specialistico riabilitativo che ospita più di 20 professionisti.

Presso il centro, la persona più adatta a risolvere i tuoi problemi legati alla periostite, ti affiancherà per tutto il percorso riabilitativo, portandoti alla completa guarigione.

Lo studio FisiomediCal si trova a Roma Nord, zona Flaminio, in via Andrea Sacchi 35.

Fascite plantere roma nord

Cos’è la sindrome del tibiale posteriore

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La sindrome del tibiale posteriore è essenzialmente uno stato patologico dovuto a una usura e/o lacerazione del tendine che lega il tibiale posteriore all’osso.

Ma cos’è il tibiale posteriore? È il muscolo che ha origine nella membrana interossea posizionata tra tibia e perone.

Il tendine che lega questo muscolo all’osso si chiama allo stesso modo; è situato dietro al malleolo mediale e inizia nella parte profonda del polpaccio fino ad inserirsi sulla parte interna e inferiore dell’arco del piede, in più posizioni.

Il muscolo tibiale è molto importante nella struttura del corpo umano poiché ha il compito di determinare la flessione plantare del piede e i movimenti di adduzione e torsione interna.

Esso, assieme al tendine, gioca un ruolo importante anche nell’esecuzione di un passo durante la camminata o la corsa poiché controlla il movimento di pronazione, determina la stabilità mediale del piede e mantiene la volta plantare, cioè la curvatura naturale sotto al piede che si adatta al terreno su cui si trova e che permette di scaricare al suolo varie sollecitazioni e pesi.

Come il muscolo a cui è legato, anche il tendine tibiale posteriore è uno dei fondamentali tra i tendini della gamba; senza di esso, infatti, il muscolo tibiale non riuscirebbe a svolgere tutte le funzioni suddette.

Sintomi

Quando il tendine del tibiale posteriore si infiamma o degenera, questo può lacerarsi parzialmente o rompersi del tutto.

In questa situazione la volta plantare perde il sostegno del tendine adibito a sorreggerla, pertanto si andrà incontro a un graduale o improvviso appiattimento del piede.

Un modo per diagnosticare un appiattimento della volta, è attraverso il cosiddetto “segno delle troppe dita”: in condizioni di normalità, in un paziente visto da dietro, si noteranno solamente il quinto dito e metà del quarto. Nei pazienti colpiti da cedimento della volta plantare, invece, aumentano le dita dei piedi visibili a causa della dislocazione del calcagno all’esterno della gamba.

Un sintomo di questa sindrome è riscontrabile anche nella caviglia: diminuisce, infatti, la flessibilità di quest’ultima, specie nella dorsiflessione, a causa della contrattura dei muscoli della gamba, con una conseguente perdita di forza.

Sostanzialmente, la sindrome del tibiale posteriore ha un carattere evolutivo che si sviluppa in 4 stadi, con severità crescente:

  • I: è lo stadio iniziale. È caratterizzato da dolore dietro al malleolo mediale sia con l’esercizio fisico che dopo lunghi periodi in piedi; altri sintomi sono gonfiore, il quale molto spesso è indice di lesione al tendine, e in alcuni casi tumefazione lungo il tendine. La deformità in piattismo del piede è minima;
  • II: oltre ai sintomi indicati sopra, si aggiunge quello per il quale si fatica a stare sulla punta di un piede. In questa fase il piede piatto è più pronunciato;
  • III: la fatica di sollevarsi su un piede diventa incapacità. Ora il piede piatto è molto pronunciato e non correggibile passivamente, inoltre la sotto-astragalica, ovvero l’articolazione del calcagno, diventa rigida;
  • IV: è l’ultima fase, quella più grave e si presenta come quella precedente ma in maniera più gravosa, tanto da portare anche a degenerazione dell’articolazione tibio-tarsica.

Cause

Il danneggiamento del tendine tibiale posteriore, o la sua infiammazione, può derivare da numerose cause; alcune di queste sono:

  • sovraccarico funzionale, la causa più frequente di danneggiamento al tendine;
  • una caduta;
  • un trauma distorsivo.

