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artrosi del pollice Roma

Artrosi del pollice (rizoartrosi) cos’è?

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Con il termine artrosi del pollice o rizoartrosi (dal greco “rizos”, radice) si indica la localizzazione della malattia artrosica nell’articolazione basale del pollice (articolazione tra il trapezio e la base I metacarpale).

È dunque una forma di osteoartrosi che colpisce la base del pollice, consumando l’articolazione.

L’ artrosi del pollice è una condizione invalidante, perché spesso è bilaterale e rende l’uso del pollice doloroso e limitato; questo dito è l’organo principe della funzione di pinza e di presa della mano. I pazienti affetti da rizoartrosi si vedono limitati nei gesti quotidiani, quali lo scrivere, sollevare un piatto o un libro, girare una chiave, stirare, guidare, etc.

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Chi sono i soggetti maggiormente colpiti

L’artrosi del pollice si manifesta molto frequentemente dopo i 50 anni, ma è misconosciuta o sottostimata, perché essendo appannaggio della terza età, viene spesso banalizzata,  e considerata come una condizione legata all’invecchiamento. Nella donna questa malattia può rendersi evidente soprattutto con la menopausa.

Cause dell’artrosi del pollice

Generalmente si tende ad attribuire le cause di questa malattia alla generica malattia artrosica quando in realtà è importante ricercarle in una lassità, congenita o secondaria, della capsula articolare del trapezio e del primo metacarpo.

La maggiore elasticità capsulare di questa articolazione è responsabile di uno scivolamento alla base del metacarpo che comporta un’azione continua e costante di usura delle superfici dell’articolazione.

Come altre patologie degenerative correlate alle articolazioni anche l’artrosi del pollice ha tra le sue cause:

  • L’esposizione all’umidità;
  • Lo stress delle articolazioni;
  • Traumi delle articolazioni;
  • Cartilagine usurato da movimenti ripetitivi;
  • Ereditarietà genetica;

Sintomi dell’artrosi del pollice

L’insorgenza dei sintomi, così come la progressione della malattia, è molto lenta e procede per gradi. Il primo sintomo sperimentato, generalmente, è un dolore vago e modesto alla base del pollice, una debolezza dei movimenti del pollice e difficoltà ad eseguire le abituali azioni quotidiane come sollevare un piatto, girare una chiave, guidare, scrivere, stirare.

Ciò che caratterizza la sensazione dolorosa è che compare anche durante le ore notturne quando il pollice è a riposo. Con il passare del tempo, alla base del pollice compare una tumefazione che gradatamente si rende più evidente, dovuta al progressivo scivolamento laterale della base del primo metacarpo che viene a perdere il suo rapporto con il trapezio fino alla sua completa lussazione.

I sintomi si possono intensificare con il passare del tempo ed in concomitanza con altre patologie come ad esempio il tunnel carpale. Oltre al dolore ed alla deformazione ossea i pazienti possono sperimentare anche una limitazione nei movimenti, dovuti alla degenerazione della cartilagine nell’articolazione, che rende impossibili compiere alcuni movimenti della mano, del gonfiore ed una riduzione della forza, che tende ad aggravarsi con il progredire dell’artrosi del pollice.

Diagnosi dell’artrosi del pollice

È possibile eseguire la diagnosi di artrosi al pollice, e capirne il livello di progressione, mediante l’esecuzione di una normale radiografia alla mano.

Trattamento

È importante sottolineare che non esiste una terapia in grado di curare definitivamente l’artrosi del pollice, tuttavia esistono dei trattamenti in grado di alleviare la sintomatologia e migliorare la qualità della vita dei pazienti affetti da questa patologia e di rendere meno dolorose le azioni quotidiane.

Fisioterapia

La fisioterapia è il trattamento d’eccellenza per il trattamento dell’infiammazione causato dell’artrosi del pollice mediate l’attuazione di alcune terapie fisiche e terapie manuali:

  • Tecarterapia: Questa terapia risulta essere molto adatta per il trattamento di questa patologia. Grazie al calore infatti si stimola la circolazione nella zona infiammata riducendo il dolore.
  • Laserterapia: è trattamento maggiormente usato per la terapia dell’artrosi del pollice in quanto l’energia generata dalla fonte luminosa è in grado di creare una risposta biochimica della zona interessata. La laserterapia aumenta il flusso ematico ed ha un’azione decontratturante per mezzo del calore.
  • Kinesiotaping: questa terapia manuale ha una funzione decongestionante che permette di ridurre l’edema dell’articolazione interessata riducendo il sovraccarico sul dito.
  • Crioultrasuoni: sono molto efficaci per il trattamento dell’artrosi del pollice. La loro azione prevede l’utilizzo degli ultrasuoni, con effetti antinfiammatori, uniti alla crioterapia, che ha un effetto analgesico grazie all’applicazione del freddo.

Tutore è utile?

Se la diagnosi è stata effettuata in modo repentino è possibile avvalersi dell’uso di un tutore (uno per il giorno ed uno per la notte) che permette di ridurre i sintomi e alleviare i sintomi causati dall’artrosi al pollice.

Generalmente i tutori sono realizzati in materiale plastico, termo-modellabile che permette di ristabilire l’equilibrio originale del pollice, di ridurre il dolore e di recuperare una funzione di pinza e di presa. Si tratta di un tutore “ergonomico”, cioè che favorisce e migliora la funzione del pollice.

Il trattamento chirurgico

Nel caso in cui l’artrosi del pollice fosse in stato avanzato l’intervento chirurgico è l’unica soluzione possibile da attuare. La moderna chirurgia della mano, che si avvale di tecniche sempre più precise e meno invasive, permette di sanare con un intervento rapido e brillante la rizoartrosi.

Questa tipologia di operazione rientra in quelle che vengono comunemente definite come artroplastica in sospensione. L’operazione prevede l’asportazione del trapezio malato e la sua sostituzione con un tendine prelevato dal paziente stesso (autotrapianto) che agisce come cardine per la stabilizzazione del primo metacarpo.

Dopo aver effettuato un intervento di artroplastica in sospensione sarà necessario indossare un tutore per circa due mesi ed effettuare delle sedute di fisioterapia in modo da acquisire di nuovo una maggiore mobilità e funzionalità del dito e della mano.

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Dove trovare un centro d’eccellenza per il trattamento dell’artrosi al pollice a Roma Flaminio

Se si sperimenta un dolore localizzato alla base del pollice è importante rivolgersi ad un medico ortopedico specializzato che sappia indicare quale sia il percorso migliore per una diagnosi dell’artrosi del dito ed un eventuale percorso da intraprendere.

Il centro Fisiomedical, situato nel cuore del quartiere Flaminio, dispone di una grande equipe di medici e di fisioterapisti che collaborano in stretta sinergia al fine di garantire una presa in carico completa dal paziente: dalla diagnosi fino alla remissione completa.

Il centro Fisiomedical si trova in Via Andrea Sacchi, 35 a Roma. Puoi prenotare una visita con uno specialista telefonando al numero 0632651337.

Dito a scatto Roma

Dito a scatto: cos’è?

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Flettere le dita di una mano è un gesto automatico che tutti compiono. Piegare le dita ci permette di fare moltissime cose, come ad esempio: impugnare in mano una penna o le posate, afferrare gli oggetti, tenere il volante e altro ancora.

Il dito a scatto, definito anche tenosinovite stenosante dei tendini flessori, è un’infiammazione dei tendini di un dito, che si manifesta con la formazione di un nodulo tendineo doloroso alla base del dito interessato. Questo causa il caratteristico scatto nei movimenti di flessione e di estensione del dito, dovuto alla difficoltà meccanica incontrata dal nodulo a scorrere al di sotto della puleggia. Lo scatto è spesso accompagnato da dolore e da conseguente difficoltà nei movimenti.

La differenza tra un dito infiammato e un dito sano non è percepibile ad occhio nudo. Chi soffre di questa patologia se ne rende conto nel momento in cui, partendo dalla posizione di chiusura del dito, prova a fletterlo. Il dito rimane piegato, per poi estendersi in un secondo momento, con uno scatto e spesso è doloroso.

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A volte il dito può restare bloccato durante la flessione e sbloccarlo può risultare dolente.

La patologia del dito a scatto colpisce per lo più persone con un’età compresa tra i 40 e i 60 anni e con una maggiore frequenza pazienti di sesso femminile.

Questa problematica può interessare però anche i bambini tra i 6 mesi di vita e i 2 anni.

Quando l’infiammazione colpisce gli adulti, essa interessa per lo più il pollice, il dito medio e l’anulare, mentre quando si verifica nei bambini, essa si presenta solo nel pollice quando è in flessione.

Dito a scatto: sintomi

I sintomi che si manifestano solitamente quando si soffre della patologia del dito a scatto sono:

  • Rigidità articolare;
  • Difficoltà di movimento;
  • Gonfiore del dito;
  • Calore e formicolio;
  • Dolore, in questo caso può interessare la base del dito o irradiarsi fino ad arrivare al polso.

Nei casi di dito a scatto più gravi, il dito può restare in posizione piegata senza la possibilità di flettersi.

Dito a scatto: cause

Le cause inerenti la comparsa del dito a scatto non sono ancora del tutto note, ma ci sono dei fattori che possono comportarne il suo manifestarsi.

Le ipotesi riconducibili a tale patologia possono essere:

  • Età e sesso: la malattia tende a presentarsi in soggetti che hanno un’età compresa tra i 40 e i 60 anni, inoltre sono più a rischio le donne. Questa propensione a colpire maggiormente le donne deriva dal fatto che hanno una produzione minore di collagene, comportando così la perdita di elasticità e tonicità.
  • Traumi: possono facilitare l’infiammazione dei tendini delle dita, i traumi causati da un’attività sportiva o dei macchinari che vibrano e che ne spronano la comparsa;
  • Attività ripetitive: movimenti ripetuti e continui possono sollecitare l’infiammazione dei tendini della mano. La maggior parte dei soggetti colpiti da questa patologia, infatti, risultano essere pazienti che svolgono determinati sport o lavori, come ad esempio i musicisti o persone che usano spesso strumenti come forbici o cacciaviti.
  • Altre patologie: possono essere soggetti a rischio coloro che soffrono di diabete, artrite reumatoide, rizoartrosi o gotta.

