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Traumi distorsivi al ginocchio: un breve focus

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Il ginocchio è una delle articolazioni più delicate e più soggette a traumi nella pratica sportiva

L’articolazione del ginocchio è una parte del corpo molto delicata e dove si riscontra un alto tasso di traumi, soprattutto tra gli atleti. Negli sport in cui è più facile che avvengano i traumi distorsivi al ginocchio sono quelli dove si eseguono movimenti tecnici complessi ad alta velocità. A causare i traumi distorsivi sono anche le brusche frenate, i salti ripetuti, e spostamenti laterali o antero-posteriori.

Breve focus su i trami distorsivi al ginocchio

Come già detto, il ginocchio è un punto piuttosto delicato del nostro corpo. Per questo motivo una distorsione grave al ginocchio, purtroppo non consente una prosecuzione dello sport, anzi influisce negativamente anche sulla vita quotidiano, rendendo difficile camminare o caricare l’articolazione. Per questo quando si può proseguire l’attività sportiva la distorsione non è considerata grave. Ma vediamo più nel dettaglio.

Quando ricorre una tumefazione a seguito di una distorsione al ginocchio

Quando il ginocchio presenta una tumefazione, occorre prestare attenzione a una cosa principale. Se il gonfiore è comparso nelle ore subito successive al trauma, oppure se si sia formato lentamente nel corso dei giorni.

Nel primo caso, l’edema precoce può essere dovuto a un emartro da lacerazione di strutture vascolarizzate, quali il legamento crociato anteriore ed il margine meniscale. In questo caso si riscontra l’aumento della temperatura in loco nei confronti del ginocchio controlaterale.

In questo caso si consiglia un ricovero in traumatologia.

Nella maggior parte delle distorsioni, il trauma sollecita il ginocchio in abduzione e rotazione esterna, per cui il dolore è localizzato sulla faccia mediale del ginocchio in corrispondenza dell’inserzione prossimale del legamento collaterale interno. Il dolore impedisce, a causa di una contrattura muscolare antalgica di difesa, l’estensione completa della gamba.

Cosa si consiglia come trattamento per la distorsione al ginocchio

Per prima cosa, anche se è una distorsione di lieve entità si consiglia il riposo, meglio se a letto e con un cuscino sotto al ginocchio, così da rimanere in una posizione indolore.

Sulla faccia mediale del ginocchio si può applicare uno strato di pomata contenente eparina, ricoperta da un sottile strato di plastica, ponendovi sopra, ad intervalli, una borsa del ghiaccio. È opportuno somministrare dei farmaci miorilassanti, per favorire l’estensione del ginocchio, diminuendo di pari passo lo spessore del cuscino fino a toglierlo del tutto. In seguito il medico, a seconda dell’entità del dolore, effettuerà una fasciatura elastica adesiva che sarà mantenuta per una settimana, o una doccia gessata posteriore che dovrà essere portata per 15-20 giorni. Trascorso il periodo di immobilizzazione, l‘atleta dovrà effettuare un trattamento riabilitativo e una graduale ripresa dell’attività sportiva. In caso di lesioni più gravi il trattamento di elezione dovrà essere quello chirurgico.

Fisioterapia riabilitativa per la prevenzione nello sport

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La Fisioterapia riabilitativa ha come scopo la risoluzione di patologie, siano esse croniche o traumatiche

Lo sport e il movimento quotidiano possono prolungare il benessere psico fisico. In presenza di alcune condizione patologiche, però, dovrà essere accompagnato con cure farmacologiche e un programma di terapia fisica. In questi casi ci si avvale di una branca specialistica della medicina: la Fisioterapia riabilitativa.

La terapia fisica si basa sulla riattivazione del movimento muscolare, al fine di risolvere le problematiche patologiche del paziente. Quest’ultime possono avere una natura cronica, come i dismorfismi come la scoliosi, oppure possono avere un carattere acuto (come la traumatologia dello sport).

La fisioterapia, avvalendosi di cure farmacologiche e attività fisica, aiuta l’atleta a risolvere in breve tempo possibile il problema, ritornando così all’attività sportiva.

Le lesioni sono trattate con successo quando il problema è studiato correttamente. Occorre non solo una storia clinica quanto più dettagliata possibile, ma anche delle indagini strumentali. In questo modo il fisioterapista può trovare il trattamento migliore per il paziente.