Anche le anormalità congenite ed acquisite come sindrome dello scafoide, artrite degenerativa, artrite reumatoide, artropatie sieronegative, lassità legamentosa generalizzata e degenerazione cartilaginea sotto-astragalica possono portare a soffrire di questa patologia.

Fattori di rischio aggiuntivi sono obesità, diabete ed ipertensione.

La sindrome del tibiale posteriore non affligge tutte le persone indistintamente, ma ci sono alcune categorie più a rischio; queste sono:

  • donne;
  • over 40enni;
  • persone con piede piatto, specie se in sovrappeso;
  • persone che praticano un’attività sportiva che comporta ripetuti traumi da impatto come il calcio, il tennis, la corsa e il basket.

Cura la sindrome del tibiale posteriore

Trattamento

Il trattamento della sindrome del tibiale posteriore non uguale per tutti; varia in base a molteplici fattori che sarà cura del medico specialista prendere in considerazione.

Alcuni elementi che influiscono sul percorso da seguire per guarire da questa patologia sono:

  • la storia medica del paziente;
  • il tempo di presenza dei sintomi;
  • l’entità del problema.

Nella maggior parte dei pazienti la sindrome del tibiale posteriore può essere trattata anche senza ricorrere alla chirurgia, sottoponendosi a fisioterapie plantari. Raramente vengono praticate le iniezioni di cortisone.

La prima cosa da fare, però, è “mettere a riposo” il tendine attraverso uno scarico funzionale utilizzando un tutore o un plantare progettato appositamente.

Una ulteriore tecnica utile per combattere questa tendinosi è l’utilizzo di terapie fisiche quali:

Altrettanto utili nel trattamento di questa sindrome sono anche:

  • massaggi e digitopressioni;
  • esercizi propriocettivi;
  • bendaggi funzionali;
  • bendaggi kinesiologici.

Inoltre, il paziente, in autonomia, può applicare del ghiaccio, fare allungamento per i muscoli posteriori della gamba o eseguire degli esercizi per favorire il ritorno venoso e drenare l’infiammazione, un esempio è l’attività che consiste di schiacciare con i piedi dei cuscini.

Il trattamento chirurgico va preso in considerazione solo nel caso in cui la terapia conservativa non ha portato i risultati desiderati, o è considerata inutile dal medico podologo; il trattamento chirurgico, perciò. ha come scopo quello di correggere la deformità e di conseguenza interrompere il dolore.

Nel caso di un intervento al tendine danneggiato, al giorno d’oggi le procedure sono nettamente meno invasive. Infatti, per riparare una lesione tendinea, l’intervento fisico sul corpo consiste in una piccola incisione; grazie alla poca invasività, anche il tempo di convalescenza si è ridotto di molto.

Nel caso invece di una problematica più importante, come artrosi o deformità rigida e strutturata, allora si va a intervenire sulla posizione dell’astragalo sul calcagno. In questo caso l’operazione è più invasiva poiché si tratta di inserire degli innesti ossei al fine di correggere l’eccessiva pronazione.

A chi rivolgersi

Nel caso di prevista sindrome del tibiale posteriore, bisogna rivolgersi subito a un medico podologo per la diagnosi.

Sarà lo specialista, per arrivare alla formulazione della diagnosi corretta, far eseguire al paziente specifici test ortopedici ed esami strumentali, come radiografie in ortostasi (RX) o risonanze magnetiche (RM).

A piena discrezione del medico sarà poi la prescrizione o meno di un’ecografia per una valutazione accurata dello stato del tendine e del muscolo.

Dove ci trovi a Roma

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Come prevenire il colpo di frusta

Cos’è il colpo di Frusta

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Il colpo di frusta è un infortunio dovuto a un evento traumatico che riguarda la parte alta della colonna vertebrale, nello specifico la rachide cervicale. A causare questa patologia è un brusco movimento della testa, dovuta solitamente a incidenti automobilistici, cadute o infortuni sportivi. In questi casi il capo supera i limiti fisiologici di escursione articolare, sbilanciandosi prima all’indietro in maniera improvvisa, per poi flettersi nuovamente in avanti in modo brusco.