Dito a scatto: prevenzione

Se noti dei problemi di rigidità, gonfiore o dolore nel flettere o piegare le dita, ti consigliamo di prendere in considerazione alcuni piccoli accorgimenti che possono aiutarti nel ridurre l’infiammazione dei tendini della mano.

  • Ridurre o sospendere le attività che si compiono regolarmente può dare sollievo alle dita;
  • Se il tuo lavoro o il tuo hobby implicano un uso eccessivo delle dita, fai delle pause frequenti in modo da non sottoporre i tendini ad uno sforzo eccessivo;
  • Usa degli impacchi di ghiaccio per ridurre l’infiammazione.

Dito a scatto: diagnosi

Quando si accusano i sintomi tipici del dito a scatto è importante recarsi da un medico ortopedico il quale, attraverso una visita accurata, potrà stabilire il grado di intensità del problema.

Solitamente il medico ortopedico effettua una visita e un’anamnesi, ossia si basa sulla storia clinica del paziente, e un esame obiettivo. Tramite quest’ultimo il medico riesce ad individuare le zone che causano più dolore al paziente e verifica l’agilità dei movimenti facendo aprire e chiudere la mano.

Inoltre, attraverso la palpazione il medico può capire se a livello dell’articolazione metacarpo-falangea sono presenti dei noduli sottocutanei.

Dito a scatto: cura

La patologia del dito a scatto, o tenosinovite stenosante dei tendini flessori, può essere curata mediante dei trattamenti conservativi, ma se questi non dovessero risultare efficaci, il medico ortopedico potrà sottoporre il paziente ad un intervento chirurgico.

Dito a scatto: trattamento conservativo

Ecco alcuni consigli che possono risultare efficaci nella riduzione della patologia del dito a scatto:

  • L’utilizzo di un tutore può essere opportuno per diminuire il gonfiore e il dolore, questo mantiene il dito esteso e può essere indossato per un periodo massimo di sei settimane. Questo permette di mantenere il dito a riposo senza sforzi;
  • Esercizi: il medico ortopedico può consigliare dei movimenti da eseguire durante l’arco della giornata in modo da facilitare all’articolazione il mantenimento della propria mobilità;
  • Evitare troppi movimenti: è opportuno mantenere quanto più possibile l’articolazione ferma o comunque non eccedere con i movimenti delle dita per almeno 4 settimane, così da dare la possibilità all’infiammazione di ridursi;
  • Infiltrazioni: per contrastare l’infiammazione è possibile procedere con delle infiltrazioni a base di corticosteroidi.

Dito a scatto: trattamento chirurgico

Una volta provati i trattamenti conservativi, se questi non hanno portato nessun miglioramento alla mano e dunque continua a persistere il dolore e la rigidità articolare, il medico potrebbe decidere di procedere con un trattamento chirurgico.

L’intervento chirurgico si svolge in anestesia locale. Lo scopo dell’intervento è quello di liberare il tendine attraverso la sezione della puleggia, con una mini-incisione alla base del dito.

L’intervento ha una durata di circa 10 minuti e viene eseguito in Day Hospital.

Nella fase post-operatoria il paziente dovrà svolgere degli esercizi di fisioterapia per evitare la formazione di aderenze tendinee.

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Centro d’eccellenza specializzato nel trattamento del dito a scatto a Roma

Se avverti dolore quando fletti le dita della mano o noti l’articolazione più intorpidita del solito, ti consigliamo di recarti da un medico ortopedico.

Studio Fisiomedical è un centro in cui potrai trovare un’equipe di medici specializzati e fisioterapisti che collaborano per poter dare ai propri pazienti i migliori risultati.

Verrai assistito passo dopo passo, dalla prima visita in cui verrà diagnosticato il problema, alla riabilitazione per una piena e totale guarigione.

Studio Fisiomedical si trova in zona Flaminio, Via Andrea Sacchi n.35.

Per maggiori informazioni e per prenotare il tuo appuntamento con uno dei nostri medici specialisti puoi chiamare al numero: 0632651337.

Vertebroplastica vertebrale roma

Cos’è la vertebroplastica

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La vertebroplastica è una procedura mini-invasiva di chirurgia alla colonna vertebrale, che attraverso l’utilizzo di uno o due aghi, sotto una guida radioscopica, inserisce del materiale semiliquido all’interno del corpo vertebrale. Questo materiale si solidifica molto rapidamente e permette di irrobustire e rendere più stabile la struttura ossea. La sostanza che viene iniettata è una resina che in gergo è chiamata “cemento” e si tratta di un composto sintetico denominato polimetilmeracrilato (PMMA).

La procedura della vertebroplastica porta agli stessi risultati della cifoplastica, anche se le due procedure si diversificano per le modalità di svolgimento.

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A cosa serve

La vertebroplastica è la procedura d’eccellenza per il trattamento delle fratture vertebrali, in special modo di quelle causate dall’osteoporosi. I risultati sono apprezzabili fin dai minuti successivi all’intervento: il dolore diminuisce in modo sostanziale o scompare totalmente. Si ha anche un rafforzamento della struttura vertebrale danneggiata, in questo modo è possibile evitare che con il passare del tempo si deformi a causa dell’eccessivo peso che grava su di essa.

In quali casi è consigliata?

La vertebroplastica è specialmente indicata nei casi in cui i pazienti sperimentino un forte dolore a causa delle fratture vertebrali, la maggior parte delle quali sono causate dall’osteoporosi.

La vertebroplastica è molto utile anche per il trattamento di altre patologie correlate alla colonna vertebrale, come ad esempio le lesioni vertebrali benigne o maligne come:

  • Cisti osseo aneurismatica;
  • Angioma sintomatico;
  • Mieloma;
  • Pseudoartrosi;
  • Emangiomi;
  • Metastasi;
  • Tumori gigantocellulari.

Rischi e controindicazioni?

Come ogni altro intervento chirurgico anche la vertebroplastica vertebrale presenta dei possibili rischi e delle controindicazioni.

I principali rischi che si possono incontrare sono dovuti ad una possibile fuoriuscita del materiale sintetico all’interno del canale vertebrale, utilizzato per la ricostruzione delle vertebre danneggiate. In alcuni casi è possibile che si verifichino anche degli ematomi endocanali, che possono portare a paraplegia, insufficienza respiratoria acuta, nel caso in cui il “cemento” finisca all’interno dei vasi polmonari ed il decesso.

È importante specificare maggior parte delle complicanze sono causate dall’utilizzo delle apparecchiature di bassa qualità o dalla scarsa esperienza del medico, per questo motivo è importante rivolgersi sempre ad un chirurgo ortopedico specializzato nella colonna vertebrale.

Differenze con l’operazione tradizionale

Il trattamento tradizionale di riparazione delle vertebre richiedeva un’operazione più invasiva ed articolata, che comportava un riposo forzato a letto per almeno un mese con un busto. Questo tipologia di intervento, sempre più in disuso, garantiva un buon recupero, ma costringeva i pazienti alla scarsa mobilità per diversi mesi. La riduzione del movimento fa aggravare le patologie che spesso sono la causa delle fratture stesse, come l’osteoporosi, riducono la forza muscolare del paziente e possono causare una trombosi venosa agli arti inferiori.

Quanto dura la convalescenza?

Data la mini-invasività della procedura, che consiste nell’iniettare il cemento all’interno della vertebra che in pochi minuti si solidifica, il paziente può riprendere ad avere una vita normale già due ore dopo l’intervento.

Cosa fare dopo l’intervento

Dopo l’intervento il paziente sperimenterà molto meno dolore e potrà riacquisire le funzionalità fisiche che aveva perduto a causa della frattura vertebrale. È importante che i soggetti affetti da altre patologie, che hanno causato la frattura vertebrale, continuino a trattare i disturbi seguendo le indicazioni del medico in modo da ridurre la possibilità di ulteriori fratture e la necessità di ricorrere nuovamente a questo intervento chirurgico.

Riabilitazione fisioterapica

A seguito del trattamento chirurgico è consigliabile intraprendere un percorso fisioterapico riabilitativo volto al recupero della mobilità, la flessibilità e la forza della struttura ossea che è stata riparata chirurgicamente.

Utile, per un rapido recupero funzionale, eseguire una ginnastica controllata  con l’aiuto del fisioterapista. Con l’utilizzo di specifici macchinari si può favorire il rinforzo muscolare e una mobilizzazione precoce in grado di riportare il paziente ad una situazione simile a quella precedente alla frattura.

La tipologia della riabilitazione da eseguire sarà concordata con l’ortopedico e con il fisioterapista che sceglieranno la migliore riabilitazione da svolgere in base anche alle vertebre interessate.

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Dove trovare un centro d’eccellenza per la vertebroplastica a Roma Flaminio.

Nel caso in cui si sperimentasse dolore alla colonna vertebrale è importante rivolgersi immediatamente ad un centro in cui è possibile eseguire una diagnosi delle cause e intraprendere un percorso riabilitativo a seguito di quello chirurgico.

Studio Fisiomedical è un centro fisioterapico situato nel cuore di Flaminio, al centro di Roma, in cui è possibile effettuare percorsi fisioterapici e di rieducazione funzionale. All’interno del centro è inoltre possibile effettuare delle visite specialistiche ortopediche.

Studio Fisiomedical dispone di una struttura innovativa e dinamica in cui collaborano in stretta sinergia diversi specialisti medici e dove si trova anche una palestra per la riabilitazione e un box con apparecchiature all’avanguardia.

Per ulteriori informazioni o per prendere un appuntamento con uno dei nostri specialisti puoi chiamare al: 0632651337 o puoi venire a trovarci in via Andrea Sacchi 35, a pochi passi da Piazza Mancini.

necrosi testa femore roma

Cos’è la necrosi della testa del femore?