Obiettivi della fisioterapia riabilitativa

Gli obiettivi della fisioterapia riabilitativa puntano a eliminare l’instabilità residua, la debolezza e lo squilibrio muscolare per non incombere in altre problematiche. Così si possono riacquistare le prestazioni precedenti alla lesioni. I tre principali obiettivi della riabilitazione sono:

  1. Protezione dei tessuti danneggiati per concedere riequilibrio energetico e per controllare la fase infiammatoria in anticipo.
  2. Riattivazione della flessibilità, della resistenza, della propriocezione dello squilibrio muscolare per un controllo delle attività fisiche.
  3. Le attività sport-specifiche devono essere esaminate per accertare che l’atleta possa ricominciare in modo sicuro l’attività sportiva.

Per ogni atleta bisognerà studiare uno o più programmi. Uno dei compiti del fisioterapista non sarà solo condurre il paziente verso la guarigione, ma dovrà anche educarlo. Bisognerà quindi istruire il paziente su come agire anche dopo il trattamento, così che la lesione non si presenti o non si aggravi, e l’atleta sarà libero di tornare al suo sport.

Colonna vertebrale e scuola: meglio lo zaino o la cartella?

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Quali sono i danni alla colonna vertebrale in cui un alunno può incorrere? I fisioterapisti rispondono

Quando si è genitore, soprattutto di un ragazzo di età scolare, si hanno molte preoccupazioni, soprattutto sul fronte salute. Una di queste preoccupazioni è: il peso dei libri provocherà danni alla colonna vertebrale di mio figlio?

Secondo molti studi la risposta è negativa, ma abbiamo ripiegato su un problema più generale, che coinvolge anche le persone più adulte. La correlazione tra pesi e colonna vertebrale, soprattutto nell’adulto, presenta tematiche e problematiche diverse.

Le tre cause principali di danni alla colonna vertebrale

Calliet  afferma che i danni alla colonna vertebrale, scientificamente chiamata “rachide“, soprattutto nella zona lombo sacrale insorgono in tre diverse situazioni.

  • Sollecitazione anormale su un rachide normale. Un peso adeguato portato per un certo periodo favorisce il potenziamento della muscolatura antigravitaria della colonna vertebrale, provocando una “reazione di allungamento”. Viene quindi considerato “anormale” un peso superiore a questa forza di reazione. Il peso della cartella non può essere considerato “anormale”, in quanto non è stato quantificato un peso esagerato per un ragazzo in via di sviluppo. Tuttavia può essere comunque dannoso se portato a lungo o se viene applicato troppo bruscamente.
  • Sollecitazione normale su un rachide impreparato ad affrontarla. Sicuramente un ragazzo che pratica attività sportiva avrà muscoli sufficientemente forti per affrontare i pesi, come quelli della cartella. Per i ragazzi che non praticano sport, indossare la cartella è l’unico momento in cui la colonna vertebrale subisce un carico. Tuttavia, come si è già detto, raramente essa ha un peso superiore alla capacità muscolare dell’alunno, e in genere viene indossata per brevissimo tempo. È infatti piuttosto comune vedere un ragazzo sui mezzi pubblici che posa la cartella per terra, quindi l’esposizione al carico è veramente minima. Da non dimenticare anche che l’alunno è abituato a portare la cartella quotidianamente e il peso varia di giornata in giornata, a seconda delle lezioni e degli impegni.
  • Sollecitazione normale su un rachide anormale. Quando la colonna vertebrale risulta “anormale”, ossia presenta della patologie quali la scoliosi o l’ipercifosi il peso dello zaino risulta dannoso? Vediamo più dettagliatamente.

Problemi alla colonna vertebrale: la scoliosi e la cartella.

Recenti studi hanno confutato quello che si è sempre creduto, ossia che la scoliosi idiopatica sia dovuta dalla forza di gravità e dall’asimmetria. È stato studiato infatti che la scoliosi idiopatica ha origine genetiche. Si sviluppa quando si presenta una ritardata maturazione di alcuni centri nervosi di controllo della postura e del movimento. Questo potrebbe causare disturbi nel tessuto connettivo.

Va inoltre sottolineato che un atteggiamento posturale scorretto, ossia il paramorfismo, non diventa un dismorfismo.

Una postura corretta è fondamentale per chi soffre di scoliosi. Quindi si parla di assumere atteggiamenti corretti durante tutto l’arco della giornata, non solo in particolari momenti.