Di fatto è una distorsione della colonna cervicale e come ogni distorsione, presenta diversi livelli di gravità: il dolore può regredire con il tempo oppure provocare una sintomatologia dolorosa cronica e quindi permanente.

Tra le patologie che interessano la colonna, il colpo di frusta è una delle più comuni.

Vediamo nello specifico quali sono i sintomi, le cause, i trattamenti e come evitare questo infortunio.

Sintomi

I sintomi di un colpo di frusta possono variare per gravità e tempistiche. Talvolta si accusano le conseguenze immediatamente dopo l’infortunio, ma può capitare che gli effetti siano tardivi e comparire solo dopo alcune ore dal trauma.

Nella maggior parte dei casi, subito dopo l’iperestensione articolare, i primi sintomi a cui si va incontro sono:

  • Vertigini: la sensazione in cui il soggetto crede in maniera illusoria che il suo corpo e tutto ciò che lo circonda siano in costante movimento.
  • Acufeni: i tipici ronzii e sibili che il paziente avverte nelle orecchie in assenza di uno stimolo acustico.
  • Parestesie: è l’alterazione della sensibilità degli arti e altre parti del corpo.

Tac colpo di frusta

Subito dopo i primi sintomi, il colpo di frusta provoca dolore al collo e alla parte superiore della schiena, e potrebbe portare con sé anche rigidità e una forte limitazione dei movimenti. Nei peggiori dei casi, tali sintomi possono aggravarsi con lussazioni, fratture vertebrali, assenza di riflessi o debolezza.

Quando la situazione è particolarmente grave già dai primi attimi, il dolore è particolarmente intenso e non si possono eseguire movimenti: sarà allora necessario portare un collare ortopedico per almeno 15 giorni. La gravità della situazione sarà comunque da verificare con degli accertamenti, Tac e radiografie.

 

Altri sintomi tipici del colpo di frusta sono:

  • Dolore alla mano e al polso
  • Dolore associato alla masticazione
  • Mal di testa
  • Nausea
  • Segno di Lhermitte (sensazione di scarica elettrica, che si propaga lungo la colonna vertebrale dopo una flessione del capo)
  • Visione offuscata

Cause

La principale causa del colpo di frusta, come detto anche in precedenza, è l’urto che si genera durante un incidente automobilistico violento, ma può avvenire anche sotto altre circostanze. Durante un tamponamento, il passeggero o il conducente subiscono una forte accelerazione che proietta in avanti il corpo provocando un movimento inusuale. La testa tende a rimanere nella posizione iniziale mentre tutto il resto del corpo viene lanciato in avanti. Proprio come una frusta, il capo è poi proiettato in avanti ad alta velocità. La sequenza dei movimenti produce prima danno da iperestensione e poi danno da iperflessione.

Altri eventi traumatici sono, ancora una volta, legati al mondo sportivo, ma anche incidenti domestici o di altro genere potrebbero causare gli stessi sintomi e provocare questa patologia. A seconda del punto di impatto, i movimenti innaturali possono portare a conseguenze differenti, infatti nel caso di colpo di frusta obliquo, i danni vertebrali sono, la maggior parte delle volte, più consistenti.

Pugni e colpi assestati con forza sufficiente o in un momento in cui la vittima è distratta possono causare le medesime conseguenze. Particolare attenzione dovrebbero fare tutti coloro che praticano sport da contatto quali boxe, kick boxing, judo e simili.

Trattamento: consigli pratici

Quando si subisce un colpo di frusta, spetta al medico curante stabilire una terapia adeguata ad affrontare la patologia. Per questo è consigliato, quando possibile, raggiungere subito il pronto soccorso più vicino, così da determinare l’entità del danno. Generalmente, quando questo non eccessivamente esteso o grave, si ricorre a farmaci antinfiammatori, collarino ortopedico, massoterapia o fisiokinesiterapia.