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La necrosi della testa del femore è una patologia dolorosa che si verifica quando si ha una compromissione dell’afflusso di sangue nella zona della testa del femore. La riduzione o l’interruzione dell’afflusso sanguigno nella zona del femore porta alla morte dei tessuti che iniziano a necrotizzarsi. La necrosi della testa del femore risulta essere una patologia molto invalidante dal momento che può portare al collasso dell’anca e all’artrosi.
La necrosi della testa del femore può colpire un solo arto, ma generalmente si manifesta in entrambe le articolazioni.

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Quali sono i sintomi?

Il primo sintomo della necrosi della testa del femore che si manifesta è il dolore all’anca che si sviluppa nella zona inguinale e dei glutei. La sensazione di dolore viene sperimentata sia quando l’arto è a riposo ma soprattutto quando è sotto sforzo.

Con l’avanzare della patologia inizierà a diventare difficoltosa la deambulazione, questo sintomo in genere si manifesta dopo qualche mese, per questo motivo è importante intervenire in modo rapido appena si sperimentano le prime sensazioni di dolore.

Quali le cause?

Le cause della necrosi della testa del femore sono riconducibili ad eventi di natura traumatica e non traumatica che riducono o bloccano l’afflusso di sangue nell’articolazione del femore.

Le cause più comuni che generano l’osteonecrosi sono:

  • Una frattura localizzata nella zona dell’articolazione;
  • L’utilizzo massiccio e prolungato di farmaci a base di cortisone che generano un accumulo di sostanze adipose all’interno dei vasi sanguigni che tendono ad occluderli e a limitarne l’afflusso ematico.
  • Il trattamento radioterapico per le cure oncologiche. Le radiazioni ionizzanti che vengono utilizzate per il trattamento del cancro possono avere degli effetti anche sulle ossa, che tendono ad indebolirsi e sui vasi sanguigni, che vengono danneggiati.
  • L’abuso di alcool porta ad un danneggiamento dei vasi sanguigni interferendo sull’afflusso di sangue all’articolazioni.
  • Anemia falciforme, a causa di una particolare forma dei globuli rossi (a falce) l’irrorazione di ossigeno si riduce e dunque i tessuti ricevono un minor afflusso di sangue che potrebbe comportare la necrosi dell’osso.

È stata notata anche una maggiore incidenza di questa patologia in concomitanza con altre condizioni come ad esempio il diabete, l’aids, il lupus, l’ipertensione, artrite reumatoide, l’embolia arteriosa e la trombosi arteriosa.

Diagnosi

Per la diagnosi della necrosi della testa del femore non è sufficiente un esame obiettivo, ma è necessario eseguire degli esami strumentali specifici. Solitamente per la diagnosi ci si avvale di:

  • Esame ai raggi X: nelle prime fasi della malattia risulta essere poco utile, ma permette di mostrare i cambiamenti ossei nelle fasi avanzate della necrosi.
  • La scintigrafia ossea: consiste nell’iniezione per via endovenosa di un radiofarmaco che permette di ottenere le immagini dell’anatomia e dell’attività ossea. Dal momento che la sostanza iniettata è radioattiva è sconsigliata durante la gravidanza.
  • La risonanza magnetica nucleare: come per i raggi X non è molto efficace durante gli esordi della malattia, ma è in grado di mostrare in modo nitido i cambiamenti ossei che si verificano durante le fasi avanzate di necrosi.

Prevenzione

La prevenzione della necrosi della testa del femore non è facile, tuttavia alcuni comportamenti possono essere edificanti per la salvaguardia della circolazione e il corretto di afflusso di sangue ai tessuti.

È importante limitare l’assunzione di alcool, tenere sotto controllo il colesterolo e nel caso in cui si dovesse intraprendere una terapia farmacologica a base di cortisone è importante seguire le indicazioni fornite dal medico.

Cura

Il trattamento della necrosi della testa del femore si avvale di tecniche conservative quali la fisioterapia e di farmaci volti a ridurre la sintomatologia e a ridurre la progressione della necrosi.

Nel caso in cui il processo necrotico sia in uno stato avanzato l’unico modo per intervenire è mediante la chirurgia.

Trattamento fisioterapico

Il trattamento fisioterapico risulta essere molto efficace per la cura della necrosi della testa del femore soprattutto nei casi in cui la patologia comprometta la mobilità dell’articolazione.

Anche le terapie fisiche sono particolarmente indicate per il trattamento della necrosi della testa del femore e del dolore ad essa collegato:

  • La magnetoterapia si è dimostrata molto utile nei primi stadi della malattia. I campi elettromagnetici pulsati aiutano a preservare lo stato dell’articolazione del femore e permettono di ritardare l’intervento chirurgico. La magnetoterapia è utile anche per favorire la ricrescita dell’osso nella zona necrotica e prevenire da eventuali fratture o dal collasso dell’osso.
  • Le onde d’urto si sono rivelate estremamente benefiche soprattutto nella fase iniziale della necrosi della testa del femore. I pazienti grazie a questa terapia sperimentano meno dolore in quanto le onde d’urto sono in grado di migliorare la microcircolazione intorno alle aree necrotizzanti e favoriscono il rimodellamento dell’osso superficiale (subcondreale) e prevengono il collasso della testa del femore.

Trattamento chirurgico

Il trattamento chirurgico della necrosi della testa del femore viene eseguito quando la patologia ha raggiunto uno stadio avanzato e ogni altro trattamento risulta essere inutile. Esistono diverse tipologie di intervento da poter eseguire che variano in base alla condizione della necrosi:

  • Decompressione ossea: consiste nella sezione del tratto osseo necrotizzato ed ha lo scopo di stimolare la parte del femore sana a rigenerare del nuovo tessuto non malato.
  • Trapianto osseo: si tratta della sostituzione della parte ossea malata con una porzione di osso sana. Può avvenire con una porzione di osso prelevata dal proprio corpo (autotrapianto) o prelevata da un donatore.
  • Osteotomia: prevede l’asportazione di alcune parti di osso malato in modo da ridistribuire il peso che stressa la zona necrotica su una porzione ossea sana. Per poter attuare questo intervento è necessario che l’osso sia ancora forte.
  • Protesi articolare: si effettua solo nei casi più gravi di necrosi della testa del femore, la maggior parte delle volte quando si è verificato un collasso osseo.

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Dove trovare un centro d’eccellenza per la necrosi della testa del femore a Roma?

Se si sperimentano dolori persistenti nella zona dell’anca e del femore è importante recarsi presso un centro medico specializzato.

Lo studio FisiomediCal è un centro in cui collabora in stretto contatto una grande equipe di medici specializzati ortopedici e fisioterapisti.

Studio Fisiomedical si trova in zona Flaminio, Via Andrea Sacchi n.35.

Per maggiori informazioni e per prenotare un appuntamento con uno dei medici specialisti puoi chiamare al numero: 0632651337

 

Sindromi canalicolari roma

Cosa sono le sindromi canalicolari?

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Le sindromi canalicolari sono dei disturbi riconducibili a dei problemi neurologici derivanti da un intrappolamento e compressione di determinati tronchi nervosi che risiedono nei canali ossei.

Queste sindromi possono essere causate da traumi, edemi o infiammazioni.

Le sindromi canalicolari più frequenti sono: il tunnel carpale, il tunnel tarsale, il tunnel cubitale e il canale di Guyon.

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Quali sono gli arti coinvolti?

Gli arti coinvolti nelle sindromi canalicolari sono sia quelli superiori che quelli inferiori.

Tunnel carpale

Il tunnel carpale è una delle neuropatie da compressione più frequenti. Questa sindrome coinvolge gli arti superiori. Solitamente si manifesta dopo i 40 anni e i più colpiti sono i pazienti di sesso femminile.

La sindrome intacca il nervo mediano del polso e si presenta tramite una sensazione di formicolio o intorpidimento della mano. Il fastidio alla mano si accentua durante le ore notturne o quando si solleva per troppo tempo l’arto.

I fattori di rischio che possono comportare la comparsa del tunnel carpale sono vari:

  • Alterazioni ormonali;
  • Gravidanza;
  • Depositi di grasso;
  • Struttura anatomica, ossia un tunnel carpale più stretto che di conseguenza aumenta le possibilità di comparsa della sindrome;
  • Sindrome che può essere soggetta ad ereditarietà familiare;
  • Diabete;
  • Insufficienza renale;
  • Artrite reumatoide;
  • Fibromialgia;
  • Ipotiroidismo;
  • Alcuni tipi di sport come: tennis, bowling, golf;
  • Traumi a carico del polso come una frattura;

Tunnel cubitale

Il tunnel cubitale consiste nella compressione o trazione del nervo ulnare del gomito.

Può dipendere dall’abitudine di poggiare il gomito, o dalla prolungata ed eccessiva flessione. Un esempio di flessione frequente può essere individuata in alcuni sport, come ad esempio il baseball, nel ruolo dello scivolatore.

Canale di Guyon

Il canale di Guyon è il nervo che passa dall’avambraccio alla mano. Il nervo si trova nel lato interno del polso e si estende in modo parallelo dal canale carpale, dal quale si distanzia di pochi millimetri.

In questo canale, oltre al nervo ulnare, passano anche l’arteria e la vena ulnare.

I fattori di rischio che possono provocare la comparsa della sindrome del canale di Guyon possono dipendere da traumi, nello svolgimento di certi lavori, dall’assunzione di determinate posture o dalla continua flessione-estensione del gomito, soprattutto quando il paziente ha una struttura anatomica in cui il nervo fuoriesce dal canale e provoca traumi al nervo ulnare.

Tunnel tarsale

Il tunnel tarsale interessa gli arti inferiori, caviglia, piede e, raramente, anche le dita. In questo caso si verifica la compressione del nervo tibiale posteriore o la sua lesione. Il nervo interessato attraversa l’area del polpaccio tramite un canale fibroso, che corrisponde al tunnel tarsale, attraversa il tallone e si estende fino alla pianta del piede.