Per il ragazzo affetto da scoliosi è più consigliabile il classico zaino o una cartella a mano o a spalla?

I vantaggi dello zaino sono ridotti, perché si è appurato che l’asimmetria da carico non sussiste, anzi, a volte il vantaggio dello zaino, ossia la simmetria con cui distribuisce il peso, può, in caso di scoliosi, essere uno svantaggio. Con una cartella, con un carico quindi asimmetrico, è possibile cambiare di mano (o spalla) più frequentemente. Soprattutto in caso di scoliosi evolutiva in cui si necessita di corsetto ortopedico o gesso, lo sforzo della cartella diventa “utile”. La colonna difatti sarà protetta dal corsetto o dal gesso e i muscoli possono allenarsi e non cadere nell’atrofia da non uso.

Problemi alla colonna vertebrale: Ipercifosi, iperlordosi, dorso piatto

In caso di patologia un peso simmetrico sulle spalle può risultare più dannoso di quello asimmetrico. Sopratutto se il ragazzo presenta un caso di patologica esagerazioni delle curve della colonna vertebrale sul piano sagittale, piuttosto che su quello frontale. La colonna vertebrale presenta una naturale lordosi e cifosi, volte ad affrontare meglio i carichi. Queste curve possono aumentare in caso di un maggior carico di peso. La curva lombare, data la sua mobilità, è quella che si presta di più a questo tipo di variazioni. L’iperlordosi, soprattutto in caso di addominali deboli, risente di più di un peso simmetrico (quindi del peso dello zaino). Viceversa, un dorso curvo presenta una superiore rigidità ed è per questo difficilmente influenzabile.

Il dorso piatto invece, proprio per l’assenza di quelle curve normali che aiutano lo scarico del peso, ha una minore capacità di sopportazione di carichi e tende a subire più danni in presenza di sforzi.

Ricordiamo tuttavia che una situazione di carico (o postura sbagliata) non provoca danni se riscontrati per un periodo limitato.

Il mal di schiena o rachialgia

Il mal di schiena non è molto comune nei ragazzi. In genere trova la sua origini in posture sbagliate piuttosto che nel peso di zaini e cartelle. Possono causare per lo più un dolore traumatico, causato da corse e salti eseguiti con lo zaino o la cartella indosso.

Il dolore si presenta quando, dopo aver assunto per un lungo periodo una postura sbagliata (spesso da seduti), si riassume una postura corretta.

Il tempo passato tra i banchi di scuola la mattina, e seduti sulla scrivania a studiare il pomeriggio, possono quindi danneggiare la schiena molto di più del peso della cartella. La postura sbagliata può influire in modo più duraturo sul sistema nervoso centrale e sulla percezione del corpo, proprio perché questi atteggiamenti sono assunti per un lungo periodo di tempo.

Si consiglia quindi allo studente di fare una breve pausa di movimento ogni mezz’ora, per “sgranchirsi” e riassumere una postura corretta

Distorsione alla caviglia: un breve focus su una delle lesioni più comuni

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La distorsione alla caviglia capita spesso agli sportivi e il suo trattamento non va sottovalutato

La distorsione alla caviglia è una delle lesioni più comuni tra i giovani atleti che praticano sport che richiedono salti o bruschi cambi di direzione. Tra questi sport possiamo citare calcio, tennis, pallavolo e rugby. La distorsione alla caviglia non causa particolari problemi nei pazienti che non praticano sport. Nell’atleta però, soprattutto quello agonistico, l’infortunio causa un’interruzione dall’impegno agonistico e dagli allenamenti e se non adeguatamente trattato può portare a esiti invalidanti.

Distorsione alla caviglia: fisiopatologia e classificazione 

I meccanismi traumatici che determinano una distorsione sono principalmente due: la distorsione laterale e quella mediale.

Distorsione laterale: la caviglia effettua una rotazione interna (sollecitazione di varismo) e il piede presenta un’ulteriore rotazione verso l’interno (supinazione del piede). Questo tipo di distorsione alla caviglia ha un alto riscontro. Negli USA, per esempio, ogni giorno si calcolano quasi 10.000 distorsioni il cui 85% riconosce un meccanismo di inversione.

Distorsione mediale: La caviglia effettua una rotazione esterna (vagismo), causando una pronazione del piede, ossia una rotazione verso l’esterno.

Per capire i “gradi di gravità” della distorsione alla caviglia, occorre prima conoscere un poco di anatomia della caviglia.