I medicinali più utili per il trattamento del colpo di frusta sono gli antidolorifici e miorilassanti (FANS), accompagnati da tranquillanti e sedativi (se prescritti) per alleviare il dolore durante la notte.  L’azione combinata di farmaci e collarino ortopedico, insieme al riposo, dovrebbero portare il paziente a superare la fase acuta entro 2-3 settimane.

A questo punto il trattamento procedo con terapie fisiche e riabilitative: contrazioni isometriche volontarie ed esercizi attivi. A compiere queste sarà un esperto che grazie alla sua esperienza potrà accelerare il processo di guarigione. L’obiettivo di queste terapie è portare un maggior afflusso di sangue alla zona danneggiata per rigenerarla in tempi ridotti. Le terapie consigliate possono essere di varia natura, coinvolgendo diversi specialisti, tra cui sicuramente fisioterapisti, massofisioterapisti, kinesiologi, agopuntori e chiropratici.

Colpo di frusta e AgopunturaLa fase riabilitativa dopo questo genere di infortuni è necessaria per poter recuperare in maniera totale. Un mancato lavoro di questo tipo può portare a complicazioni e sfociare nella cronicizzazione del problema.

A chi rivolgersi

Data la natura traumatica del colpo di frusta e il suo improvviso manifestarsi (fatta eccezione per i casi di sintomatologia tardiva), la prima cosa da fare è recarsi al pronto soccorso o chiamare un’ambulanza nel caso in cui non si riescano a fare movimenti. Una volta in struttura sarà il personale a indirizzare il paziente attraverso gli step successivi.

Alla cura di un colpo di frusta parteciperanno diverse figure specializzate: il medico curante che dovrà prescrivere medicinali e tempi di recupero nella fase acuta; fisioterapisti e altri medici altamente professionalizzati per la fase riabilitativa.

Come evitarlo

Il trattamento deve però essere integrato con alcuni accorgimenti da prendere in casa, soprattutto quando il dolore è particolarmente fastidioso. Alcuni di questi consigli sono indicati anche per la prevenzione del colpo di frusta. Questi aiuteranno la guarigione e il rapido recupero, e sono:

  • Evitare di dormire in posizione prona: durante il riposo, avere la testa piegata da un lato può causare, o anche accentuare, il dolore cervicale. Esistono dei cuscini appositamente pensati per far riposare la zona cervicale.
  • Regolare lo schermo del PC: la posizione dovrebbe essere rilassata. È sconsigliato avere lo schermo del PC o anche della televisione posto in modo tale da costringere la testa a movimenti ripetuti o a sforzare la posizione tenendo lo sguardo troppo in alto o troppo in basso. Per il medesimo motivo è consigliabile limitare l’uso del cellulare.
  • Mantenere una postura corretta: sia nella posizione seduta che in piedi, è necessario mantenere conforme alla situazione, evitando posizioni dolorose o scomode. Per agevolare la colonna cervicale si può cambiare spesso posizione.
  • Non sollevare pesi: carichi eccessivi sforzano la colonna vertebrale e accentuano il dolore cervicale.
  • Precauzioni in Auto: il poggiatesta della macchina dovrebbe essere sufficientemente alto da sorreggere il capo all’altezza della nuca, così da mantenerlo nella posizione ottimale di riposo. La schiena deve essere ben aderente al sedile.
  • Praticare Sport: fare attività fisica regolarmente aiuta i muscoli del collo e della cervicale a sostenere meglio gli urti grazie alla maggior forza ed elasticità.

Prevenire un colpo di frusta nel senso di non doverne mai soffrire è impossibile, ma ginnastica mirata e buone abitudini posturali, sia durante il giorno che la notte, possono sicuramente ridurre di molto le probabilità di accusare un colpo di frusta. Seguendo i consigli sopra riportati e, ovviamente, tutte le raccomandazioni del medico, è possibile contrastare la patologia senza ulteriori complicazioni. La diagnosi precoce rimane comunque indispensabile per individuare la criticità del problema e, di conseguenza, intervenire con tempestività e precisione.

Dove trovi un centro specializzato a Roma

In caso di colpo di frusta è bene rivolgersi immediatamente al pronto soccorso, come ricordato più volte, soprattutto in seguito ad incidenti automobilistici.

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