Le cause relative alla sindrome del tunnel tarsale sono:

  • Traumi a carico del piede o caviglia;
  • Lipomi;
  • Tumori benigni;
  • Cicatrici post-traumatiche;
  • Cisti;
  • Artrite reumatoide;
  • Piede piatto;
  • Anomalie muscolari;
  • Distorsione della caviglia;
  • Ortesi plantari non idonee o l’utilizzo di scarpe non adeguate;
  • Frattura del piede o della caviglia;
  • Vene varicose.

Quali sono i sintomi?

Le sindromi canalicolari, sono delle patologie che comprimono i nervi periferici. Le compressioni si possono verificare a causa di ristrettezze a carico dei canali anatomici osteofibrosi o delle strutture formate dai tessuti molli.

Solitamente i sintomi correlati alle sindromi canalicolari si presentano con dolore, ipostesie, ossia la riduzione di sensibilità a carico dell’arto interessato, o parestesie, cioè un’alterazione della sensibilità dell’articolazione che spesso si manifesta con delle sensazioni di intorpidimento o formicolio.

Un ulteriore sintomo delle sindromi canalicolari è la perdita di forza dell’arto interessato.

Diagnosi

Gli esami necessari affinché possa essere diagnosticata la sindrome canalicolare devono essere svolti da parte di un medico ortopedico.

Possono essere svolti:

  • Esami obiettivi: il medico manipola le articolazioni interessate;
  • Esame elettro-neuro-miografico: questo test permette di individuare l’area della lesione nervosa e di valutarne la gravità;
  • Esami di conduzione nervosa: servono a risalire alla causa o all’entità della lesione. Questo tipo di esame è spesso consigliato dal medico quando la patologia si trova ad uno stato avanzato e si deve ricorrere ad un intervento chirurgico.

Prevenzione

Quando un paziente è soggetto alla sindrome canalicolare che interessa gli arti superiori, può prevenire la patologia con alcune semplici accortezze. Quando il braccio è già indolenzito è necessario tenerlo a riposo e non continuare a sforzarlo.

Un altro metodo per poter prevenire la comparsa della sindrome può essere l’assunzione di integratori contenenti l’Omega 3 e la Vitamina B6.

Sembrano risultare anche molto utili gli infusi a base di Iperico, un antinfiammatorio e antidolorifico naturale.

Quando invece parliamo di prevenzione della sindrome canalicolare che interessa però gli arti inferiori, allora le precauzioni da prendere sono diverse.

Innanzitutto, per evitare la compressione del nervo, risulta fondamentale l’utilizzo di calzature comode, che possano permettere al piede il massimo confort durante la camminata o lo svolgimento di un’attività sportiva.

Per rendere ancora più confortevoli le scarpe si possono acquistare delle solette antishock che aiutano a migliorare l’appoggio dell’arcata plantare. Un’altra alternativa possono essere le ortesi plantari realizzate su misura e personalizzate a seconda delle patologie o esigenze del paziente.

Cura

La soluzione migliore per porre un rimedio definitivo alla sindrome canalicolare a carico dell’articolazione superiore risulta essere l’intervento chirurgico. Tramite l’intervento è possibile creare uno spazio maggiore per il passaggio del nervo.

Nelle settimane immediatamente successive all’intervento il paziente potrebbe avvertire l’indolenzimento della l’area circostante alla cicatrice. Per una completa e totale guarigione saranno necessari vari mesi, in particolar modo per quanto riguarda la ripresa della forza a carico della mano e del polso. Più la compressione è importante, più i tempi di guarigione si dilatano.

Per quanto concerne la sindrome canalicolare che interessa gli arti inferiori, e che quindi fa riferimento al tunnel tarsale, la patologia può essere curata sia in modo non chirurgico che chirurgico.

Cura non chirurgica

La sindrome del tunnel tarsale può essere curata con degli impacchi di ghiaccio, delle sedute di fisioterapia o delle infiltrazioni di corticosteroidi. Questi tipi di cure aiutano a ridurre il dolore che provoca la patologia. Le cure non chirurgiche possono prolungarsi anche fino a sei mesi.

Cura chirurgica

Nel momento in cui il paziente si è sottoposto per diversi mesi alle cure non chirurgiche, ma senza riuscire ad ottenere grandi risultati allora il medico ortopedico potrà decidere di intervenire chirurgicamente.

Tale intervento chirurgico prende il nome di release del tunnel tarsale, il quale può essere invasivo o mini-invasivo.

Si procede con un intervento chirurgico invasivo quando si è a conoscenza della causa che ne comporta la comparsa, sia essa post-traumatica o idiopatica.

L’intervento chirurgico mini-invasivo prevede il perforamento del tunnel e l’utilizzo degli ultrasuoni. In questo caso si procede con questo tipo di intervento quando non si è a conoscenza della causa che ne ha provocato la compressione del nervo.

Dopo l’intervento chirurgico il paziente deve indossare un tutore in modo tale da proteggere la caviglia e renderla più stabile.

Riabilitazione

La riabilitazione delle sindromi canalicolari possono essere sia fisiche che manuali.

Terapie fisiche

Le terapie fisiche che possono essere utilizzate in presenza di sindromi canalicolari sono:

Terapie manuali

Le terapie manuali alla quale il paziente affetto da sindromi canalicolari può sottoporsi sono:

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Dove trovare un ottimo centro per la sindrome canalicolare a Roma Flaminio

Se riscontri dei fastidi o dolori che possono essere riconducibili alla sindrome canalicolare che può colpire sia gli arti superiori che quelli inferiori, ti consigliamo di recarti quanto prima da un medico ortopedico.

Da Studio Fisiomedical puoi trovare dei medici ortopedici che attenzioneranno la tua patologia attraverso degli esami obiettivi e dei test diagnostici.

Ti seguiranno passo dopo passo, dalla diagnosi alla cura e, se necessario, anche nella fase post-operatoria.

Per maggiori informazioni e per prenotare il tuo appuntamento con uno dei nostri medici specialisti puoi chiamare il numero 0632651337 oppure puoi venire a trovarci presso il nostro centro in Via Andrea Sacchi n.35, zona Flaminio.

 

Metatarsalgia del piede roma

Cos’è la metatarsalgia del piede?

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La metatarsalgia del piede corrisponde ad una condizione dolorosa dovuta all’infiammazione (capsulite) della zona dell’avampiede a causa di uno scorretto appoggio delle ossa del piede a terra, che genera una distribuzione anomala del peso corporeo sul piede.

I fattori che danno origine a questa patologia sono da ritrovarsi principalmente nella compresenza di altre situazioni cliniche che sovraccaricano e stressano la zona metatarsale.

Cos’è il metatarso?

Il metatarso è una parte anatomica del piede che si compone di 5 ossa lunghe disposte in modo parallelo tra loro nella parte centrale del piede.

Ognuna di essa è collegata nella parte anteriore con la falange prossimale e nella parte posteriore con il tarso.

Sono ossa prismatiche in cui è possibile individuare tre sezioni:

  • La testa è l’estremità distale (anteriore) che collega le ossa metatarsali con le falangi prossimali, mediante i legamenti metatarso-falangei;
  • Il corpo, che corrisponde alla parte centrale dell’osso e termina con la testa e con la base;
  • La base, è l’estremità prossimale che si collega con il tarso, mediante i legamenti tarso-metatarsali.

Svolgono una funzione fondamentale, in quanto permettono il sostegno del corpo e sono sede di molti muscoli e articolazioni che permettono una corretta mobilità dell’arto inferiore.

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Chi sono i soggetti maggiormente colpiti

La metatarsalgia del piede può manifestarsi a qualsiasi età ed in entrambi i sessi. È stato tuttavia riscontrata una maggiore comparsa di questo disturbo nelle donne che indossano frequentemente i tacchi alti, o calzature che non permettono una corretta distribuzione del peso, nei soggetti obesi e negli sportivi, che durante la pratica dello sport stressano la zona metatarsale in modo eccessivo.

Quali sono i sintomi della metatarsalgia?

I sintomi della metatarsalgia sono spesso molto generici che possono essere confusi con altre patologie come il neuroma di Morton.

Il primo sintomo che si manifesta è l’ispessimento della pelle e la formazione di callosità nella zona del piede corrispondente al metatarso, generalmente i soggetti non danno peso a questo sintomo dal momento che viene considerato come un semplice problema estetico.

I primi campanelli di allarme si hanno con la comparsa del dolore, dapprima localizzato nella parte plantare che poi può espandersi anche alla zona superiore del piede o alla gamba.

I pazienti riferiscono anche di sperimentare una sensazione di intorpidimento dell’arto o di avere dei sassolini nella scarpa.

Con il perdurare della patologia si assiste anche ad una deformità scheletrica che porta alla comparsa di quello che comunemente viene definito “dito a martello” che può portare alla lussazione di uno o più dita, che assumono una posizione accavallata o sovrapposta.

Diagnosi

La diagnosi di metatarsalgia del piede viene effettuata da un medico ortopedico o da uno specialista dei piedi, che dovrà analizzare il quadro clinico del paziente e accertarsi di eventuali altre patologie concomitanti come l’alluce valgo o i piedi cavi.

Prevenzione

La metatarsalgia del piede può colpire chiunque ma è possibile attuare dei semplici comportamenti, soprattutto se si è un soggetto maggiormente a rischio, che possono ridurre la probabilità di incorrere in questa patologia.

Si tratta di buoni comportamenti che riducono il sovraccarico della zona metatarsale, nello specifico:

  • È importante indossare delle calzature che permettano una corretta distribuzione del peso in modo uniforme sulla pianta del piede, è dunque preferibile cercare di limitare l’utilizzo di scarpe con il tacco alto, o con la suola troppo piatta.
  • Cercare di ridurre il proprio peso corporeo se si è in sovrappeso.
  • Utilizzare delle solette o plantari durante la pratica sportiva che permettano di attutire i colpi a carico dell’avampiede.

I plantari aiutano?

I plantari offrono un ottimo aiuto alla prevenzione e al trattamento della metatarsalgia del piede in quanto sono in grado di ridurre il dolore nella zona interessata e aiutano a distribuire in modo uniforme il peso sulla pianta del piede.

Generalmente sono realizzati in lattice o in pelle e carbone attivo, in modo da prevenire la formazione di funghi e il proliferare di batteri che potrebbero causare un cattivo odore.