Il complesso legamentoso laterale della caviglia è costituito da tre elementi principali:

  1. Il legamento peroneo-astragalico anteriore (PAA)
  2. Il legamento peroneo-calcaneare (PC)
  3. Legamento peroneo-arstagalico posteriore (PAP)

Generalmente si verifica una lesione isolata nel PAA e solo nel 20% una lesione combinata del PC e del PAP. La distorsione alla caviglia ha tre gradi di intensità, lieve, moderato e severo. Vediamo nel dettaglio.

I Grado: moderato. Si tratta di uno stiramento del PAA senza lesione macroscopica. Modesto gonfiore e una scarsa limitazione funzionale.

II Grado: moderato. Nel grado moderato si presenta una parziale lesione macroscopica del legamento. Gonfiore, dolore, limitazione del movimento e instabilità sono moderati.

III Grado: severo. La lesione legamentosa è completa. È accompagnata da gonfiore, impotenza funzionale assoluta, instabilità articolare ed emorragia.

Sintomi e trattamento per la distorsione alla caviglia

Tra i sintomi clinici più riconoscibili citiamo:

  • tumefazione precoce ed a volte imponente della regione malleolare.
  • ecchimosi tardiva.
  • dolore in sede premalleolare e sottomalleolare, a volte in sede retromalleolare esterna.
  • impotenza funzionale.
  • sofferenza in sede di lesione provocata dai tentativi di pronazione o supinazione del piede.
  • segno del “cassetto anteriore” in caso di rottura totale del compartimento esterno.

Il trattamento

Il trattamento delle distorsioni della caviglia non va sottovalutato, soprattutto negli sportivi. Infatti anche un solo uno spostamento minimo tra tibia e astragalo può provocare l’insorgere di problemi come la caviglia del calciatore. In fase acuta è preferibile adottare un trattamento non invasivo: riposo, ghiaccio e arto sollevato.  In seguito, se il problema continua si può provvedere a trattamenti come il bendaggio funzionale che evita l’immobilizzazione prolungata della caviglia. Quest’ultimo ha anche altri vantaggi rispetto alle altre soluzioni (come per esempio il tutore dinamico o lo stivaletto da scarico).  Mantiene il tono muscolare, garantisce una rapida guarigione dei legamenti e non interrompe la stimolazione dei propriocettori capsulari. Tuttavia questo trattamento ha una lunga durata: deve essere applicato in assenza di tumefazione e rinnovato ogni settimana circa.

Nei casi più gravi la chirurgia è consigliata solo al 15% circa dei pazienti con instabilità.  L’instabilità è riconoscibile dalla ricomparsa del dolore e della tumefazione a ogni episodio distorsivo e instabilità dell’articolazione. In questo caso sarà necessario sottoporsi a radiografie effettuate sotto stress per determinare l’entità del danno.

Epicondilite: cosa causa il gomito del tennista?

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L’epicondilite, nota come il gomito del tennista è l’infiammazione dei tendini del polso. Vediamo cosa la causa

L’epicondilite, nota come “gomito del tennista“, è una delle problematiche più frequenti tra gli sportivi. Si manifesta con dolore al gomito, nel punto in cui i tendini estensori del polso si inseriscono nell’area laterale del gomito, l’epicondilo, da cui deriva il nome di tale patologia. L’epicondilite è infatti l’infiammazione di tali tendini quando vengono sollecitati in maniera massimale. Questo avviene soprattutto quando il polso deve rimanere saldo nell’esecuzione di alcuni tipi di movimenti sportivi. Sebbene l’epicondilite sia comune per lo più tra i tennisti, essa colpisce anche body builder, schermitori, tiratori con pistola, pongisti, giocatori di squash. Ma è comune anche in ambiti non sportivi, soprattutto nei lavori manuali. Non è raro, infatti, che anche i carpentieri, i sarti, i dattilografi e i barbieri soffrano del gomito del tennista.

L’epicondilite: cause

Il gomito del tennista è una patologia che colpisce prevalentemente tra i 30 e i 50 anni età, e rientra nelle sindromi da sovraccarico. Le sindromi da sovraccarico sono causate dall’abuso o dal cattivo utilizzo di un’articolazione o un punto sensibile dell’anatomia. Si riconosce quindi una sollecitazione eccessiva e il fisiologico logoramento involutivo delle strutture interessate.