Il plantare dovrà essere utilizzato temporaneamente, fino alla completa guarigione della metatarsalgia. Nel caso in cui questa patologia sia dovuta a particolari conformazioni anatomiche del piede il plantare dovrà essere sempre indossato, in modo da ridurre lo stress a carico dell’avampiede.

Rimedi e cura

Se diagnosticata in modo repentino, la metatarsalgia del piede può essere trattata con una terapia conservativa mediante l’utilizzo di temporaneo di ortesi o plantari che permettono una corretta distribuzione del peso e riducono lo stress a carico della zona metatarsale. È possibile anche assumere farmaci antinfiammatori e antidolorifici se prescritti dal proprio medico, o applicare degli impacchi di ghiaccio sulla zona dolorosa; è consigliabile anche cercare di non sforzare il piede e rimanere a riposo il più possibile, con l’arto leggermente alzato.

Anche la fisioterapia offre un ottimo aiuto per il trattamento di questa patologia. Il fisioterapista, dopo aver analizzato in modo globale il paziente, analizzando anche la sua postura e la presenza di altre patologie, potrà stabilire quale sia il percorso terapeutico più adatto per il trattamento dei sintomi della metatarsalgia del piede.

Per il trattamento della metatarsalgia si rivelano particolarmente utili le terapie fisiche quali:

  • Ultrasuoni, che permettono una stimolazione delle ossa e riducono l’infiammazione.
  • Laser ad alta frequenza, che sfiamma la zona dolorosa ed è in gradi di biostimolare la struttura dell’avampiede
  • Tecarterapie e Ipertermia, che aiutano e facilitano il trattamento di questo disturbo.

Per evitare il rischio di recidive è importante intraprendere anche un percorso di rieducazione posturale globale, che permetta al paziente di avere una corretta distribuzione del peso della zona plantare.

A seguito di un irrigidimento del piede, l’unico trattamento possibile è l’intervento chirurgico che permette di ricreare il corretto allineamento osseo.

La tecnica utilizzata maggiormente è quella percutanea, che non richiede di effettuare incisioni, ma si basa sull’utilizzo di piccole frese che rimodellano l’osso mediante la loro sezione (taglio).

Questa tecnica chirurgica è poco invasiva e permette al paziente di camminare in modo autonomo fin da subito e limita anche i tempi di degenza rispetto ad un’operazione tradizionale.

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Dove trovare un ottimo centro per la metatarsalgia del piede a Roma Flaminio

Nel caso in cui si sperimentasse una sensazione dolorosa a carico dell’avampiede è importante rivolgersi subito ad un medico ortopedico specializzato in modo da poter diagnosticare rapidamente un’ eventuale patologia e ridurre la probabilità di irrigidimento del piede.

All’interno dello Studio FisiomediCal è presente un team di ortopedici e fisioterapisti specializzati nel trattamento delle patologie del piede.
Lo studio FisiomediCal è situato in Via Andrea Sacchi n.35, nel cuore del quartiere Flaminio a pochi passi da Piazza Mancini.

Per richiedere maggiori informazioni o per prenotare il tuo appuntamento con uno dei nostri medici specialisti puoi chiamare il numero 0632651337 o inviare una mail a info@studiofisiomedical.it

Spalla Congelata Roma

Capsulite adesiva: cos’è la spalla congelata

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La capsulite adesiva alla spalla, riconosciuta anche con il nome di spalla congelata, è un’infiammazione dell’articolazione che comporta la graduale perdita di mobilità dell’arto. Solitamente, chi è affetto da questa patologia, può notare il presentarsi del dolore che, con il passare del tempo, aumenta.

Quella della spalla congelata è una patologia dolorosa. Essa provoca una limitazione nei movimenti, anche quelli più banali, soprattutto durante la rotazione esterna. Inoltre, la condizione dolorosa, spesso, si presenta anche durante le ore notturne, disturbando in tal modo il sonno del paziente che ne è affetto.

La capsula articolare è composta da tessuto connettivo denso che circonda l’articolazione, in modo da connettere i due capi ossei che la formano.

In presenza della patologia della spalla congelata, l’articolazione perde la sua normale elasticità e diventa rigida. La capsula, quando si irrigidisce, provoca la compressione di alcune strutture anatomiche che, di conseguenza, causa dolore e limitazione dei movimenti.

La diminuzione della mobilità dell’articolazione e il dolore anche a riposo sono le principali caratteristiche della spalla congelata, che permettono di distinguerla da altre patologie a carico dell’articolazione, come ad esempio la cuffia dei rotatori.

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Sintomi

A prevalere tra i sintomi che si verificano nella patologia della spalla congelata, o capsulite adesiva, è la limitazione dei movimenti insieme alla presenza di dolore, anche durante le ore notturne.

Nello specifico i sintomi che possono presentarsi con questa patologia che colpisce l’articolazione della spalla sono:

  • Dolore acuto ed intenso;
  • Dolore che si intensifica durante le ore notturne;
  • Gonfiore dell’articolazione, soprattutto nella parte superiore esterna della spalla;
  • Limitazione del regolare movimento della spalla. Solo nel 10% dei casi la patologia colpisce entrambe le spalle contemporaneamente, mentre di solito, la spalla ad essere più predisposta alla comparsa della malattia è quella non predominante.

Le fasi della spalla congelata

Le fasi della spalla congelata possono essere classificate in tre:

  1. Fase di raffreddamento: questa fase dura tra le 6 e le 12 settimane, il dolore è molto intenso ed invalidante. Con il passare dei giorni la patologia peggiora fino a limitare molto i movimenti.
  2. Fase acuta: la seconda fase può durare tra i 4 e i 6 mesi. Durante questa fase si verifica un radicale aumento della rigidità articolare, mentre il dolore si riduce.
  3. Fase di remissione: l’ultima fase può durare anche più di un anno ed è la fase in cui la patologia tende a ridursi e migliorare.

Tipi di spalla congelata

Possiamo distinguere la patologia della spalla congelata in:

  • Capsulite adesiva primaria, o idiopatica: la patologia si presenta in modo casuale nel giro di poche settimane. Solitamente si verifica solo ad uno dei due arti, però non si esclude la possibilità che si ripresenti dopo qualche anno nell’arto opposto. La capsulite adesiva primaria tende a colpire maggiormente le donne che hanno un’età compresa tra i 45 ed i 60 anni. Il dolore si presenta in modo improvviso e si accentua nei giorni a seguire. In questa fase gli antinfiammatori possono dare un sollievo solo momentaneo e l’abuso ne comporta una conseguente inefficacia. Inoltre, l’articolazione risulterà dolorante anche durante le ore notturne.
  • Capsulite adesiva Secondaria: questo tipo di spalla congelata, spesso deriva da traumi precedenti a carico dell’articolazione, come ad esempio fratture o distorsioni.

Cause

La patologia della spalla congelata non ha una vera e propria causa che ne determina l’insorgenza. A volte questa malattia si presenta a seguito di una ferita di tipo traumatico come ad esempio una lussazione, frattura o contusione.

Anche se non esiste una causa certa che provochi la comparsa della patologia, sicuramente possiamo individuare alcuni fattori di rischio.

Fattori di rischio

  • Età: la patologia della spalla congelata può presentarsi con più possibilità in soggetti che hanno un’età compresa tra i 40 ed i 60 anni.
  • Genere: i soggetti più a rischio di contrarre la patologia della spalla congelata sono i pazienti di sesso femminile.
  • Diabete e disfunzioni alla tiroide: i soggetti affetti da questa patologia sono più a rischio di contrarre la spalla congelata. I pazienti che hanno il diabete di tipo II sono a rischio del 10-20% in più rispetto a dei pazienti che non hanno la malattia, mentre chi è affetto da diabete di tipo I ha un rischio maggiormente elevato, tra il 35-40%.
  • Traumi pregressi: i pazienti che hanno subito dei traumi alla spalla possono essere soggetti più a rischio, soprattutto se la lesione precedente è stata seguita da un periodo di immobilizzazione al termine della quale non è stato effettuato un programma di riabilitazione.
  • Altre malattie: patologie come il morbo di Parckinson, l’atrite o malattie cardiovascolari, possono aumentare il rischio di contrarre la patologia della spalla congelata.
  • Un utilizzo prolungato di determinati farmaci.

Diagnosi

Per risalire alla diagnosi della spalla congelata, o capsulite adesiva, è necessario che il paziente si rechi presso un medico ortopedico, il quale provvederà all’anamnesi e, se necessario, ad alcuni test specifici.

Se il medico lo riterrà opportuno, potrà sottoporre il paziente anche a degli esami più approfonditi, come ad esempio i Raggi X.

Tramite i Raggi X è possibile stabilire se sono presenti ulteriori lesioni o se la causa della comparsa della patologia sia collegata all’artrosi.

Inoltre, possono essere svolti anche gli esami ematici, che consentono al medico di scoprire se la patologia della spalla congelata si ricollega ad altre malattie come il diabete, la disfunzione della tiroide o l’ipercolesterolemia.

Durante la visita ortopedica il medico, oltre ad ascoltare i sintomi che il paziente riporta, procede anche con una valutazione funzionale, ossia muove la spalla per comprendere la densità di dolore avvertita dal paziente e la limitazione articolare.

Prevenzione

Nei casi di spalla congelata, o capsulite adesiva, purtroppo non esiste una vera e propria prevenzione.

Come curarla: riabilitazione

La cura della spalla congelata, o capsulite adesiva, ha come obiettivo quello di ridurre il dolore e ridare alla spalla la mobilità e funzionalità originaria. Spesso le cure mostrano i primi effetti dopo qualche settimana e basta seguire dei semplici consigli:

  • Esercizi: fare degli esercizi di allungamento e mobilizzazione può migliorare il raggio di movimento della spalla. Gli esercizi, per porre rimedio a questa patologia, devono essere svolti almeno tre volte al giorno senza però sforzare troppo la spalla. Sarebbe opportuno svolgere questi esercizi sotto la supervisione di un
  • Impacchi di calore: il calore aiuta a diminuire il blocco a carico dell’articolazione della spalla. Il calore si può applicare per dieci minuti poco prima di iniziare gli esercizi di allungamento. Potrebbe risultare anche molto utile svolgere gli esercizi in una vasca d’acqua calda, in modo da sfruttare i benefici del calore.
  • Terapie fisiche: ultrasuoni, laserterapia e tens, risultano essere delle ottime soluzioni per curare la spalla congelata.
  • Iniezioni locali a base di cortisone per diminuire il dolore caratteristico della fase di raffreddamento.
  • Farmaci antinfiammatori per via orale o topica.

Durante il periodo di riabilitazione diventa essenziale non sforzare l’articolazione della spalla con dei movimenti bruschi o con il sollevamento di pesi.

La fase di raffreddamento è la fase più dolorosa, inoltre, quando il paziente inizia a sottoporsi alle terapie l’effetto non sarà immediato ma serviranno alcune settimane affinché il dolore inizi a diminuire.

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A chi rivolgersi

Quando si è affetti dalla patologia della spalla congelata, o capsulite adesiva, è importante rivolgersi a degli eserti e dunque ad un medico ortopedico competente.

Il medico provvederà innanzitutto a fare una visita ortopedica al paziente per stabilire le cause che la provocano e procedere con la cura più adeguata.

Dove trovare un ottimo centro per la cura e riabilitazione della spalla congelata a Roma Flaminio

Se accusi un dolore persistente alla spalla e hai difficoltà nell’esecuzione dei movimenti a carico dell’articolazione ti consigliamo di recarti presso un centro medico specializzato.

Studio Fisiomedical è un centro in cui potrai trovare un’equipe di medici specializzati e fisioterapisti che collaborano per poter dare ai loro pazienti i migliori risultati.

Nel nostro centro puoi essere seguito passo dopo passo, dalla prima visita in cui verrà diagnosticato il problema, alla riabilitazione per una piena e totale guarigione.

Studio Fisiomedical lo trovi in zona Flaminio, Via Andrea Sacchi n.35.

Per richiedere maggiori informazioni o per prenotare il tuo appuntamento con uno dei nostri medici specialisti puoi chiamare il numero: 0632651337

 

 

 

Tendinite al ginocchio Roma

Tendinite al ginocchio: cos’è

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La tendinite al ginocchio consiste nell’infiammazione dei tendini che si trovano a stretto contatto con l’articolazione del ginocchio, composta a sua volta dal femore, che comprende la parte della coscia, la tibia, con la parte della gamba, e la rotula, collocata nella parte anteriore dell’articolazione.

Il tendine è un tessuto connettivo fibroso, composto da un alto tasso di collagene che permette una certa flessibilità. Il tendine serve ad unire il muscolo scheletrico all’osso.

Con tendinite si intende, in ambito medico, l’infiammazione di un tendine. Questa infiammazione può presentarsi a seguito di un trauma o un sovraccarico funzionale, ossia dal ripetuto e continuo stress a carico dell’articolazione del ginocchio.

A seconda di quale osso del ginocchio entra in contatto con il tendine si potrà distinguere tra tendine rotuleo, del muscolo popliteo, del muscolo quadricipite.

  • Il tendine rotuleo: serve a collegare la parte inferiore della rotula, definita patella, con la tibia;
  • Il tendine del muscolo popliteo: si trova nella parte superiore e posteriore della gamba, esso si collega alla parte laterale del femore ed alla capsula articolare del ginocchio;
  • Il tendine del muscolo del quadricipite: questo collega la parte del quadricipite femorale alla parte superiore della rotula.

Partendo dunque dalla localizzazione del dolore potremo capire che tipo di tendinite è, se rotulea, del quadricipite o del popliteo.

La tendinite più comune è quella che interessa la parte della rotula. Essa, spesso, viene riconosciuta come “ginocchio del saltatore”.

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Sintomi

I sintomi correlati alla patologia della tendinite al ginocchio variano a seconda del tendine interessato dall’infiammazione.

In generale, i sintomi di una tendinite al ginocchio possono influenzare le attività quotidiane del paziente in maniera più o meno destabilizzante in base all’intensità e gravita dell’infiammazione stessa.

Tendinite rotulea

Quando parliamo di tendinite al ginocchio che interessa la rotula, i sintomi più comuni sono:

  • Ispessimento del tendine rotuleo;
  • Dolore al tendine interessato che aumenta sforzando il ginocchio e diminuisce quando si tiene il ginocchio a riposo;
  • Sensazione di rigidità dello stesso.

Solitamente, se l’infiammazione a carico del tendine rotuleo, è poco grave, il dolore o fastidio si presenterà solo durante un utilizzo maggiore dell’articolazione, soprattutto quando si parla di atleti che praticano sport in cui sono necessarie la corsa o i salti.

Quando, invece, l’infiammazione è più grave, il dolore sarà persistente anche durante il riposo o comunque non sarà limitato solo all’attività fisica, ma si potrà avvertire anche durante le attività quotidiane come salire le scale o guidare.

Tendinite del muscolo popliteo

La tendinite al ginocchio che interessa il tendine del muscolo popliteo porta con sé diversi sintomi:

  • Dolore nella parte esterna e posteriore del ginocchio;
  • Sensazione di cedimento e debolezza del ginocchio;
  • Gonfiore, che può essere associata anche ad un arrossamento, del ginocchio.

Il dolore, quando si parla di tendinite del muscolo popliteo, si acuisce quando si distende e flette il ginocchio.

Tendinite del muscolo del quadricipite

La tendinite al ginocchio a carico del muscolo del quadricipite solitamente si presenta con i seguenti sintomi:

  • Dolore nella zona inferiore della coscia;
  • Gonfiore e sensazione di calore nell’area.

Il dolore, in questo tipo di tendinite, tende ad aumentare quando si flette la gamba.

Cause

La tendinite al ginocchio è considerata una malattia causata dal sovraccarico funzionale. Ciò vuol dire che la patologia si presenta quando il ginocchio è sottoposto a continui movimenti che sollecitano, in modo pericoloso, il tendine provocando di conseguenza un’infiammazione.

Dunque, le cause possono essere ricondotte a determinati tipi di attività sportiva o lavori che richiedono una maggiore sollecitazione a carico del ginocchio.

Nel caso di una tendinite rotulea le cause possono essere ricondotte a sport in cui è prevista la corsa o il salto, come pallavolo, calcio, basket, ecc., motivo per la quale questo tipo di tendinite viene definita anche come “ginocchio del saltatore”.

Inoltre, la tendinite al ginocchio che interessa il tendine della rotula può essere provocato da alcune attività lavorative (come per gli autotrasportatori ad esempio).

Coloro che vengono affetti dalla tendinite del popliteo sono per lo più i corridori e gli escursionisti della montagna che, in questo caso, rischiano di far infiammare il tendine soprattutto durante le discese ripide.

Per quanto concerne la tendinite del muscolo del quadricipite interessa principalmente gli sportivi che praticano la corsa veloce alternata a delle brusche frenate, piegamenti sulle gambe e salti. Questo tendine però difficilmente si infiamma perché risulta essere molto robusto.

Diagnosi

Solitamente, la diagnosi della tendinite al ginocchio prevede un attento esame obiettivo e un’anamnesi, effettuate da un medico ortopedico specializzato.

Nel momento in cui questi due esami non dovessero essere sufficienti, allora si potrà passare ad esami basati sulle immagini, come:

  • Raggi X: utili al medico per capire se il problema deriva da un osso connesso al tendine del ginocchio;
  • Ecografia muscolo-tendinea: consente l’esaminazione dello stato di salute del tendine e del muscolo ad esso annesso;
  • Risonanza magnetica: permette una visione dettagliata ed accurata dell’articolazione del ginocchio.

Esame obiettivo

L’esame obiettivo, da effettuare con un medico ortopedico specializzato, prevede la palpazione del ginocchio e l’esecuzione di alcuni movimenti che, in caso di tendinite, provocherebbero al paziente del dolore.

Anamnesi

L’anamnesi in caso di tendinite al ginocchio permettere di risalire alle cause che  hanno permesso l’infiammazione tendinea. Poter risalire ai fattori che hanno provocato tale infiammazione può aiutare il medico a stabilire una diagnosi esatta con la sua relativa cura specifica.

Prevenzione

Prevenire la tendinite al ginocchio è possibile, grazie a delle precauzioni importanti:

  • Evitare di praticare degli sport a rischio come calcio, basket, ecc. o quantomeno non eccedere nello sforzare l’articolazione;
  • Prima di iniziare l’attività fisica è necessario fare degli esercizi di riscaldamento muscolare;
  • Sarebbe opportuno fare delle frequenti pause, soprattutto quando si svolge un lavoro o un’attività fisica in cui lo sforzo a carico dell’articolazione del ginocchio è continua;
  • Utilizzare delle attrezzature idonee che possano proteggere il ginocchio, sia durante il lavoro che nello svolgimento dell’attività sportiva;
  • Indossare delle scarpe comode e che donino all’arcata plantare il giusto appoggio, in modo da non traumatizzare l’articolazione.

Come curarla

Curare la tendinite al ginocchio, nei casi più semplici di infiammazione, è possibile attraverso dei trattamenti conservativi come:

  • Tenere a riposo l’arto inferiore. Il periodo di riposo può variare a seconda dell’intensità dell’infiammazione;
  • Applicare degli impacchi di ghiaccio per 15 o 20 minuti e ripeterli 4-5 volte al giorno. Il ghiaccio può essere un potente antinfiammatorio e antidolorifico, soprattutto se applicato nella fase iniziale dell’infiammazione, può aiutare a contrastarne l’aggravarsi;
  • Applicare una fasciatura compressiva che allevia il dolore e velocizza la guarigione;
  • In caso di dolore intenso causato dall’infiammazione si possono assumere dei farmaci antinfiammatori, del paracetamolo o ibuprofene;
  • Piuttosto che assumere gli antinfiammatori per via orale, è possibile utilizzare il trattamento di PRP o con cellule adipositiche (staminali). Le iniezioni, nel caso di tendinite al ginocchio, vengono effettuate raramente;
  • Esercizi di fisioterapia che prevedono il rinforzamento dei muscoli dell’arto ed esercizi di stretching;
  • È utile e spesso decisiva per il trattamento della tendinite al ginocchio intervenire attraverso delle terapie strumentali, un esempio ne sono gli ultrasuoni, crioultrasuoni, tecar e laser.