Nel particolare caso del tennista, queste infiammazioni del gomito sono generalmente causate da un’errata impostazione del gesto tecnico, in particolare il rovescio, quando non si sfrutta la muscolatura del busto e della spalla, sovraccaricando così il gomito e il polso, o quando si impugna la racchetta nello stesso modo in cui la impugnerebbe per eseguire il dritto. Infatti, lasciando il pollice esteso quando si colpisce la palla, il gomito si trova in posizione anteriore al tronco e troppo in alto.

Le altre cause dell’epicondilite sono:

  • Racchette troppo pesanti o leggere ma rigide, con corde sintetiche troppo tese.
  • Racchette mal bilanciate.
  • Impugnature di misura sbagliata.
  • Palle sgonfie, bagnate, troppo dure e pesanti.
  • Il gioco su superfici veloci.
  • Errata presa della racchetta: troppo energica o troppo vicina all’estremità

Gomito del tennista: rimedi

Il trattamento dell’epicondilite si basa sull’assunzione di antinfiammatori e l’applicazione di terapie fisiche antalgiche, quali i laser, gli ultrasuoni, onde d’urto, ipertermia e tecarterapia. In alcuni casi, tuttavia, è necessario implementare queste terapie con infiltrazioni di cortisone.

Come in molte altre patologie dovute dal sovraccarico, è necessario il riposo dell’arto, soprattutto nelle fasi acute, e seguire un programma di esercizi volti alla riabilitazione muscolare, come lo stretching, esercizi isometrici, isotonici ed eccentrici.

Si consiglia inoltre una corretta preparazione all’evento sportivo, per evitare traumi o l’insorgere dell’epicondilite. Segnaliamo queste accortezze:

  • Stretching e potenziamento dei muscoli del polso prima di intraprendere l’attività sportiva
  • Opportuno riscaldamento prima dell’allenamento o della partita
  • Correzione dei difetti del gesto tecnico
  • Adozione dell’adeguato equipaggiamento. In merito consigliamo di seguire i consigli di un esperto per la scelta della racchetta giusta, ed evitare l’utilizzo di palle troppo pesanti e applicare un shock absorber per impugnare adeguatamente la racchetta.
  • Scegliere campo di gioco non troppo veloci, come la terra rossa.
  • Utilizzare un cinturino per epicondilite quando si riprende l’attività sportiva.

Metodo McKenzie: il trattamento contro i dolori di schiena e collo

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Il metodo McKenzie ideata dal fisioterapista omonimo tratta i problemi meccanici di schiena e collo

La metodologia di diagnosi e terapia meccanica secondo McKenzie, meglio noto come “metodo McKenzie”, è un sistema di trattamento dei dolori del collo e della schiena ideato dal fisioterapista neozelandese Robin McKenzie.

Questo trattamento è volto a curare tutti i dolori di schiena e collo causati da problemi di tipo meccanico. Essi sono quindi sono scaturiti da posizioni o movimenti sbagliati. Secondo McKenzie, l’insorgere del dolore non è causato da un trauma improvviso, ma da movimenti e posture che quotidianamente si assumono. La colonna vertebrale assumerà così posizioni non naturali che causano uno stiramento dei tessuti molli limitrofi. Questi problemi meccanici si riscontrano spesso nella cervicalgia e nella lombalgia.

Il metodo McKenzie: diagnosi e trattamento

Essendo un trattamento che si basa su esercizi, è necessario che il paziente si sottoponga alla visita di un terapista esperto. È un trattamento ad personam, e spesso gli esercizi che vanno a un paziente possono peggiorare la situazione di un altro. Il fisioterapista dovrà eseguire un accurato esame e analizzando che effetti hanno sul paziente alcuni movimenti o posizioni, potrà formulare la sua diagnosi. In base alla diagnosi, il fisioterapista potrà stabilire gli esercizi e il trattamento, volto non solo a eliminare il dolore, ma correggerne anche le cause.

Il metodo McKenzie coinvolge al 100% il paziente. Esso dovrà essere infatti una parte attiva nel suo processo di guarigione, finché non sarà in grado di accorgersi autonomamente di stare assumendo una postura scorretta e correggersi da solo. L’obiettivo principale infatti, è fare in modo che il paziente possa riconoscere le cause del dolore e che sia in grado di ridurle e prevenirle. È particolarmente indicato per chi soffre di lombalgia, ernia del disco e sciatalgia.

 

 

 

 

 

Cervicale: le cause, sintomi e come prevenire il dolore

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Il dolore alla cervicale, o cervicalgia, è un disturbo comune: scopri le cause e i sintomi e come prevenirlo

Tutti parlano o hanno sentito parlare della cervicale. Ma cos’è esattamente? La cervicale è composta da 7 vertebre che sostengono la testa, permettendo di compiere i movimenti del collo. L’origine del dolore alla cervicale può essere causata da molti fattori. Esso interessa infatti le strutture ossee, muscolari, vascolari e nervose e spesso si irradia alle spalle, alle braccia e alle mani. Scopriamo insieme le cause più comuni i sintomi e come evitare l’insorgere della cervalgia.

Dolore alla cervicale: le cause e i sintomi più comuni

Essendo un punto molto delicato e sensibile, non è raro soffrire di cervicale, e spesso le cause sono molto “semplici” e derivanti da involontarie cattive abitudini. Tra queste segnaliamo:

  • Postura sbagliata
  • Posizioni errate durante il riposo notturno, spesso causate da cuscini non indonei
  • Stress e tensione muscolare
  • Colpi di freddo
  • Poca attività fisica
  • Difetti occlusivi dell’arcata dentale
  • Colpi di frusta pregressi o altri traumi simili

La maggior parte delle persone che soffre di cervalgia accusano spesso mal di testa, formicolii, intorpidimenti e rigidità del collo. I sintomi possono variare di intensità, e non sempre sono tutti presenti. Spesso sono influenzati anche dal fisico del paziente. Chi soffre di cefalee, per esempio, avrà dei mal di testa da cervicale più forte rispetto a qualcuno che, per esempio, ha un lavoro sedentario davanti a un computer, che accuserà per di più rigidità del collo.

Come alleviare i dolore alla cervicale

Per alleviare i sintomi della cervalgia occorre un programma di esercizi mirati, volti a risolvere il problema alla radice. Gli esercizi in genere proposti hanno come scopo lo scioglimento della tensione che irrigidisce i muscoli. L’efficacia di questi movimenti risiede nella lentezza con cui si eseguono, da cui ne deriva una rilassatezza muscolare che da immediatamente sollievo. Oltre agli esercizi, è consigliabile, durante l’arco della giornata, mantenere una postura corretta e rilassare i muscoli quando iniziano a irrigidirsi. Gli esercizi vanno praticati regolarmente, possibilmente ogni giorno, e soprattutto agli inizi, è meglio se si eseguono sotto la supervisione di uno specialista. Movimenti eseguiti male possono portare un peggioramento del problema.

4 problemi della corsa più comuni: come evitarli?

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Gli appassionati della corsa lo sanno bene: possiamo incappare in alcuni “effetti collaterali”. Ecco i quattro problemi della corsa più comuni e come evitarli

Gli amanti dello jogging, sia i principianti sia i professionisti, hanno familiarità con alcuni problemi che possono derivare proprio dalla loro passione. I problemi della corsa sono fondamentalmente dovuti a microtraumi ai muscoli causati da uno sforzo eccessivo, o eseguito non correttamente. Tra i più comuni ci sono: fitte alla ginocchia, piedi formicolanti e gambe pesanti. Per fortuna, a meno che non si tratti di gravi infortuni, basta seguire qualche semplice consiglio per evitarli, e continuare a correre. Vediamo insieme la “top 4” dei problemi della corsa e i consigli dei nostri fisioterapisti su come evitarli.

Vesciche ai piedi

Partiamo dal problema della corsa più comune e meno grave. Sebbene non sia gravissimo, è un problema doloroso, che incide sul modo in cui poggiamo il piede a terra, e quindi si ripercuote su tutto il corpo. Il continuo sfregamento della pelle contro la scarpa può portare questa dolorosa conseguenza, soprattutto se sono scarpe troppo strette o nuove.

Il consiglio dei nostri esperti? Se le scarpe sono nuove, prima di lanciarvi nella vostra corsa, usatele nel tempo libero, fateci passeggiate, camminateci per casa. Ammorbiditele e rendetele adatte al vostro piede attraverso l’utilizzo.

Dolori muscolari

Il dolore e a volte l’irrigidimento muscolare compare dopo un lasso di tempo che può variare da persona a persona, ma la media è di quasi una giornata dopo l’attività fisica. Lo sforzo fisico ha le sue conseguenze e allenarsi in quello stato può provocare ulteriore dolore o farci allenare in modo sbagliato. Ecco perché quando riscontriamo questo problema dopo la corsa giornaliera, soprattutto se siamo principianti, dobbiamo rallentare il ritmo, o alternarlo con un altro tipo di esercizio. Ricorda che il tuo corpo si sta adattando al nuovo tipo di allenamento: aumenta gradualmente, senza sforzare troppo i muscoli. Se il dolore persiste, non esitate a contattare un esperto fisioterapista per sapere correttamente come risolvere il problema e tornare a correre!

Vertigini e nausea

Molti runner lamentano di soffrire di capogiri o nausea mentre corrono.

Perché quando si corre poi gli viene la nausea? I motivi possono essere molteplici, e i fattori tanti. A volte accade perché i livelli di zucchero sono troppo bassi e le riserve di energia sono quasi esaurite. Oppure può essere una lieve disidratazione. Basta bere e mangiare qualcosa per far sparire nausea e capogiri.

Mal di testa

Il mal di testa durante la corsa si ha per motivi diversi (senza dimenticarci la predisposizione naturale):

  • Carenza di liquidi e di sodio. Sopperire assumendo liquidi pieni di elettroliti.
  • Allenamento troppo intenso: il vostro corpo vi sta dicendo che non ce la fa. Rallentate il ritmo!
  • Postura scorretta. La postura, soprattutto del collo, può influire sui vostri mal di testa. Controllate la postura!
  • Il sole. In genere i runner sono anche amanti dell’aria aperta. Ora che arriva il caldo, il sole può influire e farvi venire mal di testa. Tanta acqua fresca e un cappellino con visiera potrebbero aiutarvi.

 

Scopriamo il Paddle: cos’è, rischi ed infortuni

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Il Paddle, o Paddle Tennis, è un gioco-sport aperto a tutti, praticato in un campo chiuso ai lati e caratterizzato da rimbalzi vagamente simili allo squash, che sta conquistando sempre più appassionati a Roma ed in tutta Italia.

Il Paddle debutta ufficialmente nel 1991, con la costituzione della Federazione Italiana Gioco Paddle, ad oggi la Federazione Paddle Italia conta più di quattro mila tesserati, con indicativamente più di 12 mila giocatori amatoriali in tutta Italia.

Paddle, come funziona?

Simile al Tennis, si gioca con quattro partecipanti in un campo da Tennis più piccolo, in erba sintetica e chiuso ai lati grazie a pareti in plexiglas o altri materiali trasparenti. Le modalità di gioco sono leggermente differenti dal Tennis, a tal proposito rimandiamo al sito della FederTennis, dove sono descritte le modalità complete di gioco ed il regolamento completo del Paddle.

Paddle a Roma, una disciplina molto apprezzata

Il Paddle è una disciplina sempre più apprezzata a Roma, praticata da sportivi di ogni livello e preparazione atletica. Questo perché è una valida alternativa al tennis, che può essere giocato anche al chiuso ed è uno sport che si può praticare in squadra, difatti il numero di giocatore di una partita di Paddle è pari a quattro, come per il tennis a coppie.

Iniziare a giocare a Paddle, evitare gli infortuni

Come per ogni attività sportiva, amatoriale o non, è fondamentale un corretto riscaldamento. Preparare il nostro corpo ad un esercizio fisico tramite piccole esercizi di riscaldamento, una leggera corsa di qualche minuto e praticando attività di stretching muscolare alla fine della partita è difatti fondamentale per evitare lesioni e/o traumi  e non rovinare così la nostra fantastica partita della domenica o il torneo del Circolo a cui ci siamo iscritti.

I rischi più frequenti nel paddle

Come per ogni sport, il rischio di traumi e lesioni è purtroppo una componente da non sottavalutare. Nel Paddle, come come per gli sport “da lancio” o per il Tennis, si possono evidenziare le seguenti tipologie di rischi legati ad infortuni e lesioni muscolari:

Lesione al tendine d’Achille: Impatti con il terreno, cambi di direzione e rapidi spostamenti possono portare, così come già noto nel Tennis, ad un’infiammazione del Tendine d’Achille.

Lesioni o traumi alla Cuffia dei Rotatori: Il movimento di rotazione del braccio e l’utilizzo della spalla per imprimere forza durante il colpo possono infiammare l’articolazione della spalla.

Lombalgia: Il dolore alla parte bassa della schiena è tipico dei tennisti, e nel paddle il movimento del giocatore è pressochè identico: posizioni e cambi di gioco, scatti e torsioni rapide e brusche: tutti movimenti che vanno ad incidere sulla nostra colonna vertebrale e gruppi muscolari che la interessano.

Gomito del Tennista: anche per i giocatori di paddle l’epicondilite laterale è in agguato, è il dolore tipico degli sportivi da racchetta.

Lesione ai tendini dei bicipiti: nel movimento tipico del tennista, analogo a quello del Paddle, anche i tenidini del braccio possono subire traumi da sovraccarico funzionale.

Infortuni legati al Paddle, cosa fare?

Niente paura, potrete tornare presto al vostro sport preferito. In seguito ad un infortunio in seguito ad una partita di Paddle è fondamentale, così come per ogni attività sportiva, seguire un percorso riabilitativo per recuperare le funzionalità perdute. Attraverso tecniche manuali, osteopatia, tecniche di bendaggio e terapie fisiche è possibile ripristina la corretta funzionalità, e tornare presto sul campo di Paddle per il prossimo incontro.

La terapia Tecar

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La Tecarterapia, chiamata anche Tecar (acronimo che sta per “Trasferimento Energetico Capacitivo e Resistivo”) è un Trattamento strumentale che, utilizzato in ambito riabilitativo, mira ad ottenere risultati ottimali di tipo analgesico, antinfiammatorio e di stimolazione nervosa.

Tecarterapia, principi di funzionamento

La Tecarterapia è una tecnica fisioterapica che opera stimolando energia dall’interno dei tessuti, in modo da incrementare l’attivazione dei naturali processi riparativi ed antinfiammatori.

Molte altre terapie si fondano sul trasferimento di energia ai tessuti lesi, ma lo fanno irradiandoli dall’esterno, mentre la terapia Tecar richiama cariche elettriche nella zona da trattare e genera così energia endogena, pertanto stimola fortemente i meccanismi cellulari fisiologici facendo aumentare la temperatura e riattivando la circolazione.

Il risultato è una precoce attivazione dei processi riparativi, che si traduce in una riduzione del dolore molto rapida e in una notevole abbreviazione dei tempi di recupero riabilitativo.

Tecarterapia, come funziona

L’apparecchio utilizzato è un generatore a radiofrequenza che emette un segnale di 0,485 MHz, con potenza variabile. L’applicazione è per contatto e il tessuto biologico da trattare funziona da condensatore: in modalità capacitiva, con elettrodi protetti e isolati, l’azione è prevalentemente mirata alle fasce muscolari, mentre in modalità resistiva, ad elettrodi non isolati, lo stimolo si esercita in profondità e dunque agisce su tendini, articolazioni e tessuto osseo.

A livello fisiologico, l’aumento dell’energia endogena ha una serie di benefici effetti. In particolare si ottiene una riduzione del dolore e degli spasmi muscolari, un’accelerazione delle reazioni chimiche e metaboliche, ed un rapido recupero della condizione di benessere.

Terapia fisica riabilitativa

Ne consegue l’eliminazione del dolore, effetto percepito dal paziente sin dalla prima seduta, il che tra l’altro rende più facile ed efficace ogni successiva manovra riabilitativa. Tipico il caso del massaggio, che in assenza di dolore può essere spinto in profondità e produrre così risultati più rapidi, ma anche più stabili.

Benefici delle Tecarterapia

La terapia Tecar è in grado di trattare con efficacia e in tempi brevi le patologie riguardanti ginocchio, spalla, anca, caviglia, colonna vertebrale, mani e muscoli, ma non di meno le patologie dolorose infiammatorie osteoarticolari e muscolari quali l’artrosi, le lombalgie e le sciatalgie.

Tecarterapia, quante sedute bisogna fare?

Una seduta di Tecar, che solitamente dura circa 30 minuti, porta benefici riabilitativi fin dalla prima trattamento. A seconda della zona da trattare, del tipo di trauma e dell’eventuale gravità della situazione, si rendono necessari (solitamente) un ciclo che va dai  5 ai 10 trattamenti.

Terapia Tecar, ci sono effetti collaterali? Ci sono controindicazioni?

Non si producono effetti collaterali né surriscaldamento della cute e la presenza di protesi metalliche non rappresenta un ostacolo alla terapia, mentre è sconsigliato sottoporsi a Tecar nel caso si porti un pacemaker o se si ha una patologia tumorale in atto.