Nei casi più gravi di infiammazione del tendine del ginocchio, se i trattamenti conservativi non hanno apportato dei risultati soddisfacenti, allora si potrà ricorrere all’intervento chirurgico.

L’intervento chirurgico nei casi di patologie di tendinite al ginocchio è molto raro, ma nel caso in cui il medico decidesse di effettuarlo, dovrà procedere tramite artroscopia.

A chi rivolgersi

Quando un paziente è affetto da tendinite al ginocchio è necessario rivolgersi ad un medico ortopedico specialista che possa fare un’attenta visita del ginocchio e comprendere se si tratta di una tendinite rotulea, del muscolo popliteo o del muscolo quadricipite.

Una volta diagnosticato il problema, il medico ortopedico, potrà predisporre la cura più adeguata alla patologia.

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Dove trovare un ottimo centro per la cura della tendinite al ginocchio a Roma

Se hai ricorrenti fastidi o dolori al ginocchio non perdere tempo e recati da un medico ortopedico specialista.

Da Studio Fisiomedical potrai trovare dei medici ortopedici che si prenderanno cura della tua patologia. Ti accompagneranno passo dopo passo nel percorso di guarigione.

Studio Fisiomedical si trova in zona Flaminio, Via Andrea Sacchi n.35.

Per maggiori informazioni e per prenotare il tuo appuntamento con uno dei nostri medici specialisti puoi chiamare al numero: 0632651337

Cervicobrachialgia terapia manuale

Sindrome cervico-brachiale: cos’è la cervicobrachialgia

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La cervicobrachialgia è una patologia provocata dalla compressione di specifiche strutture in grado di causare una forte sofferenza a livello cervicale e brachiale.

Il dolore ha origine all’altezza del collo e si estende fino ad uno o entrambi gli arti superiori, passando per la spalla.

Può risultare particolarmente invalidante, soprattutto in fase acuta, durante la quale il soggetto subisce delle limitazioni nel movimento dell’arto coinvolto (o arti nel caso della cervicobrachialgia bilaterale).

Per quanto riguarda la sua epidemiologia, la sindrome cervico-brachiale interessa più frequentemente le persone, di età compresa fra i 35 e i 50 anni, che svolgono lavori manuali, specialmente ripetitivi.

Dal punto di vista di differenziazione di genere, invece, questa malattia colpisce in egual misura uomini e donne.

Inoltre, la cervicobrachialgia viene confusa talvolta con la cervicalgia, una patologia meno diffusa caratterizzata da un dolore localizzato esclusivamente nella zona cervicale.

Sintomi

La sindrome cervico-brachiale è caratterizzata principalmente da una sensazione di dolore (pulsante o bruciante) della durata di più giorni, che parte dalla zona cervicale e si irradia fino all’arto.

Tuttavia, i sintomi associabili a questa patologia sono molteplici, perciò non esiste un unico quadro clinico e in ogni soggetto che ne è affetto tale malattia potrà delinearsi differentemente.

Fra i sintomi più comuni possiamo citare:

  1. Alterazione di sensibilità: l’area colpita dal dolore risulta essere pesante, addormentata e rigida.
  2. Parestesie: fra le più diffuse citiamo il formicolio lungo l’arto, la sensazione di scosse elettriche e il senso di blocco muscolare.
  3. Riduzione di forza: si verifica un alterazione della componente motoria solitamente riguardante il muscolo deltoide e i muscoli costituenti la cosiddetta cuffia dei rotatori.
  4. Vertigini da cervicale.
  5. Mal di testa di origine cervicale
  6. Sonno disturbato: è molto agitato a causa del dolore che, quando si è in posizione supina, diventa più evidente
  7. Alterazione della temperatura

Cause

La cervicobrachialgia può essere provocata da problematiche localizzate a livello discale o da un’irritazione di muscoli o vasi sanguigni adiacenti alla zona cervicale.

Fra le cause più frequenti troviamo:

  • Ernia del disco cervicale: è una patologia della colonna causata dalla rottura del disco, che innesca la fuoriuscita del nucleo polposo e produce, così, la compressione delle radici nervose.
  • Disfunzione muscolare: posture errate o sforzi possono portare all’attivazione di una condizione di sofferenza biochimica all’interno di alcune fibre muscolari.
  • Sindrome dello stretto toracico: tale morbo si verifica quando ha luogo una compressione dei vasi sanguigni o dei nervi situati a livello dello stretto toracico.
  • Alterato assetto articolare: l’iperlavoro della muscolatura o l’errato posizionamento congenito delle superfici articolari a carico del collo e della spalla possono limitare il movimento.
  • Artrosi cervicale: è una malattia causata da vizi posturali o di sforzi eccessivi ripetuti del tratto cervicale.
  • Presenza di osteofiti: escrescenze ossee che possono collocarsi proprio attiguamente alla radice nervosa.
  • Traumi: lesioni, fratture, ferite, paralisi

Diagnosi

Per diagnosticare la sindrome cervico-brachiale è necessario attenersi all’iter proprio del processo diagnostico, che permette di evidenziare eventuali deficit funzionali del plesso nervoso.

In primo luogo, occorre eseguire un’anamnesi, ovvero raccogliere più dati possibili relativi alla sintomatologia che il paziente ha riscontrato.

Successivamente, è necessario svolgere un esame obiettivo neurologico, che consiste nell’effettuare un insieme di manovre diagnostiche per evidenziare alterazioni della normalità fisiologica.

Infine, bisogna condurre una serie di test strumentali che forniscono la conferma finale del quadro diagnostico individuato.

TEST STRUMENTALI PER LA CERVICOBRACHIALGIA

Nel caso della cervicobrachialgia i test strumentali chiariscono qual è la causa della compressione nervosa.

Possono essere eseguiti 4 tipi di indagine:

  1. Risonanza magnetica: è la tecnica più utilizzata. Effettuata a livello cervicale, consente di studiare i dischi, il midollo e le vertebre propri dell’area interessata.
    Non è in alcun modo nociva, ma è sconsigliato ai soggetti claustrofobici, che rischiano di fallire l’esame e provare malessere, in quanto avviene all’interno di una cabina chiusa.
  1. TAC: permette di valutare la condizione di tutte le strutture che compongono il livello cervicale e individuare eventuali compressioni nervose.
    Emette dosi maggiori di radiazioni rispetto alla risonanza. Queste quantità sono solitamente innocue, ma impongono ulteriori valutazioni nel caso in cui i pazienti siano donne in gravidanza o bambini.
  1. Elettromiografia: tale test, attraverso una serie di aghi posizionati nel muscolo, consente di monitorare la qualità della conduzione nervosa a livello degli arti.
    È particolarmente utile in caso di significative perdite di forza o di impoverimento del tono muscolare.
  1. Radiografia: è una particolare risonanza magnetica che analizza l’area toracica e permette l’individuazione di alterazioni presenti a livello dello stretto toracico.

Prevenzione

Attualmente non è stata ancora scoperta una strategia in grado di garantire una solida prevenzione per la cervicobrachialgia.
Possiamo, comunque, individuare alcune misure di sicurezza capaci di favorire il mantenimento di una corretta funzione del tratto cervicale e dell’arto superiore.

Per non andare incontro alle patologie strutturali sopra elencati è possibile:

  • Svolgere regolarmente esercizio fisico. Questo consente di mantenere una buona postura, una corretta vascolarizzazione e una funzionalità nervosa regolare.
  • Evitare carichi di peso elevati, attività fisiche pericolose o sforzi eccessivi. Tali comportamenti potrebbero causare, infatti, torsioni eccessive della schiena e gravare sulla colonna vertebrale.
  • Allungare quotidianamente i muscoli.
  • Seguire una sana alimentazione.
  • Eseguire controlli periodici presso professionisti del settore per resettare o inibire eventuali disfunzioni.

Come curarla: riabilitazione

Accertata la presenza di una sindrome cervico-brachiale è innanzitutto consigliabile un periodo di riposo, che permetta di evitare quei movimenti capaci di amplificare il dolore percepito.

Per curare la cervicobrachialgia si dovrà adottare, poi, una terapia conservativa e sintomatica, strategicamente studiata in base alle cause scatenanti.

In fase acuta questo trattamento prevede l’utilizzo di farmaci antinfiammatori, antidolorifici o  miorilassanti (come il paracetamolo o l’ibuprofene). Più raramente si fa ricorso a cortisonici e ad una terapia infiltrativa locale che può utilizzare anestetici o ozono.

Successivamente, è fondamentale intraprendere un percorso riabilitativo, articolato in base al grado di interessamento del deficit strutturale e funzionale.

Si compone di una terapia manuale effettuata da un fisioterapista che prevede  manovre di sblocco articolare ed esercizi di allungamento, posturali e di rafforzamento muscolare.

Inoltre, è possibile aiutarsi nel trattamento con macchine strumentali quali Tecar e Laser.

La riabilitazione si propone di far recuperare il range articolare nell’estensione del collo, di ridurre la sintomatologia dolorosa e di limitare al minimo le probabilità di recidiva.

Nel raro caso in cui non si siano ottenuti risultati soddisfacenti dopo un certo arco temporale è necessario prescrivere una terapia chirurgica finalizzata alla decompressione nervosa.

TECNICA Mc KENZIE

Una metodologia fisioterapica frequentemente scelta per trattare la cervicobrachialgia è stata elaborata da McKenzie.

Infatti, in caso di derangement discale il famoso fisioterapista propone di far eseguire autonomamente al paziente una serie di esercizi studiati ad hoc in grado di favorire il recupero della mobilità del disco e delle superfici articolari.

A chi rivolgersi

Nel caso in cui si percepisse un dolore localizzato e irradiato a livello del collo e degli arti è necessario, innanzitutto, rivolgersi ad un medico per ricevere una corretta diagnosi.

Si può ricorrere ad un neurologo, ad un ortopedico o ad un angiologo in quanto la causa è ortopedica, ma sono coinvolti anche nervi e vasi sanguigni.

Avuta conferma della patologia il trattamento conservativo dovrà essere svolto da un fisioterapista. Questo specialista dovrà costruire cicli di fisioterapia ad hoc in base alla problematica scatenante.

Dove trovare un ottimo centro per la cura della Cervicobrachialgia a Roma Flaminio

Pensi di soffrire della sindrome cervico-brachiale? Cerca la soluzione perfetta per il tuo problema presso una struttura specializzata.

Lo Studio Fisiomedical è una realtà dinamica e moderna, per la quale collaborano sinergicamente diversi professionisti: ortopedici, fisioterapisti, fisiatri, angiologi e cardiologi.

L’obiettivo del nostro centro fisioterapico è quello di garantire al paziente i migliori risultati attraverso la presa a carico completa della sua persona, dal processo diagnostico alla fase riabilitativa.

Studio Fisiomedical si trova nel quartiere Flaminio, Via Andrea Sacchi n.35.

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Pilates per anziani roma

Cos’è il Pilates

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Il pilates è una disciplina che si basa sul fitness di tipo rieducativo.

Può essere praticata anche come ginnastica riabilitativa, infatti, si concentra molto sul controllo della postura, attraverso la regolazione del baricentro, il quale dona al corpo una maggiore fluidità e armonia nell’esecuzione dei movimenti.

Chi l’ha ideato e perché?

L’ideatore di questa forma di ginnastica è Joseph Hubertus Pilates, il quale ha dato vita a questa disciplina perseguendo un obiettivo: riuscire a rendere le persone che praticano questo sport consapevoli di sé stesse, unendo corpo e mente per dar vita ad un’entità dinamica.

le fasi del Pilates

Il pilates prevede diverse fasi per far sì che il metodo funzioni:

  • Fase 1: l’istruttore deve individuare il “problema” attraverso un’analisi attenta del baricentro del corpo;
  • Fase 2: l’acquisizione, da parte del soggetto, dei principi fondamentali della disciplina:
    Concentrazione: il principio, definito anche “mind and body”, secondo cui i muscoli reagiscono meglio allo svolgimento degli esercizi solo se la mente è concentrata;
    Precisione: è essenziale, durante lo svolgimento degli esercizi, la precisione nell’esecuzione dei singoli movimenti;
    Respirazione: come detto precedentemente, serve a creare un legame tra mente e corpo;
    Fluidità: gli esercizi devono essere svolti con continuità;
    Controllo: aspetto fondamentale all’interno del Pilates è il saper controllare i movimenti in modo tale da sviluppare la coordinazione;
    Centro: molto importate è anche il centro del corpo e saperlo controllare dona una totale sicurezza durante lo svolgimento degli esercizi ed i suoi relativi movimenti.
  • Fase 3: praticare questa disciplina con costanza insieme ad un’attenta e regolare verifica del baricentro e della postura.

Perché il Pilates è particolarmente adatto per gli anziani

Il Pilates è una disciplina molto indicata per i soggetti anziani. Grazie ai suoi movimenti delicati permette di allenarsi in modo sicuro, inoltre è possibile personalizzare e modificare gli esercizi in base alle esigenze e problematiche del singolo individuo.

Uno dei principi sulla quale si fonda il pilates è il controllo, caratteristica che permette di evitare traumi allo scheletro, soprattutto quando si parla di persone che fanno parte della terza fascia d’età.

Un ulteriore aspetto importante del Pilates è il suo focalizzarsi sulla mobilità della colonna vertebrale. Questa disciplina, infatti, è volta a rinforzare i muscoli della colonna e del bacino, corregge i difetti posturali, aumenta la muscolatura della zona addominale in modo da limitare il rischio di prolasso degli organi e addirittura può prevenire possibili problemi di incontinenza. La pratica di questa disciplina agisce, dunque, sull’apparato muscolare e scheletrico, donando così una maggiore densità ossea allo scheletro. Questo è un aspetto da non sottovalutare, soprattutto quando si è in presenza di individui in età avanzata, i quali possono essere affetti da patologie che ne indeboliscono la struttura ossea. Quindi, il pilates può essere considerato come un buon metodo per prevenire e combattere malattie come l’osteoporosi.

Durante l’esecuzione degli esercizi vengono fatti lavorare tutti i muscoli del corpo, anche i più piccoli. Questo permette al corpo di sviluppare una maggiore massa muscolare e consente al soggetto di migliorare la propria postura che, con l’età, tende ad incurvarsi.

Con l’avanzare dell’età le persone incorrono alle più svariate patologie, una tra le più diffuse può essere ricondotta ad una cattiva circolazione sanguigna. Il Pilates, grazie ai suoi movimenti delicati e personalizzabili, può aiutare a migliorare la circolazione del sangue evitando la formazione di coaguli o trombi all’interno delle vene.

Un altro dei principi fondamentali è la respirazione, infatti, praticare Pilates rieduca alla respirazione profonda. Tramite appositi esercizi si andrà a svolgere una funzione di rieducazione respiratoria che comporterà una maggiore espansione della cassa toracica e dei polmoni. Se una persona anziana ha difficoltà respiratorie, tramite il Pilates, potrà recuperare le proprie funzionalità respiratorie.

Inoltre, è risaputo che l’attività motoria rallenta l’invecchiamento fisico e stimola il riprodursi delle cellule del cervello che svolgono le funzioni di apprendimento e della memoria. Quindi il Pilates, soprattutto quello indirizzato a persone anziane, può aiutarli a prevenire o ridurre la perdita della memoria tipica dei soggetti anziani.

Infine, possiamo definire il Pilates come una disciplina multifunzionale che comporta tanti benefici al corpo e alla mente. Infatti, oltre a migliorare la struttura muscolare e ossea, dona uno stato di benessere e rilassamento psichico.

Pilates Reformer

Negli ultimi anni si è diffuso un nuovo tipo di macchinario che supporta la pratica del pilates: i reformer.

Il loro aspetto è molto simile a quello di un lettino, composto da una piattaforma provvista di molle (sganciabili e agganciabili) che variano il grado di intensità degli esercizi e di cinghie con manici, che servono a spostare il carrello in avanti e indietro mediante l’ausilio degli arti inferiori e superiori.

Questa nuova tipologia di macchinari, grazie alla loro struttura consentono un allenamento completo che va ad agire su tutto il corpo portando dei miglioramenti alla:

  • Duttilità;
  • Flessibilità muscolare;
  • Postura.

Il reformer pilates è particolarmente indicato all’inizio della pratica di questa disciplina, in fase di terapie riabilitative o per le persone anziane in quanto è un allenamento a basso impatto che comunque stimola moltissimo la muscolatura e la capacità di resistenza.

Rispetto al tradizionale pilates su tappetino, il reformer pilates offre moltissimi esercizi in più, soprattutto volti alla tonificazione di braccia e gambe.

Pilates: benefici

Il pilates porta con sé tantissimi benefici non solo per il corpo ma anche per la mente:

  • Controllo;
  • Equilibrio;
  • Forza e tonicità muscolare;
  • Migliora la flessibilità e mobilità della colonna vertebrale;
  • Corregge la postura scorretta;
  • Perfeziona la stabilità delle spalle e del bacino;
  • Previene e combatte i dolori lombari;
  • Grazie ai movimenti dolci non traumatizza il corpo e aiuta al rilassamento.

Pilates: esercizi

Svolgere un’attività fisica costante, soprattutto durante la terza età, può risultare molto importante. Praticare un’attività come quella del Pilates può apportare al corpo molteplici benefici, oltre che prevenire o addirittura curare alcune malattie tipiche dell’età avanzata.

Gli esercizi che si svolgono durante delle lezioni di Pilates prevedono dei movimenti dolci, lenti e naturali, con l’obiettivo di rinforzare la muscolatura e dare una maggiore stabilità alla colonna vertebrale.

Pilates per anziani è faticoso?

Il pilates è una ginnastica dolce che prevede l’esecuzione di molti esercizi volti a migliorare il baricentro del corpo, la muscolatura e la struttura ossea.

Ogni esercizio che viene svolto durante le sedute può essere modificato in base alle esigenze o patologie della persona, inoltre è indicato per tutti quei soggetti affetti da malattie che intaccano lo scheletro, come l’osteoporosi. Praticare questa disciplina può anche aiutare a prevenire tali malattie, quindi, senza dubbio è molto indicata per le persone in età avanzata.

Quanto dura una seduta?

In generale una seduta di pilates può durare tra i 50 ed i 60 minuti. Sicuramente, più si pratica questa ginnastica con regolarità e costanza più si potranno notare dei miglioramenti fisici, ma anche psichici dato che aiuta anche ad alleviare lo stress.

Per poter ottenere dei risultati, praticando questa disciplina, sarà necessario frequentare i corsi per almeno 3 mesi circa, con un’assiduità di almeno 2 o 3 volte a settimana.

Controindicazioni

Se vuoi iniziare a praticare il Pilates non ci sono particolari controindicazioni.

Per chi si avvicina al mondo del Pilates è importante sapere a chi rivolgersi. Infatti, è fondamentale riuscire a trovare un istruttore che sia competente ed esperto nel settore, soprattutto quando si parla di pilates rivolto a persone della terza età.

Inoltre, è opportuno informare l’insegnante se si è affetti da patologie che possono ostacolare lo svolgimento di alcuni esercizi, in modo tale da non sovraccaricare o sforzare troppo il corpo durante l’esecuzione dei movimenti.

Perché scegliere Studio Fisiomedical a Roma Flaminio

Se stai pensando di dedicarti a te stesso e non ne puoi più della vita sedentaria Studio Fisiomedical può aiutarti in questo.

Il nostro centro è dotato di una struttura moderna ed una palestra di circa 60 mq.

Inoltre, le nostre lezioni di pilates sono sempre svolte con la presenza di un personale altamente qualificato, specializzato e preparato.